Il presidente della Colombia Petro stava per fare la fine di Maduro: «Poi ho telefonato a Trump»

Gustavo Petro stava per fare la fine di Nicolás Maduro. E vedere una forza d’assalto atterrare sul tetto della Casa de Nariño, la residenza presidenziale della Colombia. Dove non ci sono bunker. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito Petro tossicodipendente, delinquente, narcotrafficante e prestanome (proprio di Maduro). Lo ha inserito nella Lista Clinton revocandogli il visto. Poi però con una telefonata è cambiato tutto. I due hanno parlato per un’ora questa settimana. E al termine è arrivato l’invito alla Casa Bianca. Per un incontro che si terrà all’inizio di febbraio. Lui parla oggi in un’intervista a Repubblica del rischio concreto di fare la fine di Maduro: «Qualsiasi presidente al mondo può essere rimosso se non si allinea a determinati interessi».
Petro, Trump e Maduro
E spiega: «Qui non abbiamo nemmeno una difesa aerea. Non è mai stata acquistata perché la lotta è interna. La guerriglia non ha caccia F-16 e l’esercito non può contare su questo tipo di difesa». La minaccia ora sembrerebbe «congelata, ma potrei sbagliarmi. Non sapevamo quale azione militare avessero pianificato, sapevamo solo che ce ne era una in corso». A dirglielo è stato proprio Trump: «Durante la telefonata mi ha sussurrato che stava pensando qualcosa di brutto in Colombia. Il messaggio era che stavano già preparando qualcosa, pianificando un’operazione militare».
Prima di parlare con Trump Petro ha fissato delle regole: «La conversazione si è basata sulla possibilità che io esprimessi la mia opinione. Lui aveva solo ricevuto delle informazioni dall’opposizione tramite lo Stato della Florida, dove ha sede l’ala repubblicana più radicale. Quell’opposizione mente sulla nostra lotta al narcotraffico. Se legge quello che dice Álvaro Uribe (ex presidente colombiano) si rende conto che praticamente difende la possibilità che ci attacchino».
Un uomo pragmatico
Trump, secondo Petro, «fa quello che pensa, come me. È un uomo pragmatico, anche se più di me. A me piace parlare. Le sue opinioni su molte questioni sono molto diverse dalle mie. Ma, per esempio, sul narcotraffico non abbiamo differenze. Mi ha detto una cosa che mi è piaciuta: “So che sono state inventate molte bugie su di lei, proprio come su di me”». Poi parla di Delcy Rodríguez, la nuova presidente del Venezuela in assenza di Maduro: «Sono suo amico. Subisce pressioni sia interne che dall’esterno. L’hanno accusata di essere la traditrice. Lei vede la necessità di rafforzare l’unità latinoamericana, ma il suo compito principale dovrebbe essere quello di unire il popolo venezuelano. Se il popolo si divide, ci sarà una colonizzazione».
40 a 15
Petro sostiene che «fondamentalmente, nella nostra conversazione, io ho esposto la mia posizione per 40 minuti e lui, per 15, ha parlato di come comunicare tra di noi». E riguardo le urne che hanno incoronato Maduro, «io non ho riconosciuto quelle elezioni. Nemmeno il Brasile e il Messico. E dopo questi fatti, non potevo andare in Venezuela. E con Trump, ancora meno; è caduta ogni possibilità di mediazione. L’amministrazione Trump ha voluto fare a modo suo».
E ancora: «La questione centrale è che c’è uno scontro di visioni: la legge statunitense consente loro di entrare in un altro Paese in caso di attività criminali come il traffico di droga, ma il diritto internazionale no. Se questo principio si generalizza, potrebbe portare a una guerra mondiale. Il problema non è il Venezuela, ma la Cina: gli Stati Uniti temono la concorrenza cinese e stanno cercando energia per competere commercialmente, ma questo porterà alla guerra».
