I colleghi di Cinturrino e la paura della vendetta, il martello prima dell’omicidio di Rogoredo: «Ho temuto mi sparasse». Cosa hanno detto al pm

Non era legittima difesa, ma un’esecuzione seguita da un goffo tentativo di inquinare le prove. Le indagini sull’omicidio di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso lo scorso 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, hanno portato al fermo dell’assistente capo della Polizia di Stato Carmelo Cinturrino. Le accuse sono pesantissime: omicidio volontario e aver “fabbricato” la scena del crimine. A incastrarlo sono i rilievi scientifici sulla pistola trovata accanto al corpo e, soprattutto, le testimonianze dei suoi stessi colleghi, che lo scaricano descrivendo un clima di omertà imposto con la paura. Non solo, lo descrivono anche come una «persona aggressiva e violenta», che era solita «percuotere le persone che frequentavano il bosco di Rogoredo anche avvalendosi di un martello».
«Ho temuto che Cinturrino potesse spararmi»
Ciò che emerge dai verbali degli altri tre poliziotti, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, è il ritratto di un uomo che incuteva un timore reverenziale e violento anche all’interno della divisa. E il timore dei colleghi era tale da condizionare i primi verbali. Cinturrino si sarebbe attivato «più volte per raccomandare che la versione della “legittima difesa” venisse sostenuta senza esitazioni». Uno degli agenti ha ammesso ai pm il terrore provato quel pomeriggio: «Ho avuto questo pensiero: Cinturrino è una persona pericolosa. È una persona che incute timore, è rude». Addirittura, mentre rientrava verso l’auto, il poliziotto ha confessato: «ho temuto che Cinturrino potesse spararmi».
Perché Cinturrino è in carcere
Cinturrino si trova ora in carcere perché, oltre al pericolo di fuga, i pm contestano quelli di reiterazione del reato, per la sua «elevatissima capacità criminale», e inquinamento probatorio. Sul rischio di reiterazione gli inquirenti fanno riferimento appunto ai timori dei colleghi e soprattutto al verbale dell’agente che era più vicino a lui. Il collega ha riferito di aver avuto paura di «essere colpito alle spalle», mentre stava «correndo verso l’uscita del bosco, in esecuzione dell’ordine», da lui impartitogli, «di recarsi al Commissariato» per prendere la «valigetta degli atti». E per i pm ci sarebbe un pericolo concreto che Cinturrino «contatti e minacci» almeno tre testimoni, tra cui quello oculare, e gli altri «frequentatori del bosco».
Il dolo dello sparo: la versione della procura
Per la Procura di Milano, la dinamica dello sparo non lascia spazio all’ipotesi di un errore o di un timore improvviso. Nelle carte si legge che il fatto che l’assistente capo abbia esploso un solo colpo, centrando Mansouri alla testa mentre «stava cercando riparo tra i cespugli», è paradossalmente la prova della sua estrema lucidità: un unico sparo «indicativo dell’assenza di uno stato emotivo di paura». Se Cinturrino fosse stato davvero minacciato, argomentano i pm, avrebbe verosimilmente aperto il fuoco più volte. Invece ha accettato il rischio di uccidere sparando ad altezza uomo senza nemmeno qualificarsi, in un contesto di «elevatissima capacità criminale» che includeva il rischio concreto di inquinamento probatorio attraverso minacce ai testimoni e ai frequentatori del bosco.
La pistola “fantasma” e il test del Dna
Intanto il castello difensivo della legittima difesa è crollato davanti ai risultati del Ris. Sulla riproduzione dell’arma trovata accanto alla mano destra di Mansouri non c’è traccia del Dna della vittima. Ci sono invece, in abbondanza, le tracce biologiche di Cinturrino: «sulla guanciola destra, sia sul grilletto/ponticello sia sul cane sia sul dorso dell’impugnatura dell’arma». Secondo la Procura di Milano, il poliziotto non si è limitato a spostare l’arma, ma «l’ha maneggiata in modo tale da lasciare tracce biologiche in più punti». Un testimone oculare ha confermato il sospetto: Mansouri «non sarebbe stato armato e avrebbe avuto in una mano un telefono e, nell’altra, una pietra». Il giovane sarebbe stato colpito alla schiena «mentre stava per scappare» e, una volta centrato dal proiettile, «sarebbe caduto frontalmente». Nessun alt, nessuna identificazione: «Nessuno dei due poliziotti ha intimato l’alt al Mansouri né si è qualificato».
L’oggetto nero preso dalla borsa
Il racconto di un agente presente sul posto, ora tra gli indagati, ricostruisce i momenti immediatamente successivi allo sparo. Dopo aver verificato che il ragazzo fosse morto, Cinturrino avrebbe ordinato al collega di andare a prendere in commissariato la «valigetta degli atti», una borsa nera con lo stemma dell’Italia appartenente all’assistente capo. Ma non solo Mansouri non era ancora morto, ma Cinturrino avrebbe aspettato più di venti minuti prima di chiamare i soccorsi, in modo tale da avere il tempo di “sistemare” la scena dell’omicidio. Una volta recuperata la borsa, Cinturrino avrebbe «prelevato qualcosa, un oggetto nero» e sarebbe «tornato di corsa verso Mansouri». Solo a quel punto il collega ha notato la pistola: «Solo in quell’occasione ho visto che nei pressi del corpo, vicino alla mano destra c’era una pistola».
