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Il ghiaccio secco, il trapianto e l’Ecmo: cosa rischiano i medici indagati per la morte di Domenico, il bimbo dal cuore bruciato

21 Febbraio 2026 - 10:55 Bruno Gaetani
inchiesta morte domenico bimbo cuore bruciato
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L'operazione dello scorso 23 dicembre avrebbe dovuto regalare un cuore nuovo al bimbo di due anni. Da lì, invece, è iniziato il calvario

Con la morte del piccolo Domenico, il bambino di due anni e due mesi a cui è stato trapiantato un cuore danneggiato, si aggrava la posizione dei sei indagati, a cui a breve se ne potrebbero aggiungere anche altri. Il reato di cui dovranno rispondere è omicidio colposo, non più quello di lesione colpose gravi. Il prossimo passo degli inquirenti della VI della procura di Napoli sarà disporre il sequestro della salma del bimbo e, contestualmente, anche l’autopsia. Al termine dell’esame, il muscolo cardiaco trapiantato al piccolo Domenico lo scorso 23 dicembre sarà posto sotto sequestro in vista di ulteriori accertamenti medici.

La speranza per Domenico e il nuovo cuore da trapiantare

Per accertare le eventuali responsabilità sarà fondamentale innanzitutto chiarire bene i passaggi che hanno portato al trapianto del cuore danneggiato lo scorso 23 dicembre. Quello che doveva essere un giorno felice e di speranza si trasforma nell’inizio del calvario per il piccolo Domenico e la sua famiglia. Il cuore resosi disponibile nella banca dati nazionale è stato espiantato a un bimbo di 4 anni all’ospedale di Bolzano, ma l’organo arriva a Napoli in condizioni inservibili.

L’errore fatale del ghiaccio secco

All’arrivo dell’organo in sala operatoria si scopre che al momento della predisposizione della borsa refrigerante destinata a custodire il cuoricino, qualcuno ha pensato bene di utilizzare il ghiaccio secco (che raggiunge temperature di -80 gradi). Un composto che, a contatto col cuore da trapiantare, lo ha danneggiato in modo irreversibile. Il box utilizzato per il trasporto, peraltro, non era di quelli di nuova generazione, in grado di segnalare problemi alla temperatura.

L’operazione e l’apertura dell’inchiesta

Il cardiochirurgo Guido Oppido, 55 anni, dell’ospedale Monaldi decide di effettuare comunque il trapianto, anche se l’organo è compromesso. Ed è proprio qui che si nasconde uno dei nodi da sciogliere per chiarire la vicenda: perché ci si è accorti delle condizioni del cuore nuovo solo dopo aver privato Domenico del suo cuore, malato ma funzionante? Da allora, il piccolo è stato sempre in terapia intensiva, tenuto in vita da una macchina, l’Ecmo.

Scartata l’ipotesi di un nuovo intervento

L’ipotesi di un nuovo trapianto di cuore, inizialmente ventilata dai medici del Monaldi, non convince gli esperti. Petruzzi, l’avvocato della famiglia, fa sapere che «l’unico disposto ad operare il bambino è il chirurgo che lo ha già operato». Ma la speranza si spegne nel giro di pochi giorni: «Riteniamo che il bimbo non sia più in condizioni di poter sopportare un nuovo trapianto di cuore. Il piccolo è veramente in condizioni gravissime e non riteniamo sia in grado di sostenere un intervento così», conferma all’Adnkronos Carlo Pace Napoleone, direttore della Struttura complessa di Cardiochirurgia pediatrica e Cardiopatie congenite dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, uno degli esperti che ha fatto parte dell’Heart Team che ha valutato il caso del piccolo Domenico.

«Il vero errore è nel trasporto, non nel trapianto»

Ora che la vicenda del piccolo Domenico si è conclusa nel modo che più si temeva, i riflettori si spostano proprio sui risvolti giuridici. Dopo l’operazione, sono stati sospesi dal servizio due medici dell’equipe che ha effettuato il trapianto e la direttrice del reparto di cardiochirurgia e trapianti. Nei giorni scorsi, i Nas hanno effettuato accertamenti all’ospedale San Maurizio di Bolzano e ora si trovano nell’ospedale Monaldi di Napoli. Secondo Igor Vendramin, direttore della SOC Cardiochirurgia di Udine, gli errori più gravi sono quelli «nella preservazione dell’organo» durante il trasporto da Bolzano a Napoli, «veramente inconcepibili».

Parlando con l’Agi, il professore parla anche di un altro punto critico, ossia la decisione dei medici del Monaldi di eseguire la cardiectomia senza prima essersi assicurati della funzionalità del nuovo organo. «Succede anche questo – spiega Vendramin -. Non è assurdo procedere con l’espianto appena arriva il cuore. Lo si fa per accelerare i tempi, è cruciale il tempo di ischemia dell’organo. Forse è stato imprudente, ma non sappiamo se c’era davvero un problema di urgenza. E non sappiamo nemmeno se il cuore del bimbo era al limite, e lasciarlo avrebbe comunque portato al precipitare della situazione».

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