Manovra, la bacchettata della Corte dei Conti al governo su tetto ai contanti, pos e bollette: i dubbi sui conti

Durante l’audizione alle commissioni riunite di Camera e Senato il presidente Flaccadoro ha parlato di una legge di bilancio con «elementi di incertezza»

La misura sul pos presente nella nuova manovra di bilancio del governo Meloni è per la Corte dei Conti un provvedimento non coerente con l’obiettivo di contrasto all’evasione fiscale. Lo dice il presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite della Corte, Enrico Flaccadoro, che durante l’audizione sul documento redatto dall’esecutivo ha espresso non poche perplessità su alcune parti del testo. «L’innalzamento del tetto dei pagamenti e in particolare la non sanzionabilità dei rifiuti ad accettare pagamenti elettronici di un determinato importo possono risultare non coerenti con l’obiettivo di contrasto all’evasione fiscale previsto nel Pnrr», ha spiegato Flaccadoro, «e con la riforma 1.12 del Pnrr (Riforma dell’Amministrazione fiscale), nell’ambito della quale la Missione 1 prevede specifiche misure volte a contrastare l’evasione fiscale». Il riferimento della Corte dei Conti riguarda in particolare l’obbligo previsto nel documento della manovra di bilancio di accettare pagamenti con carta di credito e Bancomat soltanto sopra i 60 euro, e senza incorrere in sanzioni. Una soglia che è raddoppiata rispetto ai 30 euro proposta nella prima bozza.


Molti elementi di incertezza

Durante l’audizione il presidente della Corte ha parlato di una legge di bilancio «di dimensioni rilevanti, superiori a quelle degli ultimi anni», ma in cui «tuttavia permangono elementi di incertezza sul quadro di finanza pubblica modificato dalla manovra». Molto dell’efficacia delle misure pensate dal governo Meloni, secondo la Corte, dipenderà da variabili esterne, «prima fra tutte il tasso di inflazione, ma anche dai tempi di rientro dell’emergenza energetica». Una situazione di incertezza che non accenna ad attenuarsi nonostante l’iniezione di risorse europee: su questo Flaccadoro evidenzia come la spesa per gli investimenti «stenti a decollare» e come il Pil effettivo e potenziale cresca a tassi ridotti. «Se le aspettative di un’inflazione elevata dovessero protrarsi anche nel medio-lungo periodo, ciò si ripercuoterebbe sui tassi a cui dovrà essere rinnovato il debito via via in scadenza», chiarisce il presidente. I problemi non sarebbe solo sui tassi ma anche sui salari pubblici, «per i quali, al momento, si prevede esclusivamente un ristoro una tantum».


Energia, «l’impegno del governo rischia di esaurirsi già nel primo trimestre del 2023»

E poi c’è l’energia, su cui l’impegno del governo rischia di risultare insufficiente «già dopo il primo trimestre del prossimo anno», come spiegato dal presidente. Un quadro impegnativo per cui la Corte dei Conti spinge a definire quell’insieme di riforme «che Governo e Parlamento si sono impegnati ad approntare sul fronte fiscale, previdenziale, assistenziale e del funzionamento degli apparati pubblici e che rappresenta oggi una condizione indispensabile a cui è chiamata la nuova legislatura». L’audizione alle commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato è continuata poi ancora sul tema dell’energia: «La manovra presentata prevede che a quelle per l’energia si accompagnino, nel 2023, misure per ulteriori 18 miliardi», ha spiegato Flaccadoro. «Gli interventi sono coperti con il ricorso nel primo anno a maggiori entrate per 7,6 miliardi (in gran parte temporanee, legate ai sovraprofitti energetici) e a minori spese per circa 10,5 miliardi». Per il biennio successivo il presidente poi chiarito che insieme «al contributo del risparmio sul fronte previdenziale e del reddito di cittadinanza, che si rafforza», si aggiungerà un «limitato aumento» delle entrate e, soprattutto nell’anno terminale, «un consistente taglio di spesa che consente di prevedere una riduzione del deficit di circa 5 miliardi».

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