Carola Rackete

Carola Rackete è nata l’8 maggio 1988 a Preetz, nei sobborghi di Kiel, cittadina tedesca che si affaccia sul mar Baltico. Parla correttamente quattro lingue: spagnolo, francese, russo e inglese, oltre a essere di madrelingua tedesca. Non ha profili social, tranne Linkedin, su cui si definisce con tre concetti fondamentali: «Conservazione della natura. Azione umanitaria. E un po’ di scienza polare».

Chi è Carola Rackete

Carola Rackete è laureata in Scienze nautiche nel 2011 all’università di Jade, in Bassa Sassonia, e nel 2018 ha conseguito un master in Conservazione dell’ambiente all’Università di Edge Hill, in Inghilterra, con una tesi sulle caratteristiche dei nidi degli albatros. Nel 2011, a soli 23 anni, la capitana era già al timone di una nave: guidava una rompighiaccio al Polo Nord per l’Alfred Wegener Institute, uno dei maggiori istituti oceanografici tedeschi. Nel 2013 diventa secondo ufficiale della nave Ocean Diamond.

Una delle esperienze più forti per Carola Rackete è stato il periodo di otto mesi nella parte più orientale della Russia: nel 2014 la capitana ha lavorato in un parco naturale della Kamchatka come guida turistica e manutentrice delle strutture e delle attrezzature. L’anno successivo è nuovamente secondo ufficiale stavolta sulla Arctic Sunrise di Greenpeace, in seguito guida imbarcazioni per escursioni alle Isole Svalbard, nel mare Glaciale Artico. «Ho sempre amato molto le zone polari, sono molto belle e stimolanti. Ma lavorare lì, spesso, rattrista: si può vedere in prima persona ciò che gli esseri umani stanno facendo al pianeta».

Il passaggio a Sea Watch

Così Rackete ha invertito la rotta dall’estremo Nord al Mediterraneo. Dal 2016, dopo un primo periodo in qualità di responsabile delle comunicazioni con gli aerei di ricognizione della Ong, si dedica a tempo pieno al salvataggio in mare dei migranti come comandante della nave Sea Watch 3.

«La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto – ha detto Rackete per spiegare la scelta di collaborare con l’ong Sea Watch -. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità».

L’approdo a Lampedusa e l’arresto

«Ho deciso di entrare in porto a Lampedusa. So cosa rischio, ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo». Il 29 giugno la capitana della Sea Watch 3 Carola Rackete non ha rispettato il divieto di ingresso del governo italiano nel porto di Lampedusa per portare sulla terraferma 42 migranti. Intorno alle 3 del mattino è stata indagata, arrestata e messa ai domiciliari dagli agenti della GdF per disposizione della procura di Agrigento.

L’ordinanza di scarcerazione

Il 2 luglio 2019 è stata rilasciata dal Gip Alessandra Vella. Nell’ordinanza con cui il gip del Tribunale di Agrigento Alessandra Vella ha revocato gli arresti domiciliari per Carola Rackete si afferma che la capitana della Sea Watch 3 non ha rispettato il divieto di approdo nel porto di Lampedusa imposto dal Viminale perché aveva il dovere di salvare i naufraghi e condurli in un porto sicuro, vista l’imminenza del pericolo per le vite delle persone a bordo della nave, escludendo così il reato di resistenza a pubblico ufficiale (art. 1099 del Codice della navigazione).

Contestualmente, è venuta meno anche l’esigenza di carcerazione preventiva per l’accusa di resistenza e violenza a nave da guerra (art. 1100 del Codice della navigazione), perché la motovedetta della GdF che ha intimato l’alt e tentato di ostacolare l’ingresso in porto della Sea Watch non è da considerarsi nave da guerra, in quanto non operava in acque internazionali.

In un altro fascicolo dell’inchiesta rimane in piedi l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – reato disciplinato dall’articolo 12 del decreto legislativo n. 286 del 1998 (Testo unico sull’immigrazione), modificato più volte negli ultimi anni, da ultimo con il decreto sicurezza bis – del quale Rackete dovrà rispondere davanti al Tribunale di Agrigento.

«Sono sollevata dalla decisione del giudice – ha dichiarato Carola dopo l’udienza davanti al Gip – che considero una grande vittoria della solidarietà verso tutti i migranti e rifugiati e contro la criminalizzazione di chi vuole aiutarli». Il gip di Agrigento ha affermato che la scelta del porto di Lampedusa è stata sostanzialmente obbligatoria per Carola Rackete, perché i porti di Tunisia e Libia non sono considerati sicuri.

Allo stesso tempo Vella ha “smontato” le norme del decreto sicurezza bis che prevedono il divieto di ingresso nelle acque territoriali, ritenute non applicabili alle imbarcazioni che soccorrono i naufraghi che non possono essere giudicate come “un elemento offensivo per la sicurezza nazionale”, soprattutto in considerazione del fatto che il comandante ha l’obbligo di portare in salvo le persone soccorse.

La reazione di Matteo Salvini

Per il senatore Gregorio De Falco, ufficiale della Marina Militare, l’unica colpa della giovane tedesca è quella di essere «una persona di alta dignità morale, che dimostra notevole forza e coerenza di fronte alle sue responsabilità». Non la pensano così i militanti della Lega che l’hanno ricoperta di insulti al momento dello sbarco e sui social network, e il ministro dell’Interno Matteo Salvini che vorrebbe l’espulsione immediata dall’Italia. «Chi non segue le regole ne deve rispondere – ha dichiarato il ministro dell’Interno -, lo dico anche a quel fastidioso capitano di Sea Watch 3: fa politica sulla pelle degli immigrati, pagato da chissà chi. É una sentenza politica».

Le parole di Carola

Ma, nella vicenda dello sbarco a Lampedusa, Rackete è andata avanti rispondendo ai suoi ideali più che alle leggi in vigore. «Sono disposta ad andare in prigione per quello che sto facendo. Mi difenderò in tribunale, se necessario, perché quello che stiamo facendo oggi su questa nave è giusto. Sono le leggi a non esserlo – ha commentato Rackete -. Il salvataggio finisce quando le persone sono in un luogo sicuro. Noi europei abbiamo permesso ai nostri governi di costruire un muro in mezzo al mare. Ma c’è una società civile che lotta contro questo: consideratemi una di loro».

Testo di Felice Florio

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