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Rogoredo, identificati due Dna sulla pistola a salve. I sospetti sulle bugie del poliziotto indagato e il verbale falso del 2024: cosa non torna

20 Febbraio 2026 - 17:47 Cecilia Dardana
carlmeno cinturrino rogoredo
carlmeno cinturrino rogoredo
L'assistente capo di polizia avrebbe mentito ad altri agenti dicendo loro che aveva chiamato i soccorsi quando il 28enne era a terra agonizzante dopo il colpo alla testa, ma in realtà non l'avrebbe fatto. E la chiamata sarebbe partita più di venti minuti dopo

A quasi un mese dall’omicidio di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, alla periferia sud-est di Milano, l’assistente capo della Polizia Carmelo Cinturrino, responsabile della morte del 28enne, torna a ribadire la sua versione dei fatti. «Non avevo intenzione di uccidere. Ho sparato perché avevo paura», ha detto al suo difensore, l’avvocato Piero Porciani. Cinturrino è accusato di omicidio volontario per la morte di Mansouri, indicato dagli inquirenti come presunto pusher, ucciso durante un’operazione antispaccio lo scorso 26 gennaio. Oltre a Cinturrino, i suoi quattro colleghi dovranno rispondere di favoreggiamento e omissione di soccorso. Secondo quanto emerso, Cinturrino avrebbe mentito agli altri agenti dicendo loro che aveva chiamato i soccorsi quando il 28enne era a terra agonizzante dopo il colpo alla testa, ma in realtà non l’avrebbe fatto. E la chiamata sarebbe partita più di venti minuti dopo.

L’incontro con il legale e le indagini sui colleghi

Nelle scorse ore il poliziotto ha incontrato il suo avvocato, anche alla luce degli interrogatori degli altri agenti presenti quella sera a Rogoredo. I colleghi, quattro in tutto, sono ora indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Nel colloquio tra Cinturrino e il difensore non si sarebbe affrontato il tema dell’arma trovata accanto al corpo del 28enne, cioè una replica di pistola a salve, che per la Procura di Milano sarebbe stata collocata vicino alla vittima dopo la morte in una sorta di messinscena. Una ricostruzione respinta dall’assistente capo, che ha sempre sostenuto che Mansouri gli avrebbe puntato contro l’arma, spingendolo a reagire. Cinturrino avrebbe inoltre negato «di avere avuto qualunque tipo di rapporto con gli spacciatori della zona», prendendo le distanze da quanto emergerebbe dai verbali degli interrogatori dei colleghi.

Le analisi sul Dna della pistola a salve

Intanto proseguono gli accertamenti tecnici. Dai primi esiti parziali delle analisi genetiche sulla replica della pistola a salve emergerebbe la presenza di due profili genetici, al momento attribuiti a due persone. Sulle identità c’è massimo riserbo da parte degli inquirenti. Sull’arma sarebbero state rilevate anche ulteriori tracce genetiche complesse, che necessitano però di ulteriori comparazioni. Si tratta quindi di risultati ancora parziali, destinati a essere approfonditi nei prossimi giorni.

Il contesto e il passato di Cinturrino

L’indagine della Procura non si concentra soltanto su quanto accaduto il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Gli investigatori stanno ricostruendo anche il contesto operativo e il passato professionale dell’assistente capo. Tra gli elementi al vaglio figura un presunto verbale di arresto falso risalente al 2024, relativo a un pusher poi assolto. Un episodio che gli inquirenti stanno approfondendo per comprendere eventuali precedenti criticità nell’attività dell’agente. Le versioni fornite negli interrogatori dagli altri quattro poliziotti indagati – che nelle ultime ore avrebbero sostanzialmente ribaltato le precedenti dichiarazioni – vengono definite da fonti qualificate «univoche e concordanti». Un elemento che potrebbe incidere sull’evoluzione dell’inchiesta.

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