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Joachim Ebeling, il capitano della Humanity 1 come Carola Rackete: «Seguo la legge del mare». Cosa c’è nel ricorso delle Ong contro il governo

I legali andranno al Tar del Lazio. Cosa dice il diritto internazionale e qual è la strategia di Piantedosi

Joachim Ebeling ha 59 anni ed è il comandante della Humanity 1. Ieri ha annunciato che non lascerà il porto di Catania con i 35 naufraghi rimasti a bordo dopo lo sbarco di donne e bambini consentito dal ministero dell’Interno italiano: «Sarebbe contro le leggi». E mentre i legali della Ong tedesca preparano un ricorso al tribunale amministrativo regionale del Lazio nei confronti del decreto interministeriale del governo Meloni, Ebeling spiega in un’intervista a Repubblica cosa ha intenzione di fare. Tedesco come Carola Rackete, esattamente come la capitana di Sea Watch oggi dice che sta «seguendo la legge del mare. Se andassi via adesso violerei una serie infinita di leggi e convenzioni internazionali. Qui nel porto di Catania non sto facendo nulla di male». Intanto proprio stamattina quattro persone sono state evacuate dalla Rise Above. E il coportavoce di Europa verde e deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, Angelo Bonelli, è a Catania e sta entrando nel porto.


Il decreto interministeriale e la legge del mare

Il decreto interministeriale firmato da Piantedosi, Salvini e Crosetto vieta di fatto alla nave tedesca Humanity 1 di rimanere nelle acque territoriali italiane per un periodo più lungo del «necessario». Vale a dire solo per soccorrere persone fragili, donne e minori. Il provvedimento, come tutti quelli che riguardano i rapporti con le amministrazioni, è impugnabile davanti al Tar. Ma l’Ong ha annunciato anche che «avvierà un procedimento accelerato davanti al tribunale civile di Catania perché sia garantito il diritto dei richiedenti a bordo di Humanity 1 di accedere con urgenza a una procedura formale di asilo a terra. Sos Humanity richiede che tutti i 35 sopravvissuti possano sbarcare immediatamente dalla nave». Ebeling spiega nel colloquio con Alessia Candito che «questa è una situazione inedita, che mai avrei immaginato e chiaramente mi mette a disagio. Siamo costretti ad assistere inermi alla violazione dei diritti fondamentali delle persone. E dobbiamo affrontare un governo che cerca di costringermi ad agire contro la legge e contro il mio dovere di capitano di portare la mia nave e chi è a bordo al sicuro».


Il diritto internazionale

Per Ebeling «lo sbarco dei naufraghi nel luogo sicuro più vicino è un obbligo. E il nuovo governo italiano non può cambiare il diritto internazionale del mare a proprio piacimento». Poi la promessa che sembra quasi una sfida: «Un’operazione di salvataggio si conclude quando tutti i naufraghi sono sbarcati in un luogo sicuro. Non andrò via da Catania fino a che non si realizzerà tutto questo». Mentre quello che sta accadendo è illegale perché «è una forma di respingimento collettivo. Come le persone già sbarcate, anche gli altri trentacinque rimasti a bordo sono in situazione di emergenza. Sono fuggiti dalla Libia dove vivevano in condizioni terribili e da allora hanno dovuto sopportare più di due settimane in mare».

La strategia di Piantedosi

Poi rivela che «i maggiorenni, spesso solo di un anno o due più grandi di chi ha lasciato la nave, sono stati sottoposti a un sommario controllo medico e poi classificati come bisognosi di protezione o meno. Sono valutazioni arbitrarie assolutamente inaccettabili». Il decreto interministeriale, esteso a tutte e quattro le navi che si trovano vicino all’Italia, prevede uno sbarco selettivo. Che sarà impugnato sulla base del diritto internazionale e delle convenzioni che prevedono il salvataggio in mare. Intanto dal Viminale fanno notare che le navi sono ancora lì senza che il governo abbia preso alcuna iniziativa. Mentre la magistratura potrebbe nel frattempo assumere un’iniziativa per il mancato rispetto del nuovo provvedimento: in questo caso si prospettano indagini e sequestri.

I reati ipotizzabili

Tuttavia, è interessante notare le differenze tra la strategia di Piantedosi all’epoca in cui era il capo di gabinetto di Salvini al Viminale e quella di oggi. Acconsentendo a far scendere donne e bambini dalla nave il ministro dell’Interno prova a mettersi al riparo da una possibile imputazione per omissione d’atti d’ufficio e di soccorso, fa notare oggi proprio la Repubblica. «La linea resta quella di garantire l’assistenza dovuta, ma anche di essere fermi nel tenere il punto che i migranti economici portati dalle Ong in Italia non entrano. E dello sforzo per far attecchire in Europa il principio della corresponsabilità. Questo è quello che conta, ben più del dato numerico o del rapporto tra chi è rimasto a bordo e chi è sceso», sottolineano fonti del Viminale con il quotidiano.

Il ricorso al Tar del Lazio

Rimane che il Viminale alla fine non ha indicato alle navi un porto di sbarco. In questo caso il rischio è quello di doversi difendere dal reato di omissione di atti d’ufficio. Ma anche le Ong rischiano dal punto di vista legale. La procura di Catania potrebbe contestare il reato di resistenza a pubblico ufficiale nei confronti dei comandanti che disobbediscono all’ordine della Capitaneria. In ogni caso il primo appuntamento in tribunale sarà il ricorso di Humanity 1 al Tar del Lazio. «Secondo il diritto internazionale – sottolinea Mirka Schäfer, Advocacy officer di Sos Humanity – un’operazione di ricerca e soccorso si conclude con lo sbarco dei sopravvissuti in un luogo sicuro».

L’accusa della Ong sullo sbarco selettivo

Secondo gli avvocati «è illegale consentire lo sbarco solo a pochi eletti sopravvissuti. Inoltre, respingere tutti gli altri al di fuori delle acque territoriali nazionali costituisce una forma di respingimento collettivo e quindi viola sia la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che il principio di non respingimento della Convenzione di Ginevra sui rifugiati». Ma c’è di più. Nella notte dal 5 al 6 novembre, 144 sopravvissuti a bordo dell’Humanity 1, riferisce l’Ong, «sono stati selezionati dai rappresentanti del Ministero della Salute, tra gli altri, per poter scendere a terra». «”La selezione è avvenuta in condizioni arbitrarie e inadeguate”, dice Till Rummenhohl, Head of Operations. 36 dei sopravvissuti sono stati classificati dalle autorità come ‘sani’ e hanno dovuto rimanere a bordo. Dopo che gli è stato detto che non potevano sbarcare, uno di loro ha perso conoscenza, è crollato e un’ambulanza l’ha dovuto prelevare per il ricovero. Da allora, 35 sopravvissuti rimangono a bordo dell’Humanity 1». Intanto stamattina quattro persone con gravi complicazioni mediche sono state evacuate dalla nave Rise Above con 95 migranti a bordo da giorni al largo delle coste catanesi. «Dopo 3 giorni in mare senza un porto sicuro, la situazione continua a peggiorare. Chiediamo: Porto sicuro adesso», afferma la ong Missione Lifeline.

Le navi delle Ong a Catania e in mare

Attualmente quindi due navi delle Ong si trovano nel porto di Catania e altre due al largo della costa. Sulla Humanity 1 sono a bordo ancora 25 persone: 144 sono quelle scese perché ritenute fragili della commissione medica dell’Usmaf. Sulla Geo Barents restano ancora 215 naufraghi dopo che ieri sono scese 215 persone tra bambini, donne incinte e nuclei familiari con minorenni. Che si trovano attualemnte al Palaspedini, un impianto sportivo di proprietà del comune che si trova nel rione Cibali. In mare c’è la Rise Above con 90 persone a bordo. E la norvegese Ocean Viking, che ha soccorso 234 migranti. La prima è in acque italiane, la seconda è vicina al confine.

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