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Ong a Catania, la strategia del governo e i ricorsi in tribunale: «Alla fine sbarcheranno tutti»

Il ricorso al Tar e l’appello al tribunale civile. Con la possibilità che si muova la procura. Gli esperti e il principio della bandiera delle navi

Il “carico residuale” è ancora lì. Mentre la Rise Above di Mission Lifeline ottiene il permesso di sbarco a Reggio Calabria, la Humanity 1 e la Geo Barents rimangono nel porto di Catania. In totale sono 249 le persone a bordo. Resta invece ancora in acque internazionali la Ocean Viking, con 234 a bordo, che nei giorni scorsi ha chiesto un porto sicuro anche a Spagna, Grecia e Francia. La Capitaneria di Porto ha prospettato una multa da 50 mila euro se non lasceranno il porto. Mentre loro puntano ai tribunali. I legali di Humanity 1 hanno presentato un ricorso al Tar del Lazio contro il provvedimento notificato al comandante di lasciare il porto senza una scadenza temporale. E uno al Tribunale civile affinché il giudice disponga lo sbarco immediato delle persone a bordo in quanto profughi.


La strategia di Piantedosi

Intanto si attende anche una mossa della procura: «So che ci sono associazione che si stanno muovendo per presentare un esposto sul trattamento dei migranti e sul fatto che non stati fatti sbarcare tutti», ha fatto sapere ieri il legale della Humanity 1, l’avvocato Riccardo Campochiaro. Ma qual è la strategia del Viminale? La Stampa rivela oggi in un retroscena che al ministero dell’Interno conoscono già il destino di questa storia. È questione di giorni, ma alla fine sbarcheranno tutti. Il governo cerca di tenere il punto per ottenere qualcosa a livello internazionale. Lo ha fatto capire ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «Stiamo lavorando sia sui tavoli europei che su quelli internazionali».


Ma la scelta di far scendere soltanto i fragili e di tenere a bordo i «migranti economici» serve a prendere tempo per spenderlo sul tavolo della trattativa. Se poi si aprirà un contenzioso giudiziario davanti al Tar o al tribunale civile, è il ragionamento del Viminale, questo bloccherà le navi nel porto per un po’ di tempo. Intanto sulla Humanity, dice la ong, per la «fase depressiva» che stanno attraversando un gran numero dei 34 naufraghi che ha cominciato a mangiare poco o saltare i pasti. Dalla Geo Barents, invece, in due si sono buttati a mare, seguiti da un giovane che ha tentato di soccorrerli. I tre sono stati riporti sul molo 10 dove è ormeggiata la nave di Msf.

Il principio della bandiera delle navi

Ma c’è anche chi fa notare che la strategia del governo Meloni è strategicamente insensata. Gianfranco Schiavone, socio dell’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici per l’immigrazione, spiega al quotidiano che il punto è la divisione tra fragili e sani: «La selezione è finalizzata a che cosa? A sostenere che c’è chi ha diritto a sbarcare in Italia e c’è chi deve riprendere il mare? E qual è la norma in base alla quale i vulnerabili possono scendere e gli altri no? Il coordinamento dei soccorsi è stato assunto dall’Italia. Le navi sono approdate in porto e le operazioni di soccorso si devono concludere con lo sbarco di tutte le persone. Questo dice la legge. Inoltre la Cassazione, con la sentenza 66/26 del 2020, ha chiarito che l’obbligo non si esaurisce con il soccorso in mare. Ma con lo sbarco in un porto sicuro».

Il governo sostiene che le navi che battono bandiera straniera devono rivolgersi ai loro paesi. «Ma questo non ha senso», replica Schiavone. «È vero che le navi sono assoggettate alla giurisdizione del Paese di bandiera in relazione a ciò che accade a bordo. Nulla a che fare con il diritto europeo in materia di asilo. Che si incardina alla frontiera, nelle acque territoriali e nei luoghi di transito, come gli aeroporti. Non è previsto in alcun modo che la domanda possa essere presentata in acque internazionali. La nave ha fatto ingresso in un porto italiano. Se l’Italia vuole sollevare un contenzioso, per quanto strampalato, dopo aver fatto sbarcare tutti, si rivolga alla Corte di Giustizia per chiedere la competenza di un altro Paese nel suo porto».

La Ocean Viking

Intanto la Ocean Viking rifiuta di approdare a Catania. Nicola Stalla, coordinatore dei soccorsi a bordo, spiega oggi a il Resto del Carlino che tutti i naufraghi ancora bloccati a bordo delle navi umanitarie di soccorso «devono essere sbarcati senza ulteriori ritardi e senza distinzioni. L’attuale situazione di stallo è disumana, viola molteplici principi del diritto marittimo e umanitario. E mette ulteriormente a rischio persone che sono in urgente bisogno di protezione. Questo gioco politico non può continuare a violare il diritto dei naufraghi a sbarcare il prima possibile». Mentre riguardo la pretesa della richiesta d’asilo a bordo, «la risoluzione Msc.167-78 dell’Imo (organizzazione marittima delle Nazioni Unite) stabilisce che tutte le operazioni e le procedure, come lo screening e la valutazione dello status delle persone soccorse ’non devono ritardare indebitamente lo sbarco dei sopravvissuti dalla nave che presta assistenza’».

«E poi – conclude Stalla – praticamente ogni giorno, nello stesso Mediterraneo centrale dove operano le navi umanitarie, avvengono operazioni di soccorso. Condotte da unità della guardia costiera italiana, da assetti navali di Frontex, ma anche da navi mercantili di bandiere estere. Tutti i naufraghi soccorsi in tali operazioni sono prontamente sbarcati. E allora perché noi no? Non possiamo che rilevare la natura discriminatoria della mancata assegnazione di un luogo di sbarco per le navi delle Ong». Anche l’ex presidente della Consulta e ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick non ha dubbi: il decreto interministeriale «è contrario alla legge del mare e alla Costituzione». Che «non attribuisce all’autorità pubblica il diritto di distinguere il grado di pericolo e la diversità di posizione tra chi rischia la vita. L’accoglienza in un porto sicuro è il presupposto per verificare se quelle persone possano poi essere accolte o no».

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