Piotta: «Per anni mi sono nascosto dietro la leggerezza, dopo la morte di mio fratello mi sono detto “Ora mi racconto davvero”». L’intervista

Si intitola Si riparano ricordi il nuovo album di Tommaso Zanello, che tutti conoscono come Piotta. Un disco che ormai certifica, per quei pochi rimasti indietro sulla trama della sua carriera, una meravigliosa svolta cantautorale, particolarmente ispirata dal dolore vissuto per la scomparsa del fratello Fabio, scrittore, intellettuale, al quale Piotta aveva già dedicato l’apprezzatissimo ‘Na notte infame. Torna oggi a raccontare un ricordo vivido, quel che rimane di un lutto, per le strade della sua Roma, nella vita di tutti i giorni, vissuta attraverso tutto ciò che il fratello ha lasciato e trasformato tutto in tredici bellissime tracce.
Al netto della presenza, molto forte, di tuo fratello, che ti ha evidentemente ispirato nella composizione, che rapporto c’è tra ‘Na notte infame e Si riparano ricordi?
«Sono due dischi fratelli, sotto vari profili. Sicuramente letterario, mi fa piacere che Fabio sia presente nei testi, sono tante le citazioni dai suoi libri. Ma, in generale, c’è un mondo, che io avevo dentro di me, che dopo la sua assenza improvvisa si è come scatenato. Io questo mondo l’ho sempre tenuto un po’ sotto coperchio, ogni tanto facevo uscire un po’ di pressione, magari con uno, due, tre canzoni in ogni album, poi è arrivato Sette Vizi Capitale e sono di più, poi in Interno Sette ancora di più. La violenza della scomparsa improvvisa ha avuto come reazione quella di farmi dire “Vabbè Tommaso, adesso basta, ora si aprono tutti i rubinetti e vai incontro al mondo con la tua musica” perché Tommaso è questo, forse piacerà meno del Tommaso più ironico e goliardico, piacerà meno del Tommaso ventenne, forse è un approccio più complicato, più di nicchia, non lo so com’è, però è vero tanto quanto era vero quell’altro di tanti anni fa. Però tre fare musica a vent’anni e farla a cinquanta, di mezzo ci sono trent’anni di vita e quello che mi succede io lo rimetto nelle canzoni, non riesco a bluffare come non bluffavo prima, quando volutamente volevo portare un aspetto più solare, ironico, e probabilmente io ero proprio così, più solare anche io».
E ora?
«Essendolo ora meno, sia io personalmente che tutto il mondo che respiriamo, non riesco a far finta che non sia così e quindi l’unico modo per superare questa mancanza, queste assenze, questo dolore, è conviverci, che è quello che cerco di comunicare a tutti quanti. L’unica soluzione è la convivenza e la rielaborazione e la riparazione, da cui il titolo e anche tutto il concept, e lo faccio in dodici canzoni, sia con Fabio che per Fabio. In realtà io sono un malinconico, ma ho brillantemente mascherato questa mia parte con qualcosa sopra le righe. Quando ho cominciato, per mascherare questa natura, dicevo a me stesso: “La gente ha già tanti problemi. Diamogli un po’ di solarità”. E invece, inevitabilmente, uno crescendo raggiunge una certa maturità. Mi ero ripromesso di fare un altro album dopo ‘Na Notte Infame solo a condizione che il nuovo album raggiungesse il livello del precedente. Se poi, in qualche modo, questo disco aggiunge dei tasselli in più o lo supera, io questo non lo so, non spetta a me dirlo. L’importante era che io ne fossi soddisfatto e orgoglioso come per il precedente, e devo dirti che è esattamente così».
Ma la musica funziona davvero per riparare i ricordi?
«Al titolo potresti anche aggiungere un punto interrogativo, come una domanda posta a sé stessi. Diciamo che il tentativo di riparare i ricordi indubbiamente c’è, il fatto che ci si riesca, forse a tratti. Credo che superare certi traumi sia molto difficile, conviverci non è solo possibile, ma è doveroso, altrimenti rischi di implodere insieme a loro. L’unico modo che riesco a trovare per conviverci è continuare a raccontarli da due dimensioni differenti, non parlo di sedute spiritiche, parlo di qualcosa che ci fa stare sempre in contatto con le persone a noi più care, che ci permette di avere una sorta di dialogo silenzioso e interiore, che per certi versi forse è più profondo in alcuni frangenti adesso che non prima, perché scavo molto di più in me stesso, ma anche nel vissuto di Fabio. Complice il fatto che io, come lui, essendo entrambi degli scrittori, io in rima e lui in prosa, stiamo lasciando tanto, tra le cose pubblicate e quelle non pubblicate».
La title track in qualche modo ci dice che la vita e il tempo sistemano le cose. Un concetto confortante…
«Ci sono certi momenti che ti cambiano. Una notte, stile Fandango, per citare un film, o un fatto come quello vissuto da me con mio fratello. Però anche cose belle, ma bisogna camminare, camminare e camminare. Accadono cose che ci cambiano e questi cambiamenti vanno rimessi dentro alla propria vita, nel mio caso sotto forma musicale. E quindi ho pensato “Alla fine, noi, milioni di esseri umani, camminiamo sul terreno, nuotiamo nelle acque e poi invece la terra e il mare sono sempre lì. Quindi in realtà più che pensare che siamo noi che comandiamo e guardiamo loro, forse è il contrario”».
Ogni volta che parliamo ci ritroviamo sempre a dover fare questa antipatica specifica, spiegare che Piotta non è più quello del Supercafone, che si cresce negli anni, come è naturale che sia…però l’impressione è che dopo ‘Na notte infame qualcosa nella percezione del pubblico più largo sia cambiata, no?
«Assolutamente sì, poi è chiaro che non può essere così per tutti quanti, perché io con alcune canzoni ho toccato dei numeri molto ampi su molte fasce di pubblico e di popolazione, e alcune di queste sono totalmente disattente alla musica. Ma non solo alla musica, hanno un approccio alla vita, e lo dico senza giudizio, più passivo. Devi fare un passo, ma ci sarà sempre chi non lo fa e quindi magari per quella persona, che mi ha conosciuto ormai 25 anni fa o 20 anni fa con La grande onda, Piotta è quello, però è un problema suo. Peccato, si perde un sacco di dischi bellissimi, specialmente gli ultimi due».
C’è stata una sorta di nuova consapevolezza nel momento in cui hai trovato un’ispirazione particolarmente felice nel raccontarti, specie da Interno 7 in poi…
«Siccome sono un comunicatore e mi piace parlare con le persone, il disco, come il concerto, è un mezzo per arrivare emotivamente a più persone possibili e rendere un dato personale collettivo, infatti il concerto è la formula che più mi aggrada, ed è bello quando avviene questo. Quando qualcuno ti dice “Guarda, io non so scrivere le canzoni o non so scrivere un libro, non mi ci metto nemmeno, però l’ho ascoltata e, cazzo, sembra la vita mia”. E io gli dico “No guarda, ti assicuro che è la mia. Però la cosa bella è che siccome siamo esseri umani, siamo empatici, ci sono dei punti di contatto, ci sono e a volte sono anche tanti”. Io, per esempio, amo la pittura, a parte qualcosina per hobby, non mi sono mai messo a fare il pittore, visto che il pittore di casa è mio zio; però a volte vedo un quadro e dico: “Madonna mia, con i colori ha esattamente espresso le emotività che ho in corpo”, che io magari invece tiro fuori con le parole e con la musica. Ognuno ha il suo modo, ma l’importante è tirare fuori e capire che siamo in tanti e più che cercare l’odio e la disarmonia invece cercare al contrario l’unità e l’armonia».
Secondo te come mai i rapper di oggi non riescono a trovare una certa poetica nella strada popolare, quella antica, autentica, non quella plastificata all’americana…?
«Penso che cambi il punto di vista di osservazione. Io racconto la strada ma non ho mai fatto vita di strada, ci sto, parlo con tutti, ascolto tutti, ognuno ha il suo vissuto e sono molto curioso di ascoltarlo e magari anche riraccontarlo. Penso che sia quello che facevano i registi e gli sceneggiatori del neorealismo, cerco di dare una forma poesia a quello che vedo».
È una questione di sensibilità?
«Sì, serve proprio un’anima, una sensibilità differente, che ho sempre avuto da quando sono piccolo. E siccome ce l’avevo, l’ho sempre mascherata, perché comunque non è facile averla. Cioè a volte ci stai male sulle cose. Quindi ho sempre pensato di illudere me stesso, e forse anche il mondo esterno, dandogli, tutto sommato, la parte un po’ più leggera, cioè quello che i problemi li risolve e non li dà. Perché a casa già li dava mio fratello. Siccome non c’è più motivo di tenere questo ruolo, bello ma anche un po’ faticoso, mi sono detto: “Sai che c’è? Sono pronto per essere trafitto”. Ripeto: forse è un percorso per meno persone, è più di nicchia, ma ti giuro che non voglio dare una risposta non da me, non mi interessa. Sono sicuro che col tempo mi si riconoscerà il fatto che io ho fatto un percorso partendo sui banchi di scuola con il rap, quando in Italia ancora non c’era, giocando molto con le parole. A mano a mano mi sono fatto uomo e racconto il tempo che passa, la vita che cambia, e poi ognuno, in base all’età, accoglierà le canzoni che preferisce. Per me tutta questa differenza tra prima e dopo la vede più il pubblico, cioè quel prima sono le radici musicali del dopo, perché comunque io non sapevo né scrivere questi testi e tantomeno a cantarli come li canto adesso».
Hai mai preso in considerazione l’idea di un confronto con nuove generazioni, anche a livello di produzione?
«Non ho alcuna preclusione in tal senso ma io ci penso così, tipo un videogame di una volta: io cammino, tipo Super Mario, mi vengono incontro oggetti e persone, alcuni dico “Forse è meglio schivarli, non c’è affinità”, o semplicemente non mi piacciono proprio, hanno un’altra visione della vita e del mondo. Altri invece li voglio proprio abbracciare, per esempio Francesco Santalucia, con cui ho fatto questi ultimi lavori. Perché, oltre la bravura musicale, si deve creare anche una forte vicinanza umana, emotiva, sennò io non riesco a tirare fuori il meglio di me e forse nemmeno a tirare fuori il meglio di chi sta in studio con me. Perché alla fine fare le canzoni, intendo queste che nascono tra due o tre persone, è un momento veramente creativo, particolare, magico. Tu cominci, ma non sai bene cosa potrà accadere, può anche non succedere nulla o invece poi prendono una piega per cui sembra quasi che siamo solo dei mezzi, che arriva da qualche altra parte questa bellezza di scrittura e di musica che gira. Quindi è un momento magico e non si può creare troppo a tavolino».
È evidente che non vada sempre così nei tanti (troppi) featuring che infestano la musica italiana…
«L’impressione mia è che la discografia fa il suo lavoro e quindi metta a tavolino nomi e numeri, perché chiaramente sviluppa una serie di aspetti commerciali, di classifica, di streaming. Però se non si crea la magia, secondo me, anche se metti insieme dieci firme, magari una canzone o due vengono fuori a mestiere, ma poi il percorso si ferma là».
A proposito di collaborazioni, uno dei pezzi che mi è piaciuto di più è Quante notti ancora, confezionato con Tormento e Frankie hi-nrg. Mi racconti come è nato?
«Tutti i brani sono nati da me e Francesco, poi io su alcuni ho pensato di coinvolgere qualche amico o collega che stimo. Quando ho scritto Quante notti ancora, c’era questo racconto di notti passate, legate ai primi sogni, ai primi anni musicali, all’hip hop di allora, tra la batteria elettronica e questa fisarmonica invece molto italiana, molto popolare. Allora ho pensato sarebbe stato figo raccontare questa storia con dei nomi storici che hanno cominciato quando anche io ho cominciato, e mi sono venuti in mente subito Tormento e Frankie, con cui siamo grandi amici da tanti anni. Poi ho anche pensato che con Frankie ci conosciamo dal 1900, io l’ho anche aperto, la prima volta che sono salito su un palco davanti a 4-5mila persone, e non ho mai fatto un pezzo. Anche con Tormento, a parte alcuni live, non avevo mai lavorato davvero insieme. E poi ho scoperto che nemmeno loro due avevano mai lavorato insieme quindi è un trittico super inedito, anche se è tanti anni che siamo amici, con grande rispetto e stima. Infatti devo dirti che sentendo le loro strofe si sente che c’è un impegno, cioè sono fatte con sincera amicizia e anche qualità artistica profusa nelle varie rime e nelle esecuzioni».
Ma quando tre della vostra generazione si incontrano e commentano cosa è diventato il rap oggi, cosa succede? Cosa vi dite?
«Ognuno ha le sue idee, il suo vissuto. Per esempio Tormento, sia per il suo carattere che per il fatto che ha un figlio adolescente, è vicinissimo a tutti i nuovi, li conosce tutti. Infatti lui fa tante collaborazioni, ho visto, con ragazzi più giovani. Francesco è sempre stato aperto all’ascolto di tutti i generi musicali, infatti il progetto nuovo è batteria e voce, tanto jazz. Io ascolto un sacco di musiche del passato, ma io leggo vecchi libri, compro vecchi quadri, colleziono vecchie cose, sono cresciuto con mia nonna. E’ proprio il mio carattere, capito?».
A proposito di vecchio e nuovo, Manuel Agnelli la scorsa settimana in un’intervista mi ha detto che è molto preoccupato per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nella musica, dice che spazzerà via gli artisti?
«Sono d’accordo, anche io come Manuel sono seriamente preoccupato, non solo per il nostro lavoro, ma per tanti lavori. A metà giugno ci saranno le elezioni del Nuovo Imaie, che è un istituzione di cui io faccio parte per i diritti connessi degli autori. Io mi ricandiderò e con la mia lista abbiamo richiesto nel programma una tavola rotonda permanente con tutte le collecting del settore come la SIAE, più alcuni addetti lavori, sia per gli aspetti legali, ma anche che per aspetti tecnici e anche etici. Perché l’argomento è talmente impellente che siamo già in super ritardo e in qualche modo bisogna alzare le barriere di difesa, perché altrimenti è un cavallo di troia che ci spazza via. Temo che ormai l’onda si è alzata ed è inevitabile che arrivi al bagnasciuga, però possiamo cercare di far sì che non sia uno tsunami che ci travolge ma che in qualche modo si arrivi a una convivenza».
E tu la vedi possibile questa convivenza?
«Sono costretto a pensare, insieme a tante altre persone, che tutti assieme saremo costretti, se stiamo uniti, a trovare una soluzione che limiti i danni e l’ingerenza della macchina sull’uomo. Dobbiamo cercare di confrontarci il più possibile, ognuno con le sue esperienze. Non voglio certo impedire a un quindicenne di fare musica, ma vorrei che fosse il primo a capire che se non mette della nuova vita, della nuova linfa dentro, non c’è niente, c’è solo una macchina che riproduce cose già accadute. Cioè è come rivedere un vecchio film milioni di volte».
A questo proposito, in un’altra intervista, Dargen D’Amico ha detto che più dell’Intelligenza Artificiale si preoccupa del fatto che l’Intelligenza Artificiale sia usata dagli uomini…
«Il problema è che, da come si è visto e si vede in questi anni, pochissimi uomini decidono per tutti gli uomini. Ne consegue, banalmente, che l’intelligenza artificiale potrebbe finire, come di fatto potrebbe già essere, nelle mani di pochi, al servizio o a discapito dei molti. Quindi va proprio un po’ ripensata la struttura anche economica del mondo. Perché poi alla fine l’economia decide tante cose. Più l’economia che decide la politica che non il contrario».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«Tutto quanto, perché sono 12 canzoni e nessuna è stata messa a caso, tutte sono proprio sentite e fanno parte di un concept. Spero che resti tutto quanto e spero che addirittura questo e il precedente creino un flusso di ascolti, per cui io possa fare un concerto suonando solo gli ultimi due album. Non perché non ami il resto, ma perché non abbiamo tempo e non posso fare uno show di otto ore. E quindi in due ore vorrei fare tutti gli ultimi due dischi, più magari qualcosa di Interno 7 e Sette vizi capitale. Tutte cose figlie di questa mia terza ondata, la terza fase, questa più introspettiva e più cantautorale».
