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Figlio dell’ex rettore vince il concorso da solo e diventa prof a 33 anni, Crisanti: «Da sempre fanno i bandi ad personam. Vi spiego come i ricercatori gonfiano le pubblicazioni»

20 Dicembre 2025 - 16:20 Ugo Milano
andrea crisanti tesla
andrea crisanti tesla
Le dichiarazioni del microbiologo e docente all'università di Padova dopo il caso di Verona: «Sono cose che si ripetono all’infinito, ma così non va bene»

«Sono anni che dico che il metodo di reclutamento universitario italiano è radicalmente sbagliato, ogni concorso è fatto su misura per qualcuno». Andrea Crisanti, microbiologo e docente all’università di Padova e all’Imperial College di Londra, oggi senatore del Partito Democratico, torna a denunciare le criticità del sistema accademico. In un post sui social, che riprende un suo discorso in Parlamento, Crisanti ribadisce la necessità di trasparenza nei bandi universitari, una battaglia che porta avanti da anni. La questione è tornata al centro del dibattito pubblico dopo il caso del concorso vinto da Riccardo Nocini, figlio dell’ex rettore dell’Università di Verona Pier Francesco Nocini. A soli 33 anni, con 242 pubblicazioni all’attivo, Nocini junior è diventato professore ordinario di otorinolaringoiatria al dipartimento di scienze chirurgiche odontostomatologiche e materno infantili (Discomi), nonché unico candidato a partecipare alla selezione.

«Sono cose che si ripetono all’infinito»

«Non conosco il caso specifico, ma sono cose che si ripetono all’infinito. La nuova riforma non cambierà le cose», dichiara Crisanti a Roberta Polese del Corriere della Sera. Il docente ricorda la sua esperienza. In Italia divenne professore a 47 anni, dopo ripetuti tentativi falliti ai concorsi: «Ormai all’università tutti sanno che si fanno i bandi ad personam, nessuno si stupisce più, ma non può essere così».

Le pubblicazioni gonfiate

Crisanti segnala anche la questione delle pubblicazioni scientifiche, spesso gonfiate: «Vi spiego come funzionano le pubblicazioni. Mi è capitato più di una volta che gli specializzandi venissero da me per chiedermi di poter aggiungere la loro firma ai miei lavori, che venivano pubblicati nelle riviste scientifiche, io li ho mandati via tutti, facevo firmare solo le persone che avevano effettivamente lavorato con me, ma c’è chi si presta, e si crea un giro di firme che poi non corrispondono ad un vero lavoro di ricerca… In questo modo l’università perde credibilità, i ragazzi se ne vanno all’estero e non tornano più».

Il caso di Verona

Il concorso per la cattedra di professore ordinario di otorinolaringoiatria all’Università di Verona ha visto la partecipazione di un solo candidato, Riccardo Nocini, già coinvolto in attività didattiche nel Dipartimento Discomi. Fino a due giorni prima della pubblicazione del bando, a capo dell’ateneo risultava Pier Francesco Nocini. La coincidenza ha fatto scattare l’allarme tra associazioni di ricercatori e specializzandi, che hanno segnalato il caso all’Autorità nazionale anticorruzione, chiedendo alla nuova rettrice Chiara Leardini di sospendere l’incarico. La questione si costruisce su comunicazioni nascoste e modifiche successive al bando. Pier Francesco Nocini, diventato rettore nel 2019, mantenne legami con il Dipartimento Discomi, creando anche un nuovo dipartimento da lui voluto nel 2023. Il concorso, inizialmente riservato a candidati esterni, ha subito modifiche che hanno permesso la partecipazione del figlio del rettore, trasformando di fatto la selezione in un presunto processo ad personam, e aggirando così il divieto previsto dalla riforma Gelmini per i parenti fino al quarto grado del rettore. O almeno questo è quanto è stato segnalato all’Anac.

«Un professore non dovrebbe insegnare dove ha studiato»

Crisanti denuncia come simili pratiche compromettano la trasparenza e la meritocrazia nel mondo accademico italiano. «I bandi devono essere aperti, un professore non può studiare, fare ricerca, fare la specializzazione e poi diventare professore a contratto e infine ordinario sempre all’interno della medesima università, all’estero questa cosa è rarissima, in Italia è la regola, e non c’è alcun modo per uscire da questa modalità» conclude il senatore del Pd.

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