Processo Open Arms, l’ex ministra Trenta accusa Salvini: «Le decisioni erano sue. Mi rifiutai di controfirmare»

Nell’aula bunker di Palermo è presente anche l’ex ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli: «Salvini cercava consensi stressando l’argomento immigrazione»

Tre ministri del governo Conte I, nell’aula bunker dell’Ucciardone, per l’udienza del processo Open Arms. Matteo Salvini è imputato, a Palermo, per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio: tre anni fa, ad agosto, nelle vesti di ministro dell’Interno bloccò lo sbarco di 147 persone a bordo della nave dell’ong spagnola. Oltre all’attuale vicepremier, accompagnato dalla senatrice e sua avvocata Giulia Bongiorno, ci sono l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta e l’ex titolare delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. La testimonianza di Trenta, di fatto, è un’accusa nei confronti di Salvini: «Le decisioni sull’assegnazione del porto sicuro erano del ministro dell’Interno perché erano una sua competenza. Da ministra della Difesa e in relazione ai divieti di ingresso in acque italiane, a me spettava solo verificare che non si trattasse di nave militare». Il divieto fu disposto tramite un decreto siglato, il primo agosto 2019, dai ministri dell’Interno, delle Infrastrutture e della Difesa.


«Doveva essere un atto per scoraggiare le ong dal decidere di arrivare in Italia», aggiunge l’ex ministra, specificando anche di essere ignara della presenza di possibili terroristi tra i profughi soccorsi. «Non è detto che io dovessi saperlo. Comunque, il problema era il numero dei giorni durante i quali fu vietato lo sbarco». Il 14 agosto, il Tar del Lazio decise di sospendere il decreto. A questo punto, il pm domanda a Trenta, in qualità di teste: «Dopo l’annullamento, Salvini le trasmise un secondo decreto analogo da firmare?». Lei: «Sì, ma io rifiutai di firmarlo perché ritenni che valesse ancor di più la decisione del Tar, visto che erano passati altri giorni e che comunque era una reiterazione di un provvedimento annullato senza sostanziali novità, anzi in presenza di una situazione peggiorata». L’ex capo del dicastero della Difesa aggiunge che, «da ministro dell’Interno, non mi sarei comportata così». E spiega: «Le nostre battaglie giuste non devono ricadere sui fragili e ci sono diritti umani che vanno rispettati, secondo me seppur in presenza di minacce di terrorismo. I migranti si potevano far sbarcare e si potevano fare successivamente le verifiche relative alla presenza di eventuali terroristi a bordo della imbarcazione».


Trenta si rifiutò di firmare un nuovo decreto di interdizione anche perché «io credevo comunque che non sarebbe stata una misura sufficiente per avere una maggiore collaborazione da parte della ong e arrivare al risultato di un controllo migliore dell’immigrazione». Il pubblico ministero, che accusa Salvini di aver vietato illegittimamente l’approdo alla nave per 20 giorni, è interessato ad approfondire anche la questione della nave Diciotti. «Quando si verificò il caso – dichiara Trenta in aula -, intervenni parlando con i ministri del mio partito e compresi che il governo era d’accordo a operare così. Poi le cose sono cambiate, però, perché era cambiato il modo di fare». Trenta rimarca la differenza da le vicende Open Arms e quella della nave della marina Diciotti, poiché su quest’ultimo caso l’esecutivo era compatto, mentre per la ong spagnola «il divieto di indicare il porto sicuro fu deciso da Salvini». Tra gli argomenti portati dalla difesa del segretario della Lega, c’è quello della presenza di un possibile terrorista a bordo.

Trenta: «Non ero a conoscenza dell’attività del sommergibile militare»

«Non sapevo nulla dell’attività di intelligence svolta sulla Open Arms dalla marina. Il mio ruolo, ribadisco, era solo accertare che il divieto di ingresso nelle acque italiane non riguardasse navi militari, io non ero chiamata a valutare l’opportunità del divieto stesso. Se fosse stato così avrei agito in modo diverso – spiega l’ex ministra della Difesa -. E comunque la firma ai decreti di divieto era emergenziale. Se avessimo dovuto impedire l’attracco perché il Viminale aveva accertato che tra i migranti soccorsi c’era un terrorista che voleva farsi saltare in aria, certo non mi sarei potuta fermare a verificarlo». Trenta torna sull’attività di intelligence della marina una volta fuori dall’aula bunker. Con i cronisti, approfondisce: «Non ero a conoscenza di questi documenti sull’attività di un sommergibile della marina militare, ma io non ero nella linea di decisione rispetto alla opportunità di emettere il secondo decreto. Un decreto di quel genere aveva bisogno di velocità, perché bisognava impedire a una nave di entrare in porto: nel momento in cui il ministro dell’Interno Salvini avesse ritenuto che per motivi di sicurezza non fosse stato opportuno fare entrare la nave, una verifica fatta da un altro ministro, in un secondo momento, avrebbe creato dei problemi. Quindi, non era proprio nelle mie competenze e comunque non ero a conoscenza di questa attività».

Toninelli: «Mai parlato di sbarchi nei Consigli dei ministri»

Anche la deposizione di Toninelli smentisce parte dell’impianto difensivo di Salvini. «Il Consiglio dei ministri nel governo Conte uno non ha mai parlato di sbarchi e ricollocamenti: questi argomenti non sono mai stati all’ordine del giorno. L’avvocato Bongiorno ha anche parlato di attese del Consiglio dei ministri mentre io, Luigi Di Maio e Salvini parlavamo di sbarchi. Non è vero. Non ci sono mai state riunioni nemmeno informali sul punto». L’ex ministro e senatore del Movimento 5 stelle, come Trenta, ribadisce di non aver dato seguito al secondo decreto di interdizione allo sbarco arrivato dal Viminale: «Dopo che il Tar sospese il decreto che vietava l’ingresso della Open Arms in acque italiane, dal Viminale arrivò un secondo decreto che io non firmai, visto che il contesto non era mutato rispetto alla firma del primo decreto. Le cose anzi si stavano complicando perché nel frattempo erano passate due settimane. E inoltre era chiaro che un nuovo decreto, a condizioni immutate, sarebbe stato impugnato e di nuovo annullato. Che senso aveva replicare? Dalla nave arrivavano notizie che la situazione a bordo si andava complicando, era una situazione difficilissima ma non è che stavano morendo – spiega -. La Open Arms, però, era una imbarcazione da carico che poteva portare 15 persone e lì in quel momento ce ne erano molte di più».

«Salvini cercava consensi stressando l’argomento immigrazione»

Poi, l’attacco diretto al vicepremier: «All’epoca della Open Arms non esisteva già più un governo, esisteva una persona, Salvini, che andava in giro, era in campagna elettorale e parlava alla pancia delle persone. Non si facevano più Consigli dei ministri con ministri che operavano collegialmente. Siccome si sapeva che sarebbe stato sfiduciato il governo, si stava cercando di monetizzare stressando l’argomento immigrazione che era molto sentito». L’esponente grillino scarica Salvini con una metafora: «Dei falli dell’attaccante risponde solo chi li fa, non tutta la squadra». Toninelli afferma altresì di non essere stato «personalmente» a conoscenza «di rischi relativi alla sicurezza pubblica o sanitari legati all’eventuale sbarco dei migranti soccorsi dalla nave Open Arms, il rischio mi era stato prospettato dal ministro dell’interno». E conclude: «Da ministro condividevo che l’Europa dovesse essere più coinvolta nella gestione del fenomeno migratorio e dei ricollocamenti. La linea politica era: “combattiamo l’immigrazione clandestina cercando di far assumere le loro responsabilità agli altri paesi”. Il ruolo del mio ministero però si concludeva con l’invio della richiesta del porto sicuro che era di competenza del Viminale, cioè di Salvini».

Le dichiarazioni di Bongiorno al termine dell’udienza

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