Finisce in carcere per aver ucciso la madre, una volta uscito denuncia il suo commercialista: «Mi ha sottratto 350mila euro»

Per la giustizia italiana Stefano Diamante è un uomo libero. Ha scontato la pena prevista per l’omicidio della madre, commesso nell’ottobre del 1999, dopo che la Corte d’Appello di Genova e poi la Cassazione avevano confermato la condanna a 30 anni di carcere. Ma la buona condotta, durante la detenzione in Piemonte, gli aveva permesso di ottenere benefici come semilibertà e affidamento in prova. Eppure, Diamante con i tribunali molto probabilmente avrà a che fare ancora. Questa volta per una controversia economica con il suo tutore legale, che gli avrebbe prosciugato il conto sottraendogli 350mila euro.
La denuncia contro il tutore
Oggi 50enne, Diamante ha sporto denuncia contro il suo tutore legale, un commercialista genovese, accusandolo di aver sottratto 350mila euro dal suo conto. Gran parte di quei fondi derivano dall’eredità del padre, morto nel 2011. Dopo un iniziale periodo di distacco, i rapporti tra padre e figlio erano tornati buoni, rendendo la presunta appropriazione ancora più delicata. La Procura di Genova ha aperto un fascicolo, con Diamante ora come parte lesa. Toccherà alla Guardia di Finanza verificare se il professionista abbia violato i suoi doveri. Intanto, l’ex tutore legale è sospeso dall’Ordine dei commercialisti e degli esperti contabili per «segnalazione esterna».
L’omicidio della madre nel 1999
Il 22 ottobre 1999, il 24enne Stefano uccise la madre, Silvana Petrucci, preside di scuola media di 50 anni. Convivevano insieme e lui le aveva raccontato di aver concluso gli studi universitari, mentre in realtà aveva superato solo sette esami. Tornato a casa dopo una serata fuori, trovò il regalo della madre per la laurea sul suo comodino e la colpì a morte con un martello. Inizialmente tentò di inscenare una rapina, ma confessò poco dopo agli investigatori.
Dal vizio di mente alla condanna definitiva
In primo grado, nel marzo 2001, fu assolto per vizio totale di mente, ritenuto incapace di intendere e volere. La Corte d’Appello di Genova, però, ribaltò la decisione nel gennaio 2002, confermata poi dalla Cassazione nel 2003, condannandolo a 30 anni. Dopo anni di detenzione, benefici e semilibertà, Diamante oggi vive a Genova, lavora nel settore della ristorazione e si trova di nuovo coinvolto in un’inchiesta, questa volta non come autore di un crimine, ma come presunta vittima di appropriazione indebita.
