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«2 euro e 50 cent a consegna, la bici me la pago io»: cosa c’è nell’inchiesta su Glovo e Foodinho

10 Febbraio 2026 - 07:52 Alba Romano
glovo foodinho inchiesta
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Secondo la procura le aziende sfruttano lo stato di bisogno dei rider e li pagano l'81% in meno della contrattazione collettiva

Sono ciclofattorini subordinati di fatto a un datore di lavoro che li eterodirige digitalmente. Per questo i lavoratori a partita Iva di Glovo hanno diritto a compensi e tutele diversi. La procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario Foodinho srl, la società che gestisce la piattaforma Glovo di consegna a domicilio di cibo. Secondo il pm Paolo Storari «sfrutta la manodopera» (40.000 ciclofattorini in Italia e 2.000 solo nell’area di Milano) perché, «approfittando dello stato di bisogno dei riders», li paga «fino all’81% meno della contrattazione collettiva e fino al 76% meno della soglia di povertà». Che è parametrata (attorno ai 1.245 euro al mese per 13 mensilità) su indicatori come il reddito di cittadinanza, la cassa integrazione, la nuova assicurazione sociale per l’impiego, e l’indice di povertà Istat.

L’inchiesta su Glovo e Foodinho srl

L’amministratore giudiziario regolarizzerà le «situazioni deliberatamente ricercate ed attuate» da Fooodinho srl (indagata come società, al pari dell’amministratore unico spagnolo Oscar Pierre Miquel) in «una politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità» teoricamente cristallizzate «nel modello organizzativo». Che è invece «inidoneo a garantire che si verifichino pesanti sfruttamenti lavorativi riconducibili alla fattispecie penale dell’articolo 603». Cioè al reato di caporalato. La maggior parte dei fattorini lavora per 9/10 ore al giorno per sei giorni a settimana e riceve un reddito netto sotto la soglia di povertà.

40 mila lavoratori

Si tratta di 40 mila lavoratori. Mentre dopo le indagini 36 società hanno internalizzato 52.470 lavoratori (secondo i dati Inps) prima in balia di società-serbatoio. E saldato i conti con il fisco per un miliardo e 72 milioni di euro. I lavoratori di Glovo arrivano in gran parte da Pakista, Bangladesh e Nigeria. Hanno permessi di soggiorno precari. E 41 di loro si sono presentati a deporre. Le testimonianze le riporta oggi il Corriere della Sera: Ahmed: «Mi sento un numero per la piattaforma. E se mi rubano la bici o la batteria, tutte le spese sono a carico mio». Hassan: «Uso una bicicletta elettrica che ho acquistato io, ricevo in media 2 euro e 50 centesimi a consegna, con incrementi legati alla distanza o ai fine settimana e penalizzazioni in caso di ritardo, circa 10/15 consegne al giorno con punte anche di 20/25 percorrendo tra i 50 e 60 km., rimango collegato all’app per circa dodici ore al giorno dalle 10 alle 22». Muhammad: «Sono costantemente geolocalizzato con il gps, se sono in ritardo Glovo mi chiama per sapere perché sono fermo o perché non sto consegnando».

Il responsabile privacy

Il general manager per l’Italia in una causa di lavoro sull’assenza di un archivio con i dati sui turni (indispensabili ai rider per provare a chiedere in Tribunale il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato o eterodiretto dal committente), rispondeva che «il nostro garante della privacy ci ha detto di cancellare tutti i dati e così è stato fatto». E come si chiama costui? «Non ricordo il nome del responsabile privacy».

Il mercato delle consegne a domicilio

Il mercato degli alimentari a domicilio, tra ristoranti, supermercati e negozi, ha un valore di consegna di quasi 5 miliardi l’anno nel 2025. I dati sono dell’osservatorio eCommerce B2C Netcomm della scuola di management del Politecnico di Milano. E i guadagni? Su uno scontrino da 30 euro si può stimare che 21 finiscano al ristorante e 9 alla piattaforma che ha gestito la consegna (circa il 30%). Ad affermarlo alcuni studi di settore. Dei 9 euro che vanno alla piattaforma, 4 servono per pagare un compenso lordo al lavoratore, 4 per coprire spese di marketing e gestione, 1 è la marginalità della piattaforma.