Garlasco, i «plurimi indizi» sul movente di Sempio, il nodo del Dna e la dinamica dell’omicidio: quali sono le piste degli inquirenti

Mancano sei giorni al termine ultimo entro cui la genetista Denise Albani dovrà depositare sul tavolo della gip di Pavia Daniela Garlaschelli la relazione definitiva sulle analisi del Dna condotte durante l’incidente probatorio per il giallo di Garlasco. La relazione in cui la perita nominata dalla giudice metterà nero su bianco l’altissima compatibilità tra il cromosoma Y del materiale genetico trovato sotto alle unghie del cadavere di Chiara Poggi e quello di Andrea Sempio. O meglio della linea paterna della famiglia Sempio, di cui l’unico membro maschile che frequentava la villetta di via Pascoli era però proprio il 37enne indagato per omicidio. Poi, due settimane dopo, il 18 dicembre è prevista l’udienza che chiuderà l’incidente probatorio. In quella circostanza le parti si sfideranno a colpi di perizie, per tentare di escludere dal probabile processo alcune prove. E in cui, forse, la procura inizierà a scoprire alcune carte finora tenute ben coperte. Come il movente.
La battaglia sul Dna, tra contatto diretto e indiretto
La battaglia tra accusa e difesa inizierà proprio da quel Dna, individuato su due unghie delle due mani della 26enne massacrata nel salotto di casa sua e abbandonata al fondo delle scale che conducono alla tavernetta il 13 agosto 2007. Per Gianluigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali dei genitori e del fratello di Chiara Poggi, quel Dna è inutilizzabile e i risultati ottenuti da Denise Albani, basati sulla biostatistica, sarebbero «nulli». Nonostante il metodo sia affermato a livello internazionale, per loro dovrebbero rimanere validi i responsi di Francesco De Stefano, che nel 2014 aveva definito quel materiale genetico ormai degradato e dunque non comparabile. Altra difesa quella di Liborio Cataliotti e Angela Taccia, difensori di Sempio, che punteranno a definire quel Dna come «da contatto indiretto». Per questo nelle scorse settimane hanno lavorato per stilare un elenco di oggetti che il loro assistito potrebbe aver toccato nella villetta dei Poggi e che la vittima avrebbe poi manipolato. Per l’accusa, invece, il Dna sarebbe da contatto diretto dato che – nella loro ipotesi – il fatto che non ci fossero tracce genetiche dei familiari e dell’allora fidanzato Alberto Stasi sulle dita di Chiara Poggi escluderebbe un trasferimento indiretto.
Il movente «ricostruito», gli indizi su Sempio e le consulenze
Ma si andrà ben oltre il Dna. L’impronta 33, quella del palmo lasciato sul muro sopra le scale che danno sulla taverna della villetta, è stata attribuita dalla procura di Pavia ad Andrea Sempio. E per i consulenti nominati dai difensori di Alberto Stasi conterrebbe sangue, nonostante i risultati del 2007 avessero escluso la presenza di tracce ematiche e non sia più possibile fare analisi sull’intonaco andato ormai perduto. Saranno all’ordine del giorno anche la consulenza di Cristina Cattaneo, la celebre anatomopatologa che ha esaminato da zero i rilievi compiuti all’epoca sul corpo di Chiara Poggi, e la Blood pattern analysis del Ris di Cagliari, che analizzando gli schizzi di sangue ha permesso di ricostruire la dinamica dell’aggressione. A tutto ciò la procura aggiungerà numerosi elementi: le verifiche sul presunto alibi di Sempio – lo scontrino di un parcheggio di Vigevano –, gli interrogatori dei tre ex difensori dell’indagato e quelli dei magistrati di allora, che nell’ipotesi della procura di Brescia avrebbero archiviato le accuse a carico del 37enne dietro al pagamento di una mazzetta. Dovrà anche uscire il possibile movente, che i magistrati pavesi sostengono di aver già ricostruito nel dettaglio basandosi su «plurimi indizi a carico di Sempio».
