La morte di Renee Good a Minneapolis, il caso di Ramy Elgaml e la proposta della Lega di inasprire le pene per chi non si ferma ai posti di blocco

Una «casualità», assicurano, anche se la coincidenza temporale non passa inosservata. A pochi giorni dalla morte di Renee Nicole Good, la 37enne uccisa a colpi di pistola il 7 gennaio da un agente dell’ICE mentre si allontanava dai controlli stradali, sul sito della Camera dei deputati è comparsa una proposta di legge che prevede una stretta severa per chi non si ferma al blocco della polizia. Il testo è a firma del deputato della Lega Igor Iezzi e punta a istituire «una fattispecie di reato che persegua la fuga», essendo ad oggi in Italia «quasi ammesso o consentito tale comportamento da parte del conducente di un veicolo». Si parla di un inasprimento molto severo, con pene detentive che vanno dai cinque ai vent’anni. «Ha una funzione deterrente», spiega l’onorevole ad Open.
Il caso Ramy a Piazzale Corvetto, Milano
Il testo è stato presentato l’11 luglio 2025, diversi mesi prima dell’omicidio di Renee Good, a Minneapolis, nelle settimane in cui la procura di Milano stava chiudendo le indagini sul caso di Ramy Elgaml, il 19enne morto nel novembre 2024 al termine di un inseguimento con i carabinieri, dopo essersi sottratto a un blocco stradale. «Ad oggi – si legge nel testo di Iezzi – al malvivente sarebbe più conveniente darsi alla fuga piuttosto che fermarsi al posto di controllo o di blocco». Questo perché nel nostro ordinamento la fuga «non è considerata reato, ma semplice illecito amministrativo».
Pene detentive dai cinque ai vent’anni
Così la proposta propone di introdurre un articolo ad hoc nel codice penale. Chiunque non rispetti «l’ordine di arrestare la marcia del veicolo o l’invito a fermarsi impartito dalle forze dell’ordine, continuando la marcia o dandosi alla fuga» è punito con la reclusione da uno a dieci anni. La pena aumenta da cinque a dieci anni se la fuga è commessa «al fine di occultare armi comuni da sparo, armi da guerra o simili, esplosivi, sostanze stupefacenti o nel corso di un sequestro di persona non ancora accertato».
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Ma il giro di vite è ancora più stringente: la pena sale da sei a venti anni di reclusione quando la fuga non è fine a se stessa, ma serve a «ottenere o proteggere il profitto di un altro reato, a garantirsi l’impunità o è collegata a reati particolarmente gravi», come quelli «contro la persona» (omicidio, violenza sessuale) o «contro il patrimonio» (furto, rapina).
Iezzi: «Giusto che la polizia intervenga se si sfugge ai controlli»
Il leghista spiega che la coincidenza temporale «non dipende da lui», ma è legata «alle tempistiche dei funzionari della Camera». «Il nostro è un messaggio di legalità: è meglio fermarsi piuttosto che rischiare la vita, mettendo in pericolo anche quella degli agenti e di chi si trova sulla strada». «È un discorso culturale – prosegue – non fermarsi a un posto di blocco non è una ragazzata, ma una cosa gravissima». Così, se «si fugge – aggiunge – impedendo alla polizia di svolgere il proprio lavoro, è normale e giusto che gli agenti intervengano per cercare di fermare il veicolo».
«Gli agenti Usa hanno molto da imparare dalla polizia italiana»
Il deputato del Carroccio lancia un messaggio oltreoceano: anche se «non sempre le forze dell’ordine hanno torto e il più delle volte i loro comportamenti nascono da motivazioni reali», gli agenti statunitensi «avrebbero molto da imparare da quelli italiani, perché un episodio del genere in Italia difficilmente sarebbe accaduto: le forze di polizia italiane hanno un livello di addestramento decisamente migliore». Non perché «le leggi siano diverse», aggiunge, ma perché «i nostri agenti di polizia hanno una formazione di primo livello e sono invidiati in tutto il mondo» e «difficilmente perderebbero il controllo».
