La storia di Abel Ortiz, il messicano che ha deciso di auto-espellersi dagli Stati Uniti

Immagina di lasciare il tuo Paese, magari per una vacanza, sapendo che, presto o tardi, tornerai. Saluti gli amici, chiudi la tua casa a chiave e ti allontani con quel misto tra eccitazione e curiosità che si provano quando si va in un posto nuovo, per poi tornare. Immagina ora, invece, di varcare il confine che divide il tuo Paese da quello con cui confina, senza sapere se, come o quando potrai farai ritorno a casa. Quest’ultima è la storia di Abel Ortiz: nato in Messico e trasferitosi con la famiglia all’età di due mesi a Los Angeles, viveva ormai da 38 anni negli Stati Uniti, anche se non possedeva i documenti. L’uomo ha deciso di auto-espellersi dal Paese, lasciando dietro di sé tutta una vita, il negozio di parrucchieri di cui era proprietario e la sua rete di amicizie. Un documentario pubblicato dal Guardian racconta gli ultimi giorni di “vita americana” di Abel, che ha lasciato gli Stati Uniti il 4 agosto 2025 senza sapere se vi farà mai ritorno.
I primi anni di vita di Abel
Arrivato in America quando aveva solo due mesi, Abel ha da subito sperimentato grandi difficoltà. I genitori, di origini messicane e di estrazione sociale molto povera ‒ il padre aveva abbandonato la scuola per vendere caramelle per strada ‒ erano partiti per gli Usa con il sogno di una vita migliore. Quel viaggio, nel 1987, aveva provato molto il piccolo corpo di Ortiz, che era arrivato negli Stati Uniti così disidratato da dover essere ricoverato. A tredici anni aveva poi confessato ai suoi genitori di essere gay ed era scappato di casa. La sua era una condizione particolare, normata da un programma federale, il Deferred Action for Childhood Arrivals (DACA). Si tratta di una misura che permette a minori entrati o rimasti in maniera illegale negli Stati Uniti, di ricevere un’azione di rinvio dell’espulsione della durata di due anni, rinnovabile, rendendoli anche idonei per un permesso di lavoro. Una condanna però per frode con carta di credito ricevuta da adolescente non lo aveva reso idoneo a godere di questa tutela.
La vita adulta, tra conquiste e paure
Eppure la vita di Abel qualche anno dopo aveva cominciato a prendere forma: con la sua migliore amica dai tempi del liceo, Regina, aveva aperto un salone di parrucchieri di successo a Los Angeles: il LuXcy. Godeva di un buon tenore di vita, aveva una buona cerchia di amici e una casa. Una cosa, però, Ortiz non aveva mai conquistato: la pace interiore. Nel documentario, mentre guida verso la frontiera che segnerà il suo passaggio a una nuova vita, dice: «Sento che è quello che devo fare: il mio obiettivo è avere pace. Non possiamo essere sempre felici. Ma la pace, quella sì». Di pace Abel ne ha avuto veramente poca, specie da quando è arrivato Trump a dipingere le persone senza documenti come lui come il «nemico pubblico numero uno».
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Autodeportazione: tra scelta e costrizione
Non si può comprendere la scelta di Abel senza ricordare le dichiarazioni rese da Trump già in campagna elettorale, quando prometteva di realizzare la «più grande operazione di deportazione nella storia americana». Da allora, l’ICE, l’Agenzia federale statunitense per la sicurezza interna, nota per il controllo immigrazione, ha fatto del terrore per le strade di Los Angeles e in molte città americane la sua missione quotidiana. Una strategia, quella della paura, che spinge chi ne è vittima al paradosso, costringendolo a fare qualcosa volontariamente. Nello specifico, rendendo così insopportabile e pericolosa la vita di persone che vivono nel Paese senza documenti, da far loro preferire l’incognita di una vita altrove.
La app per l’auto-espulsione lanciata da Trump
Ad agevolare questa auto-deportazione, come ama definirla Trump, c’è poi la app da lui lanciata e messa a disposizione di coloro che non dispongono di documenti: la CBP Home. Attraverso questa applicazione si possono ottenere biglietti gratis per lasciare il Paese con un volo di sola andata e un bonus di 2.600 dollari per ripartire da zero. Un portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna ha affermato che dal secondo insediamento del presidente Trump, 2,2 milioni di «immigrati clandestini si sono volontariamente auto-deportati», anche se gli esperti di immigrazione sono scettici riguardo a queste cifre. Oltre 100.000 di loro avrebbero finora utilizzato la app CBP Home. Abel non la conosceva, ma ha affermato che, anche se l’avesse conosciuta, non l’avrebbe mai usata: «Non mi fido del governo americano, né di niente di americano, a dire il vero». Per questo ha attraversato il confine guidando, per poi arrivare a Tijuana, da dove ha preso un volo diretto verso la sua nuova casa: Città del Messico.
La nuova vita a città del Messico
Nella nuova città Abel conosce un po’ la lingua, lo spagnolo, e le persone gli assomigliano tutte un po’. Ha una bella casa, vive in un quartiere lussureggiante, ha trovato lavoro come parrucchiere in un salone, dove guadagna molto meno di quando era proprietario del suo, ma si sente comunque fortunato. È a suo agio nel clima liberale di Città del Messico: Abel è gay e lì i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono legali dal 2009. Dopo che ha saputo che l’ICE ha assassinato pubblicamente a Minneapolis Renee Good e Alex Pretti, due bianchi, si è sentito meno in colpa di essere scappato. «Se potevano uccidere una donna bianca, e poi un uomo bianco, se potevano uccidere queste persone bianche, cosa avrebbero fatto a me?», afferma nel documentario. Eppure prova sempre un senso di inadeguatezza: l’inglese è la sua lingua madre e il suo spagnolo è stentato. Viene etichettato come extranjero – lo straniero – e gli viene sempre chiesto da dove viene. «Succede tutti i giorni» dice. «È decisamente fastidioso. Mi ricorda che non sono veramente di qui».
