Perché un carcere punitivo rende la società meno sicura: la presentazione dell’ultimo numero di Eco nell’istituto penitenziario di Monza

Il 68% dei detenuti che esce dal carcere nel nostro Paese ci ritorna entro cinque anni: un dato che, da solo, dovrebbe farci riflettere sull’inefficacia del nostro sistema penitenziario. Il sovraffollamento, la mancanza di misure alternative e l’assenza di percorsi formativi trasformano spesso gli istituti di pena in “scuole del crimine” piuttosto che in luoghi di riscatto. Il risultato? Una società meno sicura e una spirale di violenza che alimenta altra violenza.
Non solo: la comunicazione mediatica aggressiva nei confronti di chi compie un reato – dal più grande al più piccolo – e l’inasprimento costante delle pene alimentano un sentimento collettivo di diffidenza e odio nei confronti della popolazione detenuta. Così il carcere diventa «un’isola dimenticata» dalla società, secondo le parole della direttrice della Casa circondariale di Monza Cosima Buccoliero, e rende complicato occuparsene nella maniera corretta. Oltre a Tito Boeri, direttore della Rivista Eco, e a Buccoliero, sono intervenuti all’evento la presidente dell’associazione Antigone Lombardia Valeria Verdolini, rappresentanti delle persone detenute, operatori sanitari e dell’area trattamentale, studiosi ed esponenti delle istituzioni.
Non solo sovraffollamento
Il sistema penitenziario italiano soffre un problema di sovraffollamento molto acuto: nove detenuti su dieci vivono in strutture che superano il 150% della capienza. L’istituto di Monza, secondo Buccoliero, a fronte di una capienza di 400 detenuti, ne ospita ben 750 – che, peraltro, stanno scontando pene medio-brevi. Una sproporzione che si traduce in spazi inadeguati a vivere in condizioni dignitose, in un aumento delle tensioni e in un accesso sempre più problematico ai servizi sanitari ed educativi. Questa condizione è stata definita dalla Corte europea dei diritti dell’uomo come «trattamento inumano e degradante», secondo quanto riportato da Valeria Verdolini, presidente della sezione Lombardia di Associazione Antigone.
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Il sovraffollamento, però, è solo l’ultimo sintomo di un intero sistema malfunzionante, che non può essere risanato costruendo nuove carceri. Come evidenziato dall’intervento di Michele Gruosso, in rappresentanza della popolazione detenuta, bisognerebbe intervenire prima, impedendo che la marginalizzazione sociale si trasformi in delinquenza, e rendere efficaci gli spazi che già esistono. Svuotare le celle da persone in attesa di giudizio, detenuti che scontano pene brevissime per i quali non vengono previste misure alternative, o soggetti affetti da disturbi psichiatrici e tossicodipendenze. Un dato emerso con forza durante l’incontro, infatti, è la totale assenza di correlazione tra l’andamento della criminalità e il numero di persone recluse. «Siamo passati in Italia da circa 1.900 omicidi nel 1991 a 286 nel 2025», ha ricordato Verdolini. Eppure, nonostante il calo drastico dei reati più gravi, le carceri continuano a riempirsi e a diventare il “deposito sociale” di chi vive ai margini, persone che avrebbero bisogno di comunità, servizi psichiatrici o percorsi per le dipendenze piuttosto che di una cella sovraffollata.

Il lavoro come leva di reinserimento sociale
Per l’economista Tito Boeri, la soluzione è pragmatica: «Con un diverso funzionamento del sistema penitenziario, potremmo ridurre fortemente i tassi di criminalità». La chiave è il trattamento umano e, soprattutto, il lavoro. Giulio Zanella, docente all’Università di Bologna, ha mostrato come un aumento di circa 200 ore lavorate l’anno durante la detenzione riduca il ritorno in carcere a tre anni dal 30% al 25 per cento. Attualmente, però, meno della metà dei detenuti lavora, e chi lo fa percepisce spesso salari irrisori (circa 4 euro all’ora). Eppure, il lavoro è l’unica esperienza in grado di dare struttura al tempo e dignità alla persona, un concetto ribadito da Gian Marco Daniele (professore di Scienza delle Finanze all’Università di Milano). Daniele ha citato il “modello Bollate“: in un carcere aperto e orientato al reinserimento, la recidiva è più bassa del 20 per cento.
Oltre a questo, Lucia Scarpa, funzionario giuridico-pedagogico della Casa circondariale di Monza, ha ricordato che è necessario «promuovere attività che portino i detenuti a fare un’esperienza di ricchezza tramite l’arte, tramite il dialogo, per provare a curare le ferite di tutti». Da dieci anni, all’interno della casa circondariale brianzola, la scrittura è diventata un ponte con l’esterno grazie a “Oltre i confini”, la rivista dei detenuti che oggi è diventata un magazine semestrale registrato al Tribunale di Monza. «Nel carcere si scrive: si scrivono articoli, poesie, persino canzoni», ha spiegato la direttrice della rivista Antonietta Carrabs. «La scrittura diventa uno spazio di libertà e uno strumento di inclusione. Per molti è l’unico modo per avviare un percorso di crescita e consapevolezza».

Combattere l’isolamento
Il grande problema del carcere è che parla sempre alle stesse persone, cioè a quelle che già conoscono questa realtà: intercettare l’interesse del resto della società è complicato, perché il pregiudizio nei confronti della popolazione detenuta è ancora alto. Cominciare a parlare di carcere nel modo corretto è il primo passo per normalizzare l’esistenza di questa istituzione – «al pari degli ospedali, delle scuole», ha detto Buccoliero – e ricostruire un patto di fiducia con la comunità esterna.
Chi entra in carcere, prima o poi, torna in società, ed è nostro compito costruire spazi di accoglienza e integrazione, non solo per una ragione etica e umanitaria: ma perché la qualità della detenzione è strettamente connessa alla sicurezza collettiva. Il cambiamento, quindi, deve essere innanzitutto culturale.
