Supercomputer e archivi storici, la ricetta per un’AI italiana: «Soldi e talenti, così possiamo colmare il gap con Usa e Cina»

Le aziende italiane cercano competenze AI come il pane. Nell’ultimo anno le richieste di skills legate all’intelligenza artificiale sono cresciute del 93%, ha stimato il rapporto 2025 dell’Osservatorio AI del Politecnico di Milano. Nello stesso periodo il 71% delle grandi imprese italiane ha avviato almeno un progetto di AI. Una fame di sapere e di innovazione che si spiega con la necessità di intercettare la rivoluzione tecnologica di questo decennio, certo. Ma pure con quella di imprimerle una direzione propria, rendendosi autonomi dai colossi Usa e Cina. Utopia o obiettivo raggiungibile per il sistema-Italia/Europa? Possibile. A due condizioni essenziali: garantire finanziamenti massicci allo sviluppo tecnologico di settore e investire in modo innovativo nella formazione dei talenti di domani. È quanto spiega in un colloquio con Open Claudio Stamile, responsabile R&D e soluzioni di mercato AI di Fastweb + Vodafone. L’azienda leader nel settore delle telecomunicazioni ha fiutato il vento per tempo, aprendo sin dall’estate del 2024 quello che è il più grande supercomputer privato per lo sviluppo AI in Italia. Si chiama NeXXt AI Factory, trova spazio in un Data Center nei pressi di Bergamo ed è tecnicamente un “SuperPOD” da 31 nodi prodotto da Nvidia per lo sviluppo di servizi AI. Nell’epoca dell’incertezza globale, un’infrastruttura strategica che permette oggi a Fastweb + Vodafone di offrire soluzioni AI dedicate e soprattutto sicure a clienti pubblici e privati.

Un’AI dall’italiano forbito
«Non è solo una questione di fiducia, molte delle aziende che si rivolgono a noi non possono proprio permettersi che i loro dati – fatture, archivi digitali – vengano “sparati” in un Cloud all’estero su cui non hanno controllo. L’unica strada allora è avere le spalle larghe e investire in infrastrutture tue. E questo abbiamo fatto», spiega Stamile. Forte dell’infrastruttura impiantata nel bergamasco, Fastweb + Vodafone si è rivolta a una serie di attori italiani per sviluppare un proprio LLM, un modello AI di linguaggio in grado di elaborare e generare testi. Una sorta di “ChatGPT” italiano utile per offrire soluzioni sicure alle aziende. Per addestrare quel modello, chiamato Fastweb MIIA, il gruppo ha stretto accordi con quattro fornitori di dati di lusso: Mondadori, Bignami Editori, l’Istat e il Senato. Un modo per far crescere l’AI su una mole di testi “unici” in lingua italiana. «Con l’accordo col Senato – spiega ancora Stamile – abbiamo potuto avere accesso agli archivi completi dei dibattiti in Aula». Una miniera di carte non solo di grande valore storico, ma preziosa per “insegnare” all’AI pure un italiano variegato nella forma e nel tempo. «Più si va indietro nel tempo nei dibattiti e più il linguaggio utilizzato era forbito, e questo ci consente di formare un LLM dal lessico molto più ricco e variabile di quello proposto dai grandi modelli generalisti». Gli accordi prevedono che, a fronte dell’accesso a quella mole di dati – l’equivalente di decine di milioni di libri – Fastweb + Vodafone supporta gli editori e i partner nell’adozione di soluzioni AI dedicate (“casi d’uso”, nel gergo tecnico).
Regole e investimenti per l’AI di domani
Un altro mondo (digitale) è possibile, dunque? L’esperimento di MIIA può indicare la via all’Italia o all’Europa verso lo sviluppo di un’AI indipendente e sicura? Sì, a patto di trovare soluzioni credibili a una serie di problemi strutturali, ragiona con Open Stamile, che prima di costruire il suo percorso professionale ha studiato tra l’altro a Harvard, Lione e Leuven. Tre gli ostacoli di fondo da superare. Primo, le risorse. Per investire nelle tecnologie AI servono fondi ingenti, perché si tratta, spiega Stamile, di attività che «bruciano tantissimi soldi, e il ritorno sull’investimento è molto diluito nel tempo». L’ex premier e governatore della Bce Mario Draghi d’altronde ha indicato la via nel suo recente rapporto sulla competitività dell’Ue e non c’è dubbio che un programma shock di investimenti pubblici sarebbe «la strada più rapida per abbattere le distanze» coi colossi Usa e Cina, conferma Stamile, ma un cambio di mentalità è necessario pure per mobilitare importanti finanziamenti privati. Secondo, le regole. In Europa c’è una sensibilità decisamente più acuta sulla protezione dei dati personali e dei diritti fondamentali, preoccupazioni che sono state integrate nell’AI Act dell’Ue che regola il settore. Sacrosanto, ma è un fatto che «per tutelarle finisci per pagare un prezzo in termini di velocità».
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Giovani e AI: la svolta possibile tra formazione e impresa
Il valore aggiunto più semplice e più complesso al contempo su cui Italia ed Europa hanno assoluto bisogno di investire per colmare il gap sull’AI è un terzo però: le persone. Già, perché per usare a dovere quelle “super-macchine” servono competenze, e i professionisti che le abbiano vanno prima adeguatamente formati, quindi trattenuti. Ed è qui che sta la doppia, cruciale sfida legata a giovani e AI. «Essere nativi digitali, di per sé, non rappresenta necessariamente un vantaggio intrinseco, perché non garantisce automaticamente la padronanza e l’utilizzo critico della tecnologia», ragiona con Open Stamile. Perché le competenze richieste sul mercato del lavoro sono e saranno sempre più trasversali ed avanzate. Per permettere ai più giovani di arrivarvi preparati, dunque, «è necessario agire su due direttrici: da una parte fornire le competenze digitali hard, quindi anche in percorsi non strettamente STEM, metterli nelle condizioni di saper utilizzare gli strumenti digitali ormai imprescindibili sul lavoro. Dall’altra attivare percorsi che stimolino e allenino i più giovani a sviluppare competenze soft, quelle che permettono di utilizzare le tecnologie in modo critico e, in definitiva, in modo positivo». Dove per utilizzo critico e consapevole degli strumenti di AI si deve intendere «un uso che non deve far rinunciare alla creatività e, in senso più ampio, all’intelligenza umana e alla conoscenza, fattori essenziali anche per l’efficacia stessa degli strumenti di AI».
L’approccio vincente e la sfida degli stipendi
Sul piano pratico, il paradosso più lampante su cui intervenire – spiega ancora Stamile sulla base della propria esperienza quotidiana – è che per formare adeguatamente i professionisti di domani serve garantire loro accesso a quelle infrastrutture perché, «sviluppare AI su un pc o SuperPod vuole dire muoversi in due mondi completamente diversi». Fastweb + Vodafone, da parte sua, ha aperto le porte del suo Data Center di ultima generazione a dottorandi selezionati di università italiane come Bicocca e Sapienza, ma serve fare quel lavoro su ben altra scala. Se i ragazzi che escono dai nostri corsi universitari sono formati in media in modo eccellente sul piano tecnico, osserva inoltre il manager, spesso lo scatto mancante per i giovani professionisti è sull’approccio di business: «Il difficile della tecnologia non è tanto programmare la macchine, ma estrarne valore: ecco perché servono persone in grado non solo di scrivere codice, ma pure di capire dove e come creare valore». Last but not least, per il sistema Europa va affrontato lo scoglio del valore economico che hanno quei professionisti stessi. I talenti una volta formati vanno trattenuti, e finché gli stipendi europei nel tech resteranno una frazione di quelli americani la strada resterà in salita. Saperlo, se non altro, è già un pezzo della soluzione.
