A Tito Boeri non piace il Decreto Primo maggio: «Interventi spot o già previsti. La priorità è far crescere i salari» – L’intervista

L’economista a Open: «La contrattazione collettiva ha falle evidenti, troppi lavoratori non sono rappresentati e solo il 10% è iscritto al sindacato»

Il giorno in cui si celebra la Festa dei lavoratori è il momento adatto per riflettere sul presente che viviamo, fare un bilancio sul passato e ipotizzare nuove prospettive per il futuro. Come stiamo affrontando le problematiche nel cuore del mercato del lavoro, dalla precarietà alla contrattazione collettiva? Cosa possiamo cambiare per garantire un futuro più roseo e meno incerto alla vasta platea di giovani inattivi? Lo scenario economico nazionale si sta evolvendo nella direzione giusta? Abbiamo cercato le risposte a questi interrogativi rivolgendoci a un esperto: l’economista Tito Boeri, direttore del nuovo mensile di economia Eco, edito da Enrico Mentana, che ha visto la luce lo scorso 13 aprile. Il primo numero si concentra proprio sulle due facce del mercato del lavoro in Italia: da un lato il boom di nuovi occupati, dall’altro le buste paga sempre più leggere. E proprio da qui prende le mosse la nostra conversazione di oggi con il professore Boeri.


Oggi è il 1 maggio, la festa dei lavoratori. Chi sono i lavoratori nel 2024?

«Nel 2024 sono aumentati gli occupati e i lavoratori dipendenti, e anche i contratti a tempo indeterminato. Parliamo di circa mezzo milione in più rispetto a un anno fa. Il rovescio della medaglia, però, è che i salari si mantengono sempre più bassi: gli italiani oggi vengono pagati meno, le loro retribuzioni si sono ridotte molto più di quanto avvenuto in altri Paesi con la recrudescenza dell’inflazione. Non hanno tenuto il passo con l’aumento dei prezzi».


E perché?

«La prima ragione è che il nostro sistema di contrattazione collettiva ha delle falle evidenti. Esclude una quota crescente di lavoratori. Questo per svariati motivi: per esempio, i contratti vengono rinnovati con forte ritardo, talvolta persino dopo due o tre anni. Inoltre, molti lavoratori che sulla carta sono coperti dalla contrattazione collettiva si ritrovano ad avere salari inferiori a minimi tabellari, perché i contratti non vengono rispettati. Crescono inoltre i contratti pirata, siglati tra datori e alcune organizzazioni sindacali minori, che praticano ribassi sui minimi fissati con i confederali. Le riduzioni possono essere consistenti: arrivano a sfiorare il 40%. E anche se questi accordi riguardano solo una fetta di lavoratori, finiscono per trascinare tutti verso il basso. Infine, bisogna dire che i sindacati sono meno presenti e forti di quanto si creda. Se si guardano i dati campionari, si scopre che il tasso di sindacalizzazione si attesta su un misero 10%».

Questo può dipendere anche dal fatto che le organizzazioni tradizionali non sono state al passo con le mutazioni del mercato del lavoro?

«Sicuramente. I sindacati non sono riusciti a coprire i nuovi protagonisti del mercato: i giovani e le donne. Il ritardo è dunque sul piano generazionale e delle lotte di genere. Queste categorie tendono a passare frequentemente dall’occupazione alla non occupazione, sono più precarie e vulnerabili. Senza considerare, nel caso delle donne, i contraccolpi derivanti dalla maternità. Un problema troppo spesso trascurato, come per anni è stato ignorato il tema del lavoro temporaneo. C’è poi un altra questione che mi preme segnalare: le clausole di non concorrenza, che impediscono ai dipendenti di cambiare azienda nel caso in cui dovessero riscontrare di essere pagati troppo poco, o per altre ragioni. Queste clausole sono state messe al bando negli Usa. In Italia sono spesso presenti, anche per lavoratori con retribuzioni basse, però non se ne parla».

La contrattazione collettiva è proprio ciò su cui ha fatto leva il Cnel per affossare il salario minimo. Ieri Pd, Avs e 5 Stelle hanno presentato in Cassazione una proposta di legge popolare sulla misura. Lei si era espresso a favore, evidenziando però alcune criticità: quali?

«Bisognerebbe innanzitutto rispondere al parere del Cnel mettendo in luce ciò che il Cnel non dice. Ovvero che la contrattazione collettiva è molto meno efficace di quanto erroneamente si pensa. In secondo luogo, la scelta della soglia del salario minimo non andrebbe individuata a priori, ma demandata al governo. Sulla base del parere di una commissione tecnica che analizzi approfonditamente qual è il livello giusto. Perché un livello troppo basso non ha effetti, mentre troppo alto riduce l’occupazione. E su questo bisognerebbe partire subito».

Il governo nel frattempo ha approvato, con il 13esimo decreto legislativo della riforma fiscale, il bonus una tantum che prevede un’aggiunta di 100 euro lordi sulla tredicesima mensilità per i lavoratori a basso reddito. Che ne pensa?

«L’ennesimo intervento estemporaneo. Documenta tra l’altro come la situazione dei nostri conti pubblici sia veramente difficile: non si sono riusciti a trovare nemmeno 100 milioni, si è dovuto rimandare la misura al 2025. La cosa fondamentale quando si fanno questi interventi, invece, è dare una continuità: solo questo può davvero migliorare le condizioni salariali e incentivare le persone a entrare nel mercato del lavoro. Il grosso tema adesso è se verranno rinnovati i tagli al cuneo fiscale del 2024 anche nel 2025».

Nel Def è stata rivista al ribasso la crescita del Paese. È plausibile, come dichiarato da Giorgetti, che la frenata sia imputabile solo al «quadro internazionale e geopolitico complicato»?

«Sicuramente queste cose a cui ha fatto riferimento il ministro sono giuste. Tra l’altro la riduzione è inferiore a quella prevista dalle altre organizzazioni internazionali. Non voglio dare colpe al governo. Ma credo che debba essere realistico nelle previsioni di crescita, forse eccede in ottimismo».

In estate ci dobbiamo aspettare una procedura di infrazione per deficit eccessivo?

«Mi sembra abbastanza scontato. E a quel punto dovremo ridurre il disavanzo di circa lo 0.5% del Pil. Questo è sostenibile se teniamo il disavanzo allo stesso livello del Def. Ma così, mi chiedo come sarà possibile rinnovare il taglio al cuneo fiscale. Delle due l’una: o il governo ha mentito all’Europa, dicendo che il disavanzo sarà quello del Def presentato, e invece vuole aumentarlo (violando le regole europee). Oppure ha mentito agli italiani e ha deciso che non rinnova il taglio del cuneo fiscale. In entrambi i casi, è preoccupante: tenere lavoratori e imprese in attesa significa vanificare gli sforzi di quest’anno. Se i tagli alle tasse non possono essere duraturi non hanno effetto».

A proposito di tagli alle tasse: con il nuovo decreto Primo maggio il governo Meloni ha annunciato che lancerà sconti fiscali per chi assume, soprattutto giovani e donne. Secondo lei è la strada giusta per aiutare le assunzioni?

«Erano misure già previste nelle politiche di coesione, è solo il decreto attuativo di una misura già annunciata. C’è da dire che in questo momento il problema cruciale sia quello di permettere ai salari di salire e coprire l’inflazione. Le imprese inoltre fanno spesso fatica a trovare i lavoratori, c’è un problema di carenza di personale che lamentano: forse varrebbe la pena intervenire più sulla qualità del lavoro che sulla quantità. Le risorse potrebbero essere piuttosto impiegate per tagliare in modo stabile il cuneo fiscale».

Non c’è il rischio che con la defiscalizzazione la collettività si sobbarchi i costi che altrove competono alle imprese?

«Bisognerebbe più che altro agevolare il compito delle imprese nel momento del reclutamento. Si può intervenire facilitando l’incontro tra domanda e offerta, mobilizzando lavoratori che sono un po’ ai margini. Questa è l’idea delle politiche attive del lavoro: la riforma era contemplata nel Pnrr, ma è rimasta al palo».

Secondo i dati Istat diffusi ieri, il Pil italiano è in crescita. Come commenta questo dato? È stabile, va bene, si poteva fare di più?

«È lo stesso trend registrato anche negli altri Paesi. Siamo reduci dall’inasprimento della politica monetaria. Tutti temevano che sarebbe iniziata una recessione, invece questo non è avvenuto, né nei Paesi Ocse né in Italia. Su questo bisognerebbe riflettere, perché è un fatto relativamente nuovo: probabilmente l’innalzamento molto rapido dei tassi ha evitato di avere contraccolpi più duraturi del tempo. E questa dovrebbe essere una lezione. Adesso però il problema è come ridurre ulteriormente l’inflazione: c’è l’ultimo miglio da superare. Per questo motivo, la Fed non taglierà i tassi a giugno. E anche la Bce, dopo gli ultimi dati sull’andamento dei salari in Germania, rischia di rimandare l’operazione all’autunno».

Ha già espresso preoccupazione nei confronti di un fenomeno, quello dei Neet. I giovani che non studiano e non lavorano. Perché i dati sulla platea dei giovani inattivi sono così alti?

«Questa è una bellissima domanda. Ci sono tante ragioni alla base del fenomeno. Innanzitutto, le storture nel mondo educativo portano molti giovani a uscire dal sistema scolastico, senza avere però prospettive occupazionali. Le scuole professionali, inoltre, purtroppo falliscono spesso nel mettere direttamente le persone nel mercato del lavoro. Gli studenti sono chiamati a scegliere troppo presto l’indirizzo per i loro studi, e si rendono conto troppo tardi che non è quello che davvero volevano. E si ritrovano in un vicolo cieco».

Come risolvere questa situazione?

«Innanzitutto attenzionando meglio la situazione, purtroppo sottovalutata. Poi, sicuramente, bisognerebbe insistere sulla formazione professionale, e fare in modo che i trienni universitari siano effettivamente autosufficienti, efficaci nel preparare al mondo del lavoro. E, infine, risolvere il problema degli abbandoni scolastici».

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