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La famiglia nel bosco cede: pronti a rimpatriare in Australia. Il dietrofront dei Trevallion: «I nostri figli non meritano tutto questo»

02 Marzo 2026 - 09:03 Cecilia Dardana
famiglia nel bosco
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Dopo aver giurato di non voler più tornare in Australia, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion chiedono aiuto al premier Albanese per lasciare l'Italia. I tre figli sono in casa famiglia da quattro mesi

Il «paradiso» di Palmoli, nel basso Chietino, sembra non essere più sufficiente. La vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco segna una svolta radicale: come riporta il Sydney Morning Herald, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, i genitori a cui il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha sospeso la capacità genitoriale, hanno chiesto ufficialmente l’intervento del governo di Anthony Albanese per poter rimpatriare in Australia. Si tratta di un clamoroso dietrofront: solo pochi giorni fa, infatti, la madre era stata categorica: «Purtroppo il governo australiano ci ha abbandonato: non farò un altro volo per tornare laggiù, non è un’opzione». Eppure, la pressione di quattro mesi di lontananza dai tre figli — una bambina di otto anni e due gemelli di sei — sembra aver scardinato ogni certezza ideologica.

Il dolore del padre e le accuse della madre

Nathan Trevallion, che fino a poco tempo fa definiva il casaletto abruzzese come «il posto della nostra anima», appare oggi un uomo provato. Ai microfoni della tv australiana ha confessato: «Mi sento vuoto di dentro, pieno di tristezza. Non si meritano quello che sta succedendo a loro». Un sentimento che si scontra con la linea dura tenuta finora dalla moglie Catherine, la quale continua a difendere strenuamente il loro stile di vita neorurale, privo di connessioni alla rete elettrica e idrica. «Sto lottando contro questa credenza molto molto ignorante che quello che facciamo ai nostri tre figli sia sbagliato. Pensano che li stiamo danneggiando», ha dichiarato Birmingham al programma della Tv australiana 60 Minutes, aggiungendo che «molte persone cattive non amano il nostro modo naturale di vivere». La donna non ha risparmiato critiche durissime al sistema educativo e alla struttura che ospita i piccoli: «Sì, certo, mi lamento all’interno della struttura protetta, ma una madre lo deve fare quando vede i propri figli prima manipolati e poi indottrinati».

Dal rifiuto dell’Australia alla richiesta di rimpatrio

Ciò che colpisce maggiormente è il ribaltamento della prospettiva della coppia. Catherine Birmingham aveva inizialmente dichiarato che il loro futuro non sarebbe stato in Italia, ma nemmeno in Australia: «Il nostro futuro non è in Italia, ma altrove in Europa». Invece, la richiesta di rimpatrio inviata a Sydney segna la resa definitiva rispetto alla vita nei boschi abruzzesi. La donna ha ammesso l’episodio scatenante — l’avvelenamento da funghi che portò i figli in ospedale — con una certa rassegnazione: «In quei giorni avevamo mangiato troppi funghi, presenti nella nostra proprietà. I carabinieri sono intervenuti a casa nostra perché sapevano che siamo una famiglia non connessa all’acqua né all’elettricità».

Catherine Birmingham: «Vengono prima i bambini dell’ideologia»

Nonostante le accuse di follia che sente pioverle addosso («Se sono pazza? Questo è ciò che tutti pensano di me. Forse è così, ma non mi interessa quello che il mondo pensa»), Catherine Birmingham sostiene ora di voler mettere fine alla battaglia legale pur di riavere i figli. «Vengono prima i nostri bambini della nostra ideologia. Noi sentiamo qual è il loro bene e loro sanno che torneranno a casa», ha concluso. Resta da capire se il governo australiano accoglierà l’appello e come risponderà il Tribunale dell’Aquila, che attualmente ha disposto una perizia sulla loro capacità genitoriale.

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