Il ritorno di Vittorio Sgarbi in tv da critico d’arte, la voce roca e lo schiaffo a Giuli sulla Russia di nuovo alla Biennale: «Ha ragione Buttafuoco» – Il video
Vittorio Sgarbi riappare in tv, ma non è il solito Sgarbi. Ospite di David Parenzo a L’aria che tira su La7, il critico d’arte torna a occuparsi della sua materia d’elezione dopo i mesi turbolenti seguiti alle dimissioni da sottosegretario, alla forte depressione e alle controversie con la figlia Evelina. La voce è stanca, il volto segnato, la forma fisica appare precaria. Insomma, è uno Sgarbi visibilmente invecchiato e stanco ma l’arguzia polemica resta intatta. L’occasione è il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia, un dossier che sta facendo tremare i palazzi della cultura e ha già portato al siluramento della consigliera Tamara Gregoretti da parte del ministro Alessandro Giuli.
Sgarbi: «Sto con Buttafuoco»
Il tema è scivoloso e, appunto, riguarda il ritorno di una delegazione russa in Laguna, avallato dal presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco ma osteggiato dal Ministero della Cultura per ragioni di opportunità diplomatica e sanzioni internazionali. Parenzo va dritto al punto: «Vittorio, con chi stai? Giuli o Buttafuoco?». La risposta di Sgarbi è diretta: «Con Buttafuoco. Non c’è dubbio che gli artisti che lavorano con il regime rappresentino una visione a priori discutibile, ma è un dato di fatto di una situazione reale nella quale si trova la Russia in questo momento».
Il paradosso della libertà dell’arte
Parenzo incalza, ricordando i vincoli europei e l’imbarazzo di un governo che sostiene l’Ucraina ma si ritrova il Cremlino nel cuore di Venezia. Sgarbi però ribalta il concetto di “arte libera”, definendolo quasi un’illusione ottica: «L’arte non è libera, soprattutto l’arte di un Paese come la Russia, subordinata ai critici che li portano alla Biennale. Non c’è via d’uscita. Dobbiamo accettare una documentazione senza discutere le ragioni profonde: se cercassimo la libertà assoluta, non potremmo avere neanche la testimonianza di quello che è stato fatto per i Papi». Secondo il critico, dunque, l’opera d’arte è un documento storico e politico a prescindere dal committente (sia esso lo Zar o il Pontefice) e come tale va esposta, non censurata.
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L’imbarazzo di Giuli e il «capriccio» di Buttafuoco
Sgarbi non risparmia una carezza (e insieme una stoccata) al ministro Giuli, che in queste ore sta cercando di contenere l’effetto domino. Se da un lato ammette che «il ragionamento del governo è comprensibile e si capisce l’imbarazzo di Giuli», dall’altro eleva la posizione di Buttafuoco a una dignità superiore: «La sua è una volontà di libertà capricciosa, legata a un concetto più complesso: la realtà dell’arte nel momento stesso in cui la vediamo». Un ritorno, quello di Sgarbi, che rimette al centro la funzione del critico puro, capace di scindere l’estetica dalla geopolitica, proprio mentre il Ministero della Cultura cerca di fare l’esatto opposto per evitare incidenti diplomatici con Bruxelles e Kiev.
