Garlasco, la genetista Albani smonta la perizia De Stefano del 2014: «Non farei uguale». Tutti i limiti e le criticità nel verbale dell’incidente probatorio

«Lei oggi farebbe uguale?». «No, non farei uguale». Lo scambio di battute tra l’avvocato Liborio Cataliotti, legale di Andrea Sempio, e la genetista Denise Albani la dice lunga sulle modalità con cui venne elaborata la perizia firmata dal professor Francesco De Stefano nel 2014, sul Dna estratto dai margini ungueali di Chiara Poggi. Il passaggio è contenuto nel verbale di 65 pagine, visionato da Open, dell’udienza dell’incidente probatorio, che si è tenuta il 18 dicembre 2025 a Pavia, davanti alla giudice Daniela Garlaschelli, nella quale si sono tirate le somme sull’indagine che vede Sempio accusato dell’omicidio della giovane di Garlasco. Dopo aver illustrato le attività svolte sia sui nuovi reperti sia su quelli già analizzati dal RIS di Parma nel 2007, la dottoressa Albani è poi entrata nel merito della perizia di De Stefano su cui si è trovata a lavorare, spiegandone, pur nel massimo rispetto nei confronti del collega, criticità e limiti.
Il nodo della quantificazione (mancante) del Dna nella perizia De Stefano
Albani ha sottolineato alcuni punti critici nella metodologia seguita dal perito De Stefano. A partire dalla mancata quantificazione del Dna, per capire quanto fosse il materiale biologico di partenza e lo stato di degradazione. Fase che De Stefano, in accordo con i consulenti, decise di saltare per non sacrificare parte del campione stesso. «L’ovvia fase successiva – spiega Albani in udienza – che garantisce poi un corretto approfondimento delle fasi che vengono a cascata, sarebbe stata quella di procedere a una quantificazione del DNA, cioè, sostanzialmente capire quanto fosse il materiale biologico in termini di concentrazione presente a livello dei margini ungueali, sia per quanto riguarda il DNA autosomico, sia per quanto riguarda la componente maschile. Probabilmente ai tempi era un’analisi molto particolare, ma nel 2007 il RIS l’ha eseguita. Nel 2014 il professor De Stefano ritiene, in accordo con i Consulenti, di bypassare la fase di quantificazione del DNA, per non sacrificare quota dell’estratto, quindi sostanzialmente passa direttamente alla fase di amplificazione del DNA. Sappiamo tutti oggi che la fase di quantificazione è una fase fondamentale, perché non soltanto ci dà contezza di quella che è la concentrazione del DNA presente all’interno di un campione biologico, ma ci dà anche indicazioni precise su quello che è il grado di degradazione di quel campione biologico, quindi sono purtroppo tutte informazioni che allo stato attuale non ci sono sostanzialmente, e trattandosi di un’attività irripetibile, ovviamente non si può tornare indietro.»
La tipizzazione
Tra gli altri nodi c’è l’analisi del Dna dai margini ungueali, che di fatto ha confermato la presenza del profilo genetico della vittima, ma non ha permesso di ottenere dati utili sulla componente maschile. Le sessioni di tipizzazione, condotte da De Stefano nel 2014, hanno utilizzato nove margini ungueali, distruggendo però il materiale e rendendo impossibile distinguere tra sopra e sotto le unghie o tra singoli margini. Inoltre, il laboratorio a cui il perito si era affidato all’epoca non era accreditato secondo gli standard ISO/IEC 17025, ma, dice Albani, De Stefano ha seguito tutte le cautele per evitare contaminazioni. Il punto di partenza dell’estrazione era di 10 microlitri per ciascun margine, dato fondamentale che ha condizionato tutte le fasi successive dell’analisi genetica.
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Il nodo dei 40 giorni tra sessioni di tipizzazione
A rimarcare le imperfezioni della perizia del Stefano c’è anche il fattore temporale: «Sono trascorsi 40 giorni dall’avvio delle operazioni del 9 di luglio, al 18 d’agosto, cioè da quando materialmente si è iniziato con la prima sessione di tipizzazione autosomica, all’ultima sessione di tipizzazione Y. Ovviamente, questi giorni implicano che le provette che vanno di per sé conservate in congelatore, siano state precongelate, scongelate, e quindi non si può chiaramente non tener conto di questi tempi dilatati in cui sono state chiaramente seguite le attività».
L’intervento di Liborio Cataliotti
Il legale Cataliotti ha rimarcato la questione: «Allora, questi lei ritiene di poterli classificare come errori procedurali veri e propri?» riferendosi al fatto che «non si era proceduto con la fase di quantificazione del DNA» e che «le sessioni di tipizzazione del DNA autosomico e del cromosoma Y sono state realizzate in un arco temporale di circa 40 giorni con eventuali potenziali effetti sulla degradazione e sugli esiti finali di caratterizzazione». Albani ha spiegato che si trattava di strategie adottate dal professor De Stefano: «Sono state delle strategie adottate con dei probabili tentativi eseguiti sulla scorta di un laboratorio, che ai tempi non aveva un metodo che imponesse delle attività ben determinate. Nel mio caso, per esempio, mi sono dovuta attenere in maniera estremamente rigorosa al metodo, anche qualora mi sono state fatte delle richieste da alcune parti di discostarmi, ma il metodo funziona proprio perché dà garanzia che quel laboratorio dia dei risultati affidabili e certi. Queste sono state delle strategie che il professor De Stefano ha deciso di adottare. Risulta essere agli atti che le abbia condivise con i consulenti, perlomeno la parte di non quantificazione, e le fasi di tipizzazione del DNA sono avvenute o alla presenza o comunque con condivisione delle parti».
Il Dna di Andrea Sempio
La perizia di Albani ha inoltre stabilito la compatibilità genetica in linea paterna con Andrea Sempio, ma ha certificato che il DNA era «misto, degradato e non consolidato», rendendo impossibile un’identificazione univoca dell’indagato. Quello che emerge, di fatto, anche dai verbali dell’udienza è la complessità tecnica delle analisi genetiche sui margini ungueali, la delicatezza del materiale e le criticità legate alla metodica adottata nel 2014. Albani ha sottolineato come i progressi scientifici rendano oggi possibile una gestione più precisa del Dna subungueale, evidenziando differenze significative rispetto alle scelte del perito originale.
«Quello che sono le conclusioni è che, per l’appunto, le strategie che sono state adottate nel 2014, gli atti che mi sono stati forniti, tutto ciò che io ho avuto nelle disponibilità, mi hanno sostanzialmente portata a concludere che, la mancata quantificazione del Dna che è acclarata, mi hanno portato a concludere che: le sessioni di tipizzazione sono state eseguite in condizioni che non possono essere intese come repliche, quindi in condizioni indipendenti, che pertanto non è possibile ottenere un profilo consenso che sia affidabile e certo». La perita precisa che si trattava di «aplotipi, quindi non identificativi di un singolo soggetto, ma afferenti ad un lignaggio paterno. Trattasi di aplotipi misti parziali, dove non c’è stata la piena tipizzazione di tutte le porzioni del DNA analizzate. Trattasi di aplotipi misti parziali non consolidati».
Poi puntualizza: «Qualora noi avessimo avuto un aplotipo completo, consolidato, attribuibile ad una singola fonte, quindi, anche qualora noi avessimo eliminato il problema del non consolidato con repliche di tipizzazione, avessimo eliminato il problema della parzialità con un aplotipo completo, avessimo eliminato il discorso relativo al misto, in quanto attribuibile ad una singola fonte, non si può uscire dal seminato, tale per cui il cromosoma Y non serve per identificare un singolo soggetto».
Infine, la perita conclude sottolineando i limiti della ricostruzione: «Per concludere, oltre a tutto ciò, non è possibile attualmente con le metodologie disponibili allo stato attuale, comprendere quando, quindi datare il momento in cui sia avvenuta la deposizione del materiale biologico. Per quanto riguarda le informazioni che noi abbiamo avuto, non è possibile né capire quel materiale biologico a quale dito di ogni singola mano sia attribuito, né tantomeno se derivi dalla parte superiore o della parte, diciamo, sopra o sotto le unghie della vittima».
