Lorenzo Mottura (Edison): «Bene il piano del governo sul nucleare. La crisi climatica ha fatto cambiare idea agli italiani sul tema» – L’intervista
Il 2026 potrebbe essere l’anno in cui prende forma il progetto del governo italiano di reintrodurre il nucleare nel mix energetico. A gennaio dello scorso anno, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha svelato i piani dell’esecutivo, che punta soprattutto sui piccoli reattori modulari per metterli a disposizione dell’industria, in particolare quella pesante. «È un percorso positivo che costituisce una svolta epocale rispetto all’immobilità del passato, ma i tempi sono importanti e non c’è spazio per dilazioni», avverte in questa intervista a Open Lorenzo Mottura, executive vice president della divisione Strategy, Corporate Development & Innovation di Edison, una delle aziende più attive nel settore.
Quali sono gli investimenti e i progetti in corso di Edison sul nucleare?
«Edison è stato tra i primi operatori a riaprire una riflessione in Italia sull’impiego del nuovo nucleare nel nostro Paese. Sappiamo che il sistema energetico non può fondarsi solo sulle fonti rinnovabili per via della loro intrinseca intermittenza, ma deve prevedere una quota di generazione programmabile e flessibile. Secondo gli scenari che abbiamo elaborato questa quota deve essere non inferiore al 20% del mix: se almeno la metà provenisse dal nuovo nucleare il vantaggio in termini di sostenibilità economica, ambientale, nonché di competitività delle filiere e autonomia strategica, sarebbe significativo. Edison è motore e al tempo stesso attore di questa riflessione insieme alle istituzioni e alle eccellenze italiane del settore».
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A che punto siete con il vostro piano di riduzione delle emissioni?
«Il Piano Strategico di Edison prevede di raggiungere l’obiettivo del 90% di energia elettrica decarbonizzata al 2040 grazie agli investimenti nella generazione da fonti rinnovabili e in sistemi di flessibilità e, laddove le condizioni per il ritorno del nucleare in Italia lo consentiranno, alla realizzazione di due impianti SMR entro il 2040».
Qual è il livello di maturità tecnologica degli small modular reactors (Smr)?
«Gli impianti Smr sono basati su tecnologie di terza generazione ormai consolidate. Si distinguono da quelli tradizionali per le dimensioni ridotte, la modularità e la standardizzazione dei componenti, consentendo tempi di costruzione e di installazione più rapidi e un maggiore contenimento dei costi. Le loro caratteristiche permettono di installarli in prossimità dei distretti industriali, sfruttando la loro capacità cogenerativa: gli SMR oltre a produrre elettricità, possono fornire calore ad alta temperatura per processi industriali, teleriscaldamento, produzione di idrogeno, contribuendo dunque alla decarbonizzazione di settori energivori».
Quando li vedremo in funzione in Europa?
«Attualmente le centrali SMR sono in fase di industrializzazione con oltre 80 progetti attivi a livello mondiale e potrebbero entrare in funzione in Europa nel prossimo decennio».

Gli investimenti in nucleare non rischiano di distrarre risorse dallo sviluppo delle rinnovabili?
«Le rinnovabili offrono il vantaggio di un minor costo di produzione dell’energia, nel tempo occorre incrementare gli investimenti in stoccaggio e rete di distribuzione, aumentando i costi di sistema, con il rischio di renderlo non sostenibile. Il nuovo nucleare è l’alleato ideale delle rinnovabili: potrà garantire una quota di energia elettrica programmabile a costi fissi e competitivi, complementare alle energie green, concorrendo dunque ad abbassare i costi complessivi di sistema e riducendo la volatilità dei prezzi».
Quali sono le ricadute industriali ed economiche di un ritorno al nucleare in Italia?
«Il nuovo nucleare può costituire un motore di sviluppo economico significativo del nostro Paese, grazie alla possibilità di far leva sulle competenze nazionali e sulle oltre 70 aziende che attualmente operano nel settore. Secondo un’analisi congiunta con The European House Ambrosetti e Ansaldo Nucleare, il nuovo nucleare, con una quota del 10% nel mix energetico nazionale, potrà abilitare un potenziale impatto economico complessivo per il sistema-Paese di oltre 50 miliardi di euro al 2050 e circa 120.000 nuovi posti di lavoro tra diretti ed indiretti».
Qual è oggi il Paese più attivo sul fronte dell’energia nucleare e come vede il ruolo dell’Europa?
«La Francia ha sicuramente un ruolo di leadership in Europa nella filiera nucleare. Tra l’altro è il Paese che più sta investendo nel riutilizzo del combustibile nucleare esausto: ad oggi, infatti, il 10% dell’elettricità francese da fonte nucleare tradizionale è prodotta utilizzando un combustibile derivato dal riciclo dei rifiuti nucleari chiamato Mixed Oxide Fuel (Mox). Un approccio particolarmente innovativo che, se adottato anche negli altri Paesi, permetterebbe di ottimizzare i costi e ridurre l’onere legato alla gestione dei rifiuti nucleari, favorendo lo sviluppo di un’economia circolare anche nel nucleare».
Il Governo ha approvato un piano per reintrodurre il nucleare e punta a definire un quadro legislativo entro il 2027. Come valutate questo percorso normativo?
«È un percorso positivo che costituisce una svolta epocale rispetto all’immobilità del passato. Quando la legge delega proposta dal Mase sarà approvata dal Parlamento, ci saranno tutte le condizioni per far ripartire il nucleare attraverso i decreti legislativi, su cui per altro sono già in corso le prime riflessioni. Ma i tempi sono importanti e non c’è spazio per dilazioni: se si vuole mettere in produzione il primo impianto nucleare SMR entro il 2035 è fondamentale rendere operativa nel corso del 2027 l’Autorità di Sicurezza Nazionale Italiana, dotandola di tutte le competenze nucleari necessarie, anche facendo leva sulle competenze di molti italiani che oggi lavorano all’estero in ambito nucleare con posizioni di grande rilievo ed espressione di grande competenza».

Vi aspettate novità anche dall’Ue per accelerare sul nucleare?
«Il contesto geopolitico sta evolvendo rapidamente e le attese di crescita del fabbisogno energetico per l’elettrificazione e i data center impongono una riflessione profonda a livello europeo sul mix e sull’indipendenza energetica. In questo contesto un importante contributo può essere fornito dall’energia da fonte nucleare, ma serve strutturare un programma industriale europeo che valorizzi le competenze a beneficio dello sviluppo industriale. Affinché non rimanga soltanto l’iniziativa di singoli stati membri, è necessario far evolvere la regolazione europea verso una maggior integrazione energetica e verso lo sviluppo di schemi di supporto per lo sviluppo della tecnologia nucleare europea».
Uno dei nodi più critici del nucleare, che spaventa anche alcuni suoi sostenitori, è la questione economica. Come si fa in modo che non ricada sulle bollette di famiglie e imprese?
«La soluzione è un mix equilibrato che unisce i benefici delle rinnovabili in termini di riduzione di costi di produzione e i benefici della capacità programmabile che invece limita gli extra costi di sistema indotti dalle rinnovabili non programmabili. La disponibilità di energia stabile, economica e decarbonizzata, resa possibile dal nucleare, è un fattore determinante per abbassare il costo dell’energia per i cittadini e anche per la capacità delle imprese di mantenere la propria competitività sui mercati domestici e internazionali. Inoltre, dal momento che il nucleare consente di sostituire la generazione termoelettrica di energia elettrica, riduciamo la dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti delle fonti fossili e insieme la volatilità del prezzo indotta dai contesti geopolitici. Dunque, prezzo ridotto e maggiore stabilità concorrono non solo ad abbassare il costo per cittadini e imprese ma anche a garantire maggiore competitività del sistema italiano».
Il nucleare ha una storia complessa in Italia. L’opinione pubblica è pronta ad abbracciarlo di nuovo?
«Il nucleare in Italia è stato frenato per lo più da questioni di accettabilità sociale. Tuttavia, occorre osservare che la percezione degli italiani sul tema è variata negli ultimi anni. L’analisi condotta dall’osservatorio SWG presentata nell’ottobre 2025 mostra che il 48% degli intervistati è favorevole all’uso del nucleare come fonte energetica, mentre solo il 30% si oppone, con un 22% di indecisi. Emerge un forte bisogno di informazioni, con una maggioranza che si ritiene scarsamente o per nulla informata, in particolare riguardo agli SMR e alla gestione dei rifiuti. Pertanto, prima di un qualunque reale ritorno al nucleare, risulta essenziale promuovere iniziative di divulgazione pubblica che permettano di capire la nuova tecnologia e apprezzare i benefici che porta. In Italia oggi anche il contesto è cambiato: l’emergenza climatica, i prezzi dell’energia e le crisi geopolitiche hanno aperto nuovi spazi di riflessione».
Foto copertina: EPA/Jim Lo Scalzo | L’impianto nucleare di Three Mile Island a Middletown, in Pennsylvania
