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Referendum, cambia il quesito sulla giustizia: la Cassazione dà ragione ai giuristi della raccolta firme. Si riapre la partita sulla data del voto?

06 Febbraio 2026 - 22:07 Alba Romano
I giudici hanno accolto il nuovo quesito per il referendum nella versione formulata dai promotori della raccolta firme di 500mila cittadini. Il costituzionalista Michele Ainis: «Ora la data della consultazione popolare può e deve slittare»

Cambia il quesito sul referendum sulla giustizia su cui gli italiani sono chiamati a esprimersi il prossimo 22 e 23 marzo. L’Ufficio centrale della Corte di Cassazione ha accolto il nuovo quesito per il referendum sulla riforma della Giustizia, nella versione formulata dai quindici giuristi promotori della raccolta firme di 500mila cittadini. La comunicazione arriva con un ordinanza depositata oggi presso la Suprema corte, che dispone anche la comunicazione immediata «al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle Camere, al Presidente del Consiglio dei ministri e al Presidente della Corte costituzionale», nonché ai promotori della raccolta firme che hanno chiesto il nuovo quesito e ai tre delegati parlamentari.

Cosa cambia tra i due quesiti

Dietro il cambio di quesito c’è una questione tecnica. Secondo i giuristi promotori della raccolta firme, è obbligatorio indicare gli articoli della Costituzione – sette in totale – modificati dalla riforma. L’articolo 16, infatti, stabilisce che per le leggi di revisione costituzionale il quesito deve essere il seguente: «Approvate il testo della legge di revisione dell’articolo… (o degli articoli…) della Costituzione, concernente… (o concernenti…), approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero… del… ?». La proposta originale, invece, non indicava esplicitamente gli articoli modificati.

La battaglia sulla data del referendum

La decisione della Cassazione potrebbe riaprire la questione relativa alla data del referendum. «Penso che possa e che debba slittare. Se questo non avverrà sarà possibile sollevare, da parte del comitato per le 500mila firme, un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta», spiega l’esperto costituzionalista Michele Ainis, professore emerito di Istituzioni di diritto pubblico all’università di Roma Tre. I promotori della raccolta firme avevano fatto ricorso al Tar del Lazio contro la decisione del governo di convocare le urne il 22 e 23 marzo, sfruttando la richiesta dei parlamentari, prima che fossero trascorsi tre mesi dalla pubblicazione della legge. I giudici amministrativi, però, hanno dato loro torto.

Foto copertina: ANSA/Giuseppe Lami

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