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Carte di credito, banche e riserve: così gli Stati Uniti possono bloccare i conti correnti dei cittadini

16 Febbraio 2026 - 09:06 Bruno Gaetani
dipendenza usa ue carta credito banche pagamenti
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L'inchiesta del "Corriere": due terzi dei pagamenti con carta nell'area euro passa da operatori stranieri. E le sanzioni ai giudici dell'Aia dimostrano cosa succederebbe se Washington decidesse di "staccare la spina"

Quando si parla della dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti si cita spesso l’enorme gap di investimenti nel digitale oppure le spese per la difesa. Eppure, c’è un’altra leva, strettamente finanziaria, attraverso cui Washington tiene sotto scacco il Vecchio Continente. Si tratta – spiega un’inchiesta di Milena Gabanelli e Francesco Bertolino sul Corriere della Sera – dei circuiti di pagamento, l’infrastruttura su cui viaggia gran parte delle transazioni globali. Nell’area euro, due terzi dei pagamenti con carta passa da operatori stranieri. Due su tutti: Visa e Mastercard, entrambi americani.

Il caso di Francesca Albanese e dei giudici dell’Aia

Per capire quanto poco basta a far sì che gli Stati Uniti “spengano” un circuito di pagamento, basta vedere cosa è successo a Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, e ai cinque giudici della Corte penale internazionale che hanno emesso un mandato di cattura per crimini di guerra nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump vietano di fatto alle aziende statunitensi di fornire servizi ai soggetti in questione. Il risultato? Carte bloccate, conti congelati, impossibilità di pagare online o prenotare un albergo.

La dipendenza dell’Europa dai colossi Usa

A rendere possibile questa situazione contribuisce soprattutto la dipendenza strutturale dell’Europa dai circuiti di pagamento americano, resa possibile anche dall’assenza di un vero circuito europeo alternativo e dalla storica convenienza per le banche del continente a operare con i giganti americani. Per una banca, perdere l’accesso al circuito del dollaro equivale a una condanna. È accaduto nel 2018 alla lettone ABLV Bank, accusata dagli Stati Uniti di complicità con la Corea del Nord. È bastata la minaccia di sanzioni per scatenare una corsa agli sportelli e portarla al collasso in pochi giorni.

Il dollaro come arma geopolitica

Ad oggi, il dollaro rappresenta circa il 58% delle riserve valutarie mondiali, contro il 20% dell’euro. Circa metà dei pagamenti internazionali avviene in valuta statunitense: nelle Americhe il 96% delle fatture commerciali è in dollari, il 74% nell’area Asia-Pacifico e il 79% nel resto del mondo (esclusi gli scambi interni all’eurozona). Questo significa che chi commercia a livello globale deve avere un conto in dollari. E ogni transazione in dollari transita nel sistema bancario americano, sotto la supervisione delle autorità Usa. Le informazioni sui pagamenti – importi, ordinanti, beneficiari – diventano tracciabili da Washington anche quando l’operazione non ha altri legami con gli Stati Uniti. È la traduzione concreta di quello che già negli anni Sessanta Valéry Giscard d’Estaing definì il «privilegio esorbitante» del dollaro.

L’Europa alla ricerca di un’alternativa

Una possibile soluzione a questa situazione arriva da progetti come l’euro digitale, una sorta di equivalente online del contante attraverso cui la Bce punta a ridurre il ruolo preponderante di giganti Usa come Mastercard e Visa. Ma per trasformare l’euro in una vera alternativa globale, continua l’inchiesta di Gabanelli sul Corriere, servirebbero più debito comune, un mercato unico dei capitali – come suggerito dall’ex premier italiano Enrico Letta – e una maggiore integrazione politica. Senza questi passaggi, Washington continuerà a mantenere il suo potere di “staccare la spina” a carte di credito e banche europee.

Foto copertina: Dreamstime/Hai Huy Ton That

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