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«Il 70% dei tartufi delle fiere di Alba viene dall’estero»

03 Febbraio 2026 - 08:44 Alba Romano
tartufo bianco alba
tartufo bianco alba
L'inchiesta di Report e le parole del presidente di un'associazione di cavatori: «Ciò che è stato raccolto nei Balcani o nell'Est Europa diventa - in questo caso - tartufo bianco di Alba»

Un’inchiesta di Report sul tartufo di Alba sparge dubbi sulla provenienza del tuber magnatum pico. Il tubero vede una condizione particolare: per i cambiamenti climatici la domanda aumenta e l’offerta diminuisce sempre di più. E allora c’è chi si arrangia: «Ho un’azienda agricola che affitta delle tartufaie e si autofattura il prodotto che prende» svela davanti alle telecamere un operatore anonimo. Così, tutto il tartufo che arriva da fuori può diventare prodotto da quella tartufaia.

Il tartufo di Alba

E il tartufo di Alba allora? «Alla Fiera di Alba si comprano i tartufi migliori, perché sono meticolosamente selezionati e garantiti da una commissione di giudici di analisi sensoriale», dice a La Stampa Mauro Carbone, direttore del Centro Nazionale Studi Tartufo che ha sede proprio nella capitale delle Langhe. «Sono più di vent’anni che nessuno qui fa promozione sostenendo che il tartufo bianco d’Alba è stato raccolto proprio ad Alba». Più della provenienza, spiega, «contano la qualità e la soddisfazione del consumatore».

La tracciabilità

Il presidente del Centro Studi, Antonio Degiacomi aggiunge: «Se si rispetta la legge, c’è una tracciabilità fiscale: il raccoglitore deve rilasciare ricevuta e così il tartuficoltore e il commerciante. Ma è evidente che la stretta correlazione tra tartufaia e prodotto è complicata, in quanto si tratta di un prodotto naturale spontaneo soggetto a molteplici variabili e alla libera raccolta. Ma questo avviene anche per molti altri prodotti, a partire dal pesce pescato».

Da dove arriva il tartufo

«Come succede da anni, sono arrivati da dove ne avevano in abbondanza: Abruzzo, Basilicata, ma soprattutto Slovenia, Serbia, Romania, Turchia. Dove il freddo arriva prima. Se vuoi avere quintali di tartufo in autunno, in Piemonte, non hai altra scelta: farlo arrivare da fuori», dice invece il presidente di un’associazione di cavatori piemontesi.

«I tartufi fino a qualche anno fa si andavano a prendere direttamente all’estero. Si facevano anche due o tre viaggi. Poi le legislazioni si sono fatte stringenti, alle dogane hanno cominciato a controllare sistematicamente. Chi ha regolare fattura paga e passa, il guaio è che quando arriva in Italia ha tanto di documentazione da non poter far passare per nostro un prodotto che arriva dalla Romania o dalla Slovenia. Gli altri finiscono male: multe pesantissime e sequestro dei mezzi. So di colleghi che non hanno ancora recuperato i loro furgoni», conclude.

Il 70%

Adesso i tartufi arrivano direttamente in Italia: attraversano la frontiera, dove evidentemente nessuno controlla, e una volta in territorio italiano passano da un furgone all’altro. «A questo punto sono in Italia, chi li ha acquistati può dichiarare quel che vuole». Così, ciò che è stato raccolto nei Balcani o nell’Est Europa diventa – in questo caso – tartufo bianco di Alba. I volumi, la richiesta del mercato, sono tali che il fenomeno – stando a chi lo vive in prima persona – è tutt’altro che marginale. «Non credo di sbagliare se dico che il 70% dei tartufi che circola in Piemonte durante le fiere proviene da altre Regioni o dall’estero».