La storia di Saleh, che sognava di diventare campione olimpico per l’Iran e invece è stato impiccato dal regime

Impiccagione. Così è stato giustiziato Saleh Mohammadi arrestato a seguito delle massicce manifestazioni che nel mese di gennaio hanno interessato l’Iran. L’esecuzione è avvenuta pubblicamente alle prime luci del mattino del 19 marzo, nella città di Qom. Insieme a lui sono stati impiccarti anche Saeed Davoudi e Mehdi Ghasemi. Il Centre for Human Rights in Iran riferisce che decine di altri manifestanti arrestati a gennaio sono stati condannati a morte dal regime e rimangono a rischio di esecuzione, tra cui alcuni bambini e adolescenti. Inoltre, decine di migliaia di detenuti da gennaio e centinaia di persone arrestate durante la guerra in corso corrono il grave rischio di processi sommari che potrebbero sfociare in ulteriori condanne a morte.
Chi era Saleh Mohammadi
Saleh aveva 19 anni, compiuti in carcere, l’11 marzo, 18 ai tempi dell’arresto. Il suo compleanno tra le sbarre, in isolamento, è arrivato 8 giorni prima di essere giustiziato per aver partecipato alle proteste nella cittadina di Qom dell’8 gennaio. Nato nel 2007, da tempo praticava wrestling nella palestra della sua città, a circa 140 km a sud di Teheran. Aveva vinto medaglie importanti nella sua categoria: la prima era stata un secondo posto nel campionato internazionale Abdullah Movahed. Nel settembre 2024, Mohammadi aveva poi vinto una medaglia di bronzo nella lotta libera con la squadra iraniana alla Coppa Internazionale Saytiyev, in Russia. Tornato in Iran insieme agli altri partecipanti alla trasferta, era stato accolto con una premiazione, alla quale avevano partecipato diversi veterani della lotta iraniana. Intervistato, aveva dichiarato: «Ho un secondo posto in un torneo internazionale, un terzo posto nel prestigioso torneo “Saityev” in Russia, due titoli nazionali e un altro titolo internazionale. Il mio obiettivo è il gradino più alto: diventare campione olimpico».
Condivideva i video dei suoi allenamenti e dei suoi traguardi sui social. In un post del 9 settembre 2024, raccontava con gioia il suo successo, per il terzo posto nella competizione Internazionale Saytiyev di Krasnoyarsk, in Russia e scriveva: «Una bella vita ha bisogno di giorni brutti».
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L’accusa del tribunale di Qom e la condanna a morte
Tutti e tre i manifestanti, Saleh Mohammadi, Saeed Davoudi e Mehdi Ghasemi sono stati accusati dell’assassinio di due agenti dell’unità speciale di polizia iraniana, la Faraja. Tasnim, un’agenzia di stampa iraniana, legata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, riporta che avrebbero utilizzato armi bianche, tra cui spade da lancio, coltelli e machete. Mohammadi era stato accusato di aver inferto, con un coltello, un colpo mortale a uno dei due poliziotti. Il tribunale aveva quindi sentenziato per tutti e tre i giovani, in un video ormai pubblico e diffuso sul web, la condanna al qisas (pena di retribuzione in natura), la pena di morte. Il giovane atleta era stato poi arrestato il 15 gennaio. La condanna, arrivata il 3 febbraio per tutti e tre i ragazzi, prevedeva che venissero giustiziati sul luogo del loro presunto crimine, a Qom. Come riporta Iran Human Rights,
La confessione estorta sotto tortura
Saleh aveva 20 giorni secondo la legge, per fare ricorso contro la decisione del tribunale e il giovane aveva dichiarato in tribunale che le sue “confessioni” erano state estorte sotto tortura. Testimoni riferiscono, infatti, che avesse le mani rotte dalle percosse. Il tribunale lo ha però incriminato per l’omicidio dell’agente. A incriminare tutti e tre i giovani, poi, sarebbero state le informazioni fornite da presunti testimoni oculari. Il tribunale ha inoltre sostenuto che gli uomini avessero agito per conto di Israele e degli Stati Uniti, attribuendo loro il reato di moharebeh: l’inimicizia contro Dio. Iran International ha osservato che si tratta di «un’affermazione frequente utilizzata dalla Repubblica islamica contro manifestanti e dissidenti». I tre giovani sarebbero stati giustiziati pubblicamente giovedì 19 marzo, alle prime luci dell’alba.
Processi sommari a carico dei manifestanti
Già il 4 febbraio Iran Human Rights aveva lanciato un allarme, avvertendo che tutte le confessioni rese dai manifestanti processati fossero inammissibili, perché conseguenza sistematica di torture e manipolazioni. In un messaggio all’Onu, il Centre for Human Rights in Iran ha dichiarato: «L’esecuzione pubblica di questi giovani manifestanti, dopo processi farsa basati su torture e confessioni estorte, è un omicidio sanzionato dallo Stato, concepito per terrorizzare la popolazione e inviare un messaggio chiaro: qualsiasi atto di dissenso sarà punito con la morte».
Risale solo al giorno prima, il 18 marzo, l’esecuzione, sempre per impiccagione, di un altro individuo: Kouroush Keyvani, cittadino con doppia cittadinanza iraniana e svedese, arrestato durante la “guerra dei dodici giorni” nel giugno 2025 e impiccato con l’accusa di “spionaggio” per aver inviato immagini e informazioni da luoghi sensibili, secondo l’agenzia di stampa Mizan, organo del potere giudiziario.
FOTO: tratta dall’account Instagram di Saleh Mohammadi
