Iran, il fiume della protesta in piazza anche a Milano: «Morte a Khamenei, Trump aiutaci tu» – Il video
«Morte al Dittatore!», «Make Iran Great Again», «Torni Pahlavi!». Mentre si stringe la morsa degli Ayatollah sui manifestanti che da ormai oltre due settimane riempiono le strade dell’Iran, a scendere in piazza per spingere il crollo del regime sono anche gli iraniani all’estero. Inclusa la diaspora che vive in Italia. A Roma come a Milano sono centinaia, tantissimi giovani, ma non solo, e si sgolano come forse non mai nel momento in cui vedono per la prima volta a portata di mano la possibilità che il regime teocratico crolli sotto il peso del dissenso. Nel capoluogo lombardo il luogo scelto per la manifestazione, sotto lo sguardo vigile di polizia e Digos, è il consolato americano. Inequivocabile il messaggio. «Trump, agisci ora!» gridano a più riprese rivolti a quella bandiera Usa che sventola dal palazzone di Turati. Mentre il fiume di dimostranti s’ingrossa e la folla prende coraggio, sui telefonini di qualcuno rimbalza l’annuncio che il presidente Usa ha appena dato in mondovisione a modo suo, su Truth. «Prendete il controllo delle istituzioni, stiamo per aiutarvi», manda a dire Trump. Un ragazzone col cappuccio si fa largo tra la folla e legge, quasi urla il testo del messaggio. È un boato di approvazione. La diaspora spera, prega. Anche se su cosa esattamente dovrebbero fare gli Usa non tutti sono d’accordo.

Il massacro in Iran e la speranza Trump
«Io non sono così convinta di quel che potrà fare», ammette una manifestante col giubbotto rosa e la mascherina abbassata sul volto. Come tanti, per ragioni di sicurezza. Temono gli occhi del regime e dei suoi sgherri ovunque, rappresaglie sui parenti che vivono in Iran. Altri invece della necessità della «spallata» esterna sono convinti eccome. Cosa dovrebbero fare gli americani, esattamente? «Andare a colpo sicuro contro gli uomini chiave del regime, i vertici dell’esercito, dei Pasdaran. Gli israeliani sanno perfettamente come farlo, a giugno sono arrivati a un passo dal far crollare il regime. Gli americani se vogliono pure», ci dice un esule di nome Aghion. Sarà per questo che nella piazza gremita spunta c’è spazio pure per un’enorme bandiera israeliana, accanto alle decine di vessilli dell’Iran – quelli con il leone al centro che rappresentavano il Paese prima della rivoluzione islamica del 1979. La gente innalza cartelli e gigantografie dell’erede al trono della monarchia decaduta, il principe ereditario Reza Pahlavi. L’unico considerato in grado di traghettare il Paese verso un futuro diverso dopo la caduta del regime. Prima però serve che arrivi il colpo di grazia, e nessuno crede possa arrivare da dentro. «Gli americani devono eliminare Khamenei. Se muore lui, crolla tutto», ci dice ancora Aghion, ancora scosso dopo aver parlato con due amici riusciti a lasciare il Paese e riparare a Istanbul. Laggiù è un massacro, raccontano.

L’ora della svolta per il regime
Shahrzad, una ragazza minuta e sorridente che sventola a sua volta un cartello di ringraziamento preventivo a Trump, è un po’ più combattuta. Un intervento esterno, magari dal cielo? «Non lo so se potrà funzionare, ma che alternativa abbiamo? Stanno ammazzando la nostra gente a migliaia». 12mila morti dall’inizio delle proteste, è il numero che circola con insistenza, molto di più delle poche centinaia di vittime dei bilanci ufficiali. Ma il conteggio è impossibile perché il Paese è pressoché isolato, Internet spento, la rete telefonica a singhiozzo. Eppure rispetto alle altre ondate di protesta degli anni scorsi tutto è diverso, questa volta il regime pare solo e terrorizzato, la gente ci crede. Ed è disposta a rischiare. Anche puntando sul figlio dello Scià deposto dagli Ayatollah nel 1979 e ora attivissimo nel tentare di «tele-guidare» la protesta dagli Usa. «Pahlavi ha assicurato che tornerà non per governare, ma per guidare la transizione, e poi il popolo sarà libero di scegliere chi e come guiderà il nuovo Iran», ci dicono in tanti. Prima però c’è da vedere che «carte» ha in mano Trump, e come se le giocherà nella partita internazionale potenzialmente più rischiosa del suo secondo mandato.
