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I sultani del Golfo furiosi con Trump per la guerra: «L’America ha perso il controllo, ora rivediamo gli accordi»

20 Marzo 2026 - 18:03 Simone Disegni
Il duro affondo del ministro degli Esteri dell'Oman dà voce alla rabbia e ai dubbi delle petromonarchie: «Le basi Usa un guadagno o un problema?»

C’era una volta l’Età dell’Oro. Donald Trump voleva portarla agli Usa, ma c’era un gruppo di Paesi che credeva di essersela già aggiudicata: quelli del Golfo. Sui petrodollari le monarchie di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi e non solo stavano costruendo hub «dorati» – per il club dei ricchi, ovviamente – a base di hotel e grattacieli, affari e turismo, sport e innovazione tecnologica. Trump in questo pareva l’alleato perfetto – nessun presidente Usa come lui è tanto sensibile al fascino del denaro, e nel Golfo punta(va) le fiches pure dei suoi affari personali e di famiglia. Non a caso il primo viaggio del suo secondo mandato alla Casa Bianca aveva scelto di farlo proprio tra le palme e gli sfarzi di Riad, Doha e Abu Dhabi. Ma la guerra in Iran che infuria ormai da tre settimane – comunque procederà – potrebbe all’opposto allontanare strutturalmente gli Stati Uniti dai partner del Golfo. Se c’è una «furia epica» – brand ufficiale dell’operazione militare Usa – sembra essere in questi giorni proprio quella dei vertici delle petromonarchie. Infuriate con l’Iran che le bersaglia di droni e missili dove fa più male – aeroporti, hotel, giacimenti, appunto – ma anche con gli Usa che li hanno di fatto trascinati in una guerra esiziale.

L’affondo senza precedenti dell’Oman

A dare voce nel modo più esplicito e brutale a questa rabbia è Badr Albusaidi. Il ministro degli Esteri dell’Oman è rimasto scottato pure sul piano personale, considerato che era lui a tirare le fila dei faticosi negoziati indiretti Usa-Iran sul nucleare degli ultimi mesi. Ci credeva davvero, lui. La Casa Bianca, è il legittimo sospetto, decisamente meno. E in ogni caso la decisione di far saltare il tavolo attaccando preventivamente l’Iran il 28 febbraio ha precipitato la regione nel caos. E ora i danni chi li paga? «L’America ha perso il controllo della sua politica estera», scrive Albusaidi in un durissimo op-ed ospitato dall’Economist. Nel quale invita i suoi (ex?) alleati un po’ in tutto il mondo – dunque anche l’Europa – ad aprire gli occhi e provare a riaprirli ai “sonnambuli” americani. «La questione per gli amici dell’America è molto semplice: cosa possiamo fare per liberare la superpotenza da questo ginepraio» in cui s’è cacciata? Il dirigente dell’Oman condivide in effetti l’analisi che viene fatta perfino tra i suoi ex collaboratori, e cioè che Trump si sia fatto trascinare in una guerra senza senso. «Il più grande errore di calcolo dell’amministrazione americana è stato certamente quello di consentire di lasciarsi trascinare in un guerra che non è la sua», perché «non c’è alcuno scenario possibile in cui sia Israele che l’America possano ottenere da essa ciò che vogliono».

Data center addio?

Il problema, dal punto di vista dei Paesi del Golfo, è che a fare da fusibili di questo calcolo errato ora sono proprio loro. E questo cambierà lo scenario, in modo probabilmente strutturale. «Per gli Stati del Golfo un modello economico in cui lo sport globale, il turismo, l’aviazione e la tecnologia giocavano un ruolo importante ora è in pericolo», scrive Albusaidi dando voce a quello che molti nella regione preferirebbero non dover ammettere. E il progetto futuro che coltivavano insieme all’America ora potrebbe andare fuori strada: «I piani per diventare un hub globale per i data center potrebbero dover essere rivisti», scrive ancora Albusaidi. Minacce di rappresaglia all’Iran a parte, devono essersi incentrate anche su riflessioni di medio termine come queste le discussioni «d’emergenza» svoltesi ieri a Riad tra i ministri degli Esteri dei Paesi arabi e islamici.

Il «ripensamento» nel Golfo sulle basi Usa

Secondo alcuni osservatori la rabbia del Golfo potrebbe portarli perfino a rimettere in discussione la presenza massiccia di basi Usa nella regione, prese brutalmente di mira dall’Iran. «Dovevano proteggere la nostra sicurezza, ora invece ci impediscono di prendere decisioni in modo indipendente e difenderci», si legge in un commento su Al Araby Al Jadeed, quotidiano in lingua araba finanziato dal Qatar. Secondo Bruno Schmidt-Feuerheerd dell’Università di Oxford, ci sono le condizioni perché su questo tema ci sia un serio ripensamento dopo la guerra: i Paesi del Golfo, dice a Deutsche Welle, «dovranno decidere se le basi militari Usa sono un beneficio di sicurezza o un rischio». Ci andrà tempo e la risposta non è scontata, certo, ma intanto quello che pare già chiaro è che «l’equilibrio decennale petrolio a basso costo in cambio di garanzie di sicurezza americane inizia a sembra un modello superato». Mentre in fondo al tunnel della guerra la luce ancora neppure si vede.

In copertina: Il presidente Usa Donald Trump con quello degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed Al Nahyan – Abu Dhabi, 16 maggio 2025 (Ansa-Epa)

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