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Che tempo che fa, Alberto Trentini: «423 giorni in una cella di 2 metri per 4 e una latrina. Mi hanno interrogato con la macchina della verità» – Il video

01 Febbraio 2026 - 21:48 Alessandra Mancini
Dopo 423 giorni di detenzione in un carcere in Venezuela, il cooperante veneto parla per la prima volta dalla sua liberazione: «Ci dissero che eravamo delle pedine di scambio»

Maglietta nera, occhi sorridenti ma visibilmente commossi. Alberto Trentini è stato accolto con un lungo applauso nello studio di Che tempo che fa. È la sua prima intervista dalla liberazione del 12 gennaio, dopo 423 giorni trascorsi in carcere in Venezuela senza che fosse mai formalizzata un’accusa. «Come sto? Abbastanza bene – risponde -. Ho avuto tempo di riposare». Nel pubblico, insieme a lui, la mamma Armanda Colusso e la sua legale, Alessandra Ballerini. Il cooperante veneto ha ripercorso quei giorni drammatici, cominciati a un posto di blocco di Guasdualito, nel sud del Venezuela, al confine con la Colombia. «Mi hanno chiesto il passaporto, hanno visto che ero italiano e questo li ha insospettiti. Mi hanno sequestrato il telefono, portato in una stanza e interrogato per quattro ore», spiega. Da lì, l’arresto. Solo mesi dopo ha capito di essere un ostaggio. «Verso gennaio dell’anno scorso, senza tanti giri di parole, il direttore del carcere ci ha detto che eravamo delle pedine di scambio».

La detenzione «durissima»

La detenzione è stata estremamente dura. Per oltre 400 giorni Trentini ha vissuto in una cella minuscola, «circa 2 metri per 4», dotata solo di «una buca usata come latrina e doccia» e condivisa con un’altra persona. L’acqua era disponibile soltanto due volte al giorno, le possibilità di svago quasi inesistenti. Una svolta psicologica importante è arrivata solo con la possibilità di una telefonata alla famiglia, dopo mesi di isolamento. Sapere che i suoi genitori stavano bene, o quantomeno «benino», gli ha permesso di ritrovare lucidità mentale. «Prima – prosegue Trentini – i miei pensieri erano confusi, concentrati solo su come uscire».

Da quella chiamata in poi ha lentamente ritrovato razionalità. «Ho recuperato un paio di occhiali di fortuna» dopo che gli erano stati sequestrari. «E alcuni detenuti colombiani mi hanno regalato una scacchiera, con le pedine, fatta con carta igienica sapone e acqua. Un bel regalo – sottolinea -, che mi consentiva di interagire con le altre celle». I carcerieri, invece, indossavano sempre passamontagna scuri, «per impedire che si instaurassero contatti umani con i detenuti».

La violenza fisica e la macchina della verità

Pur confermando di non aver subito violenze fisiche – riservate, a suo dire, a chi veniva considerato colpevole di qualcosa -, «mentre psicologiche sì», Trentini ha ricordato di essere stato sottoposto a sedute con la macchina della verità. «Sono stato incappucciato e portato in una casa, dove mi hanno interrogato su presunti legami con lo spionaggio e il terrorismo». La sessione con il poligrafo prevedeva dodici domande, alcune delle quali progettate per mettere in difficoltà l’intervistato, con l’obiettivo di farlo sbagliare.

Prima di essere trasferito nel carcere Rodeo 1, Trentini è stato rinchiuso nella cosiddetta “Vasca”, l'”Acquario”, nel quartiere generale del controspionaggio militare. «Una stanza con un vetro», dove, come racconta, «tu non puoi vedere cosa accade all’esterno, mentre loro possono osservare te. Sono stato lì dentro dieci giorni – precisa -. Si sta seduti dalle 6 del mattino alle 9 di sera, con l’aria condizionata al massimo, fermi e senza poter parlare. Ti danno solo un po’ di cibo e acqua e la maggior parte del tempo si occupa facendo i turni per andare in bagno». Quando Trentini è entrato, nella stanza c’erano 20 persone, quando ne è uscito 60. Paura per la sua vita? «Solo durante la fase di arresto, quando mi hanno fatto salire su una camionetta, e mi hanno portato in una strada di campagna – risponde -. Ho pensato: forse finisce qua. Poi ho avuto paura di essere torturato».

La scarcerazione e il rientro a casa

Trentini ha poi ricordato di aver «intuito che qualcosa di grave fosse accaduto, ma senza sapere esattamente cosa», in riferimento al momento in cui è stato annunciato il raid degli Stati Uniti che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro. «Se tornerò al lavoro? Mi piacerebbe molto – dice –. In questi giorni non sono stato a Venezia, per evitare il clamore mediatico, ma con la mia famiglia materna e la mia compagna. Non ho ancora incontrato mio padre di persona: l’ho visto in videochiamata, ma devo ancora abbracciarlo». Al termine dell’intervista lo studio si è riempito di applausi, mentre Trentini posava per una fotografia con Fabio Fazio e sua madre: «Bentornato Alberto».

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