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Smart working addio? Da Stellantis a Ubisoft il ritorno in ufficio inquieta i lavoratori. Ecco cosa c’è dietro lo stop al lavoro da casa

11 Febbraio 2026 - 17:24 Simone Disegni
Due grandi aziende nell'arco di pochi giorni ordinano il rientro in ufficio, sindacati in protesta. Gli esperti a Open: «Il modello ibrido funziona»

Basta stare a casa in pantofole (e pc), il Coronavirus è storia di sei anni fa, oggi è tempo di tornare in ufficio. È il messaggio brusco che hanno ricevuto negli ultimi giorni i dipendenti di più di un’azienda attiva in Italia. Il gruppo dell’auto Stellantis, per bocca dell’Ad Antonio Filosa in persona, ma pure la casa produttrice di videogiochi Ubisoft, che in Italia ha sede ad Assago (Milano). E nelle ultime settimane a seguire almeno in parte l’esempio di colossi come Amazon, Meta o Goldman Sachs, che dallo scorso anno hanno deciso il ritorno dietro la scrivania per i dipendenti, sono stati pure Electrolux (in Italia produce a Susegana, Treviso) e – nel settore pubblico – lo stesso Palazzo Chigi. In tutti i casi la reazione dei lavoratori è stata del tutto analoga: stupore, amarezza, rabbia, proteste. Coi sindacati pronti a dare battaglia. Perché sei anni dopo la pandemia il ricorso al lavoro agile – per una parte variabile del tempo lavorativo settimanale – è considerato un diritto acquisito, una pratica che consente di conciliare meglio lavoro e vita privata, e pure una strategia con dimostrati benefici in termini di produttività ed efficienza per le aziende. E allora perché una grande azienda dietro l’altra preme il tasto “reset” e richiama tutti in ufficio? Cui prodest?

Cosa dicono i dati

Chi parla quotidianamente con manager e capi del personale delle aziende, a dire il vero, invita a evitare di trarre conclusioni affrettate. «Un albero che cade fa sempre molto rumore, ma questo non vuol dire che la foresta non stia continuando a crescere», avverte con una metafora Aldo Bottini, avvocato dello studio Toffoletto De Luca Tamajo e già presidente dei giuslavoristi italiani. Tradotto, spiega a Open, «non vedo al momento una marcia indietro radicale. Al contrario mi pare si stia stabilizzando un modello ibrido fondato sull’alternanza tra giorni da remoto e in presenza». Anche perché, argomenta ancora Bottini, lo smart working i lavoratori se lo aspettano: tutti i rilievi di settore confermano che è una delle prime domande poste in sede di colloquio dai candidati per nuove posizioni, specie quelli più giovani. «E oggi il primo problema per le aziende è trovare e trattenere le persone. Dunque far tornare tutti in ufficio è perfettamente legale, ma dal punto di vista gestionale non è detto sia esattamente la scelta più felice». I dati più recenti disponibili, in effetti, non registrano al momento inversioni di marcia generalizzate. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il ricorso al lavoro agile nel 2025 è cresciuto, seppur di pochissimo: +0,6%, per un una platea di beneficiari stimata in circa 3.757.000 persone. Con sfide ed equilibri sempre da oliare, certo, ma pure con un apprezzamento generale degli effetti sia da parte delle aziende che dei lavoratori.

Il ritorno in ufficio come «scusa» per licenziare?

Sorge il dubbio allora che almeno in alcuni casi la frenata, anche brusca, sulla flessibilità sugli spazi di lavoro non sia davvero una scelta che riguarda la produttività e l’efficienza, ma altri parametri. Nel caso di Ubisoft, in cui il richiamo full time in ufficio è stato comunicato nell’ambito di un piano globale di ristrutturazione per risparmiare 200 milioni di euro, sono i sindacati stessi a sospettare che dietro ci sia altro: la volontà di spingere implicitamente una parte dei lavoratori a dimettersi di fronte alle condizioni peggiorative. Il sospetto corre d’obbligo soprattutto agli attivisti in Francia, dove la società ha sede e dove licenziare «direttamente» sarebbe faccenda ben più costosa e complicata. «Certo, è possibile che questa venga usata come “strategia di alleggerimento”», commenta con Open un’altra giuslavorista esperta come Giulietta Bergamaschi (Lexellent). «Una tecnica consolidata per aziende con più sedi che vogliano tagliare è quella di “inventarsi” un trasferimento in altra sede e arrivare alla risoluzione del rapporto di fronte all’eventuale diniego del lavoratore. Questa del richiamo completo in ufficio potrebbe essere la nuova frontiera del trasferimento per agevolare licenziamenti», ragiona Bergamaschi. Sempre che l’obiettivo “vero”, alla fine, sia quello.  

L’effetto emulazione e le aspettative degli investitori

Messa così, la questione può far venire i brividi. In realtà però dai sindacati stessi fanno presente che le retromarce sullo smart working potrebbero avere altre spiegazioni, meno “razionali”. «Le aziende sono finanziarizzate e c’è una tendenza legata alle aspettative», ragiona con Open Andrea Rosafalco, che per la Fiom Cgil sta seguendo tra le altre proprio la vertenza Ubisoft. «Ci sono dei “campioni” di settore che segnano dei trend con delle scelte, come Amazon, e a quel punto si crea un’aspettativa da parte di investitori/azionisti che altri si mettano in scia». Scelte di “allineamento” per le aziende, insomma. «C’è stato il periodo d’oro della diversity, tanto per fare un esempio, e tutti investivano qualcosa su quello. Poi è cambiato il clima politico e le multinazionali rapidamente si sono adattate. Dopo la pandemia anche per un tema di gestione più efficiente di spazi e costi si è andati forte verso smart working e flessibilità. Ma oggi il clima è cambiato anche su questo e predominano nuove parole d’ordine: l’uomo forte, il controllo, la retorica dell’attaccamento all’azienda», spiega Rosafalco. Dunque il richiamo in ufficio non andrebbe visto come una scelta razionale di tipo organizzativo/produttivo, ma come un messaggio agli investitori: vi diamo quello che vi aspettate. E lo stesso, prevede Rosafalco, potrebbe avvenire con l’AI: «Si finirà per adottarla per automatizzare qualche processo e tagliare un po’ di costi, non per reale convinzione, ma semplicemente perché ci si aspetta che ciò accada». Profezie che si auto-avverano, insomma. Con buona pace della buona vecchia analisi razionale di costi e benefici.

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