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Longevità: perché i 100 anni resteranno ancora un’eccezione

19 Marzo 2026 - 11:26 Gemma Argento
centenari-longevità
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Mentre gli esperti parlano di longevity fixation syndrome, una forma emergente di ansia legata alla ricerca della longevità, lo studio su PNAS mette in luce il rallentamento dell'aspettativa di vita: «I grandi progressi del Novecento difficilmente si ripeteranno»

Vivere fino a 100 anni è diventato uno dei grandi miti contemporanei della salute. Eppure la demografia racconta una realtà meno entusiasmante. Dopo un secolo di progressi straordinari, la crescita dell’aspettativa di vita nei Paesi ad alto reddito sta mostrando segnali di rallentamento e arrivare in media a 100 anni potrebbe restare un traguardo raro. È quanto emerge da una nuova ricerca pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), secondo cui nessuna generazione nata dopo il 1939, almeno sulla base delle tendenze attuali, sarebbe destinata a diventare mediamente centenaria. Eppure, tra integratori, diete della longevità, test genetici e protocolli anti-aging, l’idea di rallentare l’invecchiamento è uscita dai laboratori di ricerca per entrare nella vita quotidiana, trasformandosi in un obiettivo sempre più ambìto. Un paradosso che si inserisce in un contesto in cui, secondo sempre più esperti, l’attenzione crescente verso la longevità starebbe assumendo in alcuni casi i contorni di una vera e propria nuova forma di ansia legata alla salute, descritta come una possibile sindrome emergente.

Lo studio

Lo studio, condotto da ricercatori del Max Planck Institute for Demographic Research, dell’Ined francese e dell’Università del Wisconsin-Madison, ha analizzato l’andamento della longevità per le generazioni nate tra il 1939 e il 2000 in 23 Paesi ad alto reddito, utilizzando diversi modelli statistici basati sui dati della Human Mortality Database, uno dei principali archivi demografici internazionali che raccoglie dati dettagliati e comparabili sulla mortalità e sull’aspettativa di vita provenienti da decine di Paesi. I risultati indicano un rallentamento significativo dei guadagni di aspettativa di vita rispetto alle generazioni nate nella prima metà del Novecento. Se per i nati tra il 1900 e il 1938 l’aspettativa di vita aumentava in media di circa cinque mesi per ogni nuova generazione, per quelle successive l’incremento si è ridotto a circa due-tre mesi. «Proprio questo rallentamento», spiegano gli autori, «rende improbabile che le generazioni nate dopo il 1939 possano raggiungere in media il traguardo dei 100 anni». Il motivo è che gran parte dei guadagni di longevità del XX secolo «è stata trainata dalla riduzione della mortalità infantile e giovanile grazie a vaccini, antibiotici e migliori condizioni igienico-sanitarie, mentre oggi i progressi nella sopravvivenza alle età più avanzate procedono più lentamente e non sono sufficienti a produrre aumenti altrettanto marcati». Questo non vuol dire che scompariranno del tutto i centenari, «ma che rappresenterà ancora di più un traguardo raro e non la norma demografica».

La sindrome da longevità ossessiva

Questo scarto tra i limiti biologici della longevità e la crescente attenzione verso l’anti-aging si inserisce anche in una tendenza che alcuni psicologi e specialisti della salute mentale iniziano a osservare. Il termine longevity fixation syndrome, ripreso recentemente anche dal dibattito mediatico internazionale, viene utilizzato per descrivere una possibile forma emergente di ansia legata alla salute e all’invecchiamento. Come riportato anche in un’analisi del Guardian, secondo alcuni esperti il fenomeno potrebbe essere caratterizzato da una preoccupazione eccessiva per il declino biologico, dal monitoraggio frequente di biomarcatori e parametri fisiologici e dall’adesione a regimi di prevenzione particolarmente restrittivi. Il termine longevity fixation syndrome è stato utilizzato per la prima volta da Jan Gerber, fondatore della clinica svizzera di salute mentale Paracelsus Recovery per descrivere pazienti sempre più concentrati su routine estreme di ottimizzazione della salute volta proprio alla longevità. Sarah Boss, direttrice clinica della Balance Rehab Clinic, osserva sul Guardian quanto negli ultimi anni un aumento di persone con tratti simili, spesso caratterizzati dal bisogno di misurare costantemente parametri fisiologici e ridurre al minimo ogni possibile fattore di rischio. Il fenomeno viene talvolta ricondotto a forme di health anxiety, una condizione ben descritta in letteratura scientifica e classificata nel DSM-5 come illness anxiety disorder, caratterizzata da un’eccessiva preoccupazione per la salute e dalla tendenza a interpretare normali sensazioni corporee come segnali di malattia.

L’industria della longevità

Questo interesse crescente si inserisce anche in un mercato in forte espansione. L’industria della longevità sviluppatasi negli ultimi anni, fatta di cliniche specializzate e programmi di monitoraggio biologico vale un mercato globale molto remunerativo: dalle terapie complementari ai prodotti legati all’anti-aging e alla longevità si parla di circa 63,6 miliardi di dollari nel 2023, con un picco entro il 2030 di  247,9 miliardi entro il 2030. segno di una crescente domanda di soluzioni per rallentare l’invecchiamento. «Questa crescente disponibilità di servizi e tecnologie dedicate alla longevità sta contribuendo a rafforzare l’idea che l’invecchiamento possa essere gestito come un processo da ottimizzare» spiega Gerber. «Il rischio è che l’attenzione alla prevenzione possa trasformarsi in una ricerca costante del controllo sui processi biologici, con il pericolo di generare ulteriore stress, tra l’altro fonte di invecchiamento, anziché migliorare il benessere complessivo».