Daniele Fabbri rompe i tabù sul sesso: «Ci lamentiamo se le donne non ce la danno, ma quando ce la danno non la sappiamo usare». L’intervista
Si intitola Clitoridere il nuovo spettacolo con cui Daniele Fabbri, uno dei più acclamati stand up comedian della scena italiana sta attraversando l’Italia. Uno spettacolo in cui il sesso viene preso di petto, senza peli sulla lingua, in cui il coinvolgimento del pubblico, stuzzicato con battute e situazioni esilaranti su tutte le più comuni abitudini, diventa elemento fondamentale per una drammaturgia chiara, netta, che tende a voler smontare quel pudore che condiziona anche il dibattito pubblico, politico, rispetto un argomento così fondamentale. Fabbri non offende mai, non supera mai la soglia della volgarità a sproposito, non si tira mai fuori dal processo di comprensione e consapevolezza che propone, così alla fine lo show si trasforma, tra le risate, in un momento catartico generale.
Lo spettacolo parla di sesso in maniera piuttosto esplicita e tu riesci a trovare un equilibrio straordinario per non risultare mai volgare…
«Parlare di sesso è uno dei più grossi tabù di questo Paese, un argomento che a me piace affrontare perché, al di là del periodo politico, i governi cambiano, le guerre iniziano, finiscono, succedono le cose, i problemi col sesso ce li abbiamo da sempre e continuiamo a non volerli affrontare, quindi è probabilmente il più scomodo tra tutti gli argomenti, è quello che ha la scomodità più radicata, quindi per me è sempre stato un grosso pallino. Dal mio punto di vista, nonostante oggi si faccia un gran parlare di consapevolezza sulla sessualità, di divulgazione sulla sessualità, manca la parte fondamentale, cioè il piacere, che secondo me è il vero vero tabù che ancora non vogliamo affrontare. Perché in questo Paese non c’è tanto un problema col sesso, quanto un problema col piacere, quando si parla di sesso ci si divide, tra chi non ne vuole parlare, quindi tutta una parte di popolazione molto bigotta o molto conservatrice e una parte più progressista che però ne parla in una maniera molto deferente, molto psicologica, molto istituzionalizzata. C’è un po’ di resistenza a parlarne in maniera piacevole, quindi già dal linguaggio che si usa, sempre molto prudente. E a me fa molto ridere perché è assurdo, se ci pensi, parlare di piacere ma togliendo il piacere di parlarne, è un paradosso incredibile che però secondo me non fa altro che alimentarlo quel tabù, perché quando tu a parole dici di voler parlare più apertamente di un argomento, ma nel linguaggio che usi e nelle modalità in cui ne parli traspare il fatto che tu sia invece bloccato e trattenuto, stai comunicando “Non sono così libero di parlarne” e quindi questo rende il tabù secondo me ancora maggiore».
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Secondo me gli stand up, esibendosi tra provincia e capoluoghi, tra grandi teatri e piccoli club, conservano un po’ il termometro dell’umore del Paese rispetto a certi argomenti. Allora voglio chiederti: gli italiani come hanno reagito a questo approccio al sesso?
«Da questo in particolare ti posso dire che quando si parla di sessualità c’è un grande conflitto nelle persone, tra il desiderio di volersi sbloccare e la mancanza di strumenti per farlo, perché comunque la sessualità è uno di quegli ambiti della nostra vita in cui combattono molto dentro di noi l’imbarazzo e la volontà invece di spingersi e c’è sempre un discorso legato alle insicurezze personali, alla pressione sociale, all’immaturità dovuta a tutta una serie di cose e quindi in realtà quello che ho visto io è che quando riesci a trasmettere non solo certi argomenti, certe idee, ma anche proprio una certa disinvoltura, le persone sono felicissime perché vedono sul palco una cosa che effettivamente possono fare anche loro. La cosa bella è che dopo aver visto questo spettacolo la gente mi scrive sui social e mi dice: “Ieri ho detto quella cosa che hai detto tu al mio compagno/alla mia compagna e ci siamo divertiti e questo divertirci però ci ha sbloccato dei discorsi”, “Ieri ho raccontato quella cosa che è successa e ho scoperto che un amico mio la pensa ma non me l’hai mai detta”. In particolare sul sesso secondo me questa cosa è importante perché le persone hanno bisogno di strumenti, di pensieri, di ragionamenti diversi, ma anche di battute diverse, di cazzeggio diverso e se non lo trovi da nessuna parte continui a usare quello che c’hai, cioè quello che ti passa dalla cultura che gira, cioè poca roba e vecchia».
C’è anche qualche reazione che non ti aspettavi, una cosa che ha spiazzato persino te…
«La cosa che mi succede abbastanza è che il giorno dopo lo spettacolo spesso mi arrivano messaggi di avance sessuali sui social, però non è la prima volta che mi succede nella mia vita. Quest’anno dopo una data mi ha scritto un uomo più grande di me, “Io lo so che tu hai detto di essere molto etero, ma se passassi una serata con me secondo me ti farei cambiare idea, perché molte cose di quelle che tu hai detto nello spettacolo, io le dico da tanto tempo, nessuno mi ascolta e non vedo l’ora di metterle in pratica”. Questa è stata la cosa un po’ più forte, che a me fa molto piacere paradossalmente, perché è vero che sono eterosessuale, però non mi importa il fatto di aver ricevuto delle avance sessuali in senso stretto, mi importa più l’idea che una persona, anche se in maniera inopportuna, si senta talmente libera di dirmi delle cose così esplicite pur non conoscendoci personalmente, mi dà la sensazione che significa che io gli ho trasmesso quel senso di libertà e di tranquillità anche nell’osare».
Quanto è importante oggi nella comicità l’elemento provocazione?
«Io non credo che la stand-up sia uno strumento di provocazione, credo che i singoli comici che decidono di essere provocatori lo sono. La stand-up ha avuto un momento ai suoi inizi di rottura, quando eravamo in dieci a farlo in questo Paese, e quando poi c’è stata l’occasione con Giorgio Montanini di portarla al grande pubblico tramite la televisione, però diciamo che la stand-up è stata la forma con cui si è identificata la provocazione, questo perché l’Italia è un Paese gravemente privo di arte provocatoria. Però non è una qualità della stand-up comedy, cioè io la stand-up comedy la ritengo semplicemente il monologhista che fa le battute, quindi la provocazione non è appannaggio della forma d’arte. Più che altro è lo spettacolo dal vivo che ti permette la provocazione, perché l’Italia è un Paese estremamente conservatore ed è un Paese anche poco amante del pensiero critico, del pensiero libero e quindi qualsiasi cosa uno vuole provare a fare che abbia una qualche accezione provocatoria per un senso costruttivo, quindi non provocatoria solo per fare polemica, difficilmente trova sbocchi su altri mezzi».
In tv che succede in questo senso?
«La televisione è il mezzo probabilmente più conservatore che esiste, compreso il conservatorismo di sinistra, che è proprio la cosa probabilmente peggiore che c’è in televisione. Anche i social sono mezzi molto censurati, insomma è molto difficile far passare messaggi che abbiano non solo la provocazione ma anche un’elaborazione della provocazione su dei mezzi di comunicazione mainstream. In teatro te lo permette il pubblico dal vivo, ogni volta che ti incontri con un pubblico dal vivo che per magia ti ascolta per un’ora e mezza senza mai prendere il telefono in mano, quindi hai tutta l’attenzione delle persone e non sfrutti quel momento per cercare di provocare un qualche cosa, uno stimolo, un qualche cosa di diverso rispetto a quello che gli viene propinato tutti i giorni dagli schermi, secondo me è un’occasione persa. Anche perché quando poi le persone ti danno così tanta attenzione, ti danno così tanta disponibilità, e tu usi quella disponibilità per stimolarli, le persone spesso sono grate, perché gli piace alla fine che uno le stuzzichi, gli comunichi qualche cosa di diverso, gli dia degli stimoli diversi. È vero che le persone normalmente sono pigre e quindi se tu gli dai sempre le stesse cose un po’ si abbandonano, però è pure vero che se tu riesci in qualche modo a stimolarle con qualcosa di interessante, un guizzo, la gente è felice ed è soprattutto contenta di essere uscita di casa quella sera e di aver fatto quell’esperienza lì. Quindi insisto a dire che la provocazione non è necessaria, però è uno spreco se non la fai».
Ti è mai capitato di qualcuno che invece non ha gradito questo passo oltre?
«Certo che mi è successo, anche se molto molto poco, dato che io tra l’altro sono sempre molto esplicito anche nella comunicazione degli spettacoli già a partire dalle locandine, io faccio un sacco di lavoro sul concept della foto, della locandina, non mi piacciono le locandine classiche del primo piano mio col microfono in mano, non me ne frega niente, cerco sempre delle cose molto esplicite, molto figurative e questo viene dal mio background da fumettista. Quindi mi capita poco perché è difficilissimo che qualcuno veda la locandina del mio spettacolo e non capisca bene di che cosa si tratta, quindi quando le persone vengono a vedere lo spettacolo nel 99% dei casi sanno benissimo cosa le aspetta. Qualche volta è capitato, è normale, pazienza».
Raccontaci, che è successo?
«Uno degli episodi più clamorosi è stato un sacco di anni fa, io portavo uno spettacolo che si chiamava Contiene Parolacce e dalla prima battuta c’era una signora in prima fila che mi guardava proprio preoccupatissima. Dopo dieci minuti ho dovuto interrompere, gli ho chiesto “Signora ma le danno fastidio le parolacce?”, e lei mi ha detto “Sì”, e io ho detto “Ma perché quindi ha comprato il biglietto di questo spettacolo?”, e lei: “Pensavo fosse ironico”. Lì non potevo fare niente, però appunto sono dei casi limite. Capita più spesso che ci sono delle parti di spettacolo in cui qualcuno si irrigidisce, magari si diverte per tutto lo spettacolo ma poi c’è quel pezzo specifico che va a toccare un nervo scoperto. In questo spettacolo c’è un pezzo in cui dico che ci sono delle donne che non sanno fare i pompini; lì lo vedo che cambiano gli sguardi a un po’ di persone».
E tu hai mai avuto la sensazione con te stesso di aver esagerato?
«No, ma semplicemente perché io lavoro molto molto molto prima, soprattutto quando scrivo, quando ho dei dubbi, non se sto esagerando a superare il limite, perché secondo me non esiste l’esagerazione, esiste il modo sbagliato di farlo. Io su quello lavoro molto molto prima a casa e ho una piccola cerchia di amici che non fanno i comici, a cui chiedo, a cui faccio delle domandine, gli faccio sentire delle cose prima, per capire un po’ le reazioni, e quindi quando arrivo a portare lo spettacolo io ho già ragionato tantissimo se ho fatto le cose bene oppure no. Quindi dal mio punto di vista, nel momento in cui vado in scena, rispetto chi non vuole che io superi quel limite, rispetto chi in quel momento rifiuta, perché va bene pure così, però so per certo che non sono io a sbagliare. Quando vai a toccare chiaramente certi tabù, vai a toccare certe corde difficili, non tutte le persone sono disponibili ad affrontare quella roba quella sera. Va bene così, difficilmente mi capita che qualcuno protesti però, perché soprattutto nel modo in cui io mi pongo, le persone magari non hanno voglia di ascoltarmi ma capiscono che sono loro ad avere la resistenza e quindi non me la rinfacciano. Solo quando parlo di cose politiche e di cose religiose c’è gente che mi accusa, ma lì non a caso parliamo dei bigotti più bigotti, quindi è normale che poi non si facciano un minimo di autocritica».
A proposito di rinfacciamenti e di politica, questo spettacolo parla di sesso e naturalmente dopo quello che ti è successo, mi riferisco alla denuncia nei tuoi confronti di Giorgia Meloni per averla chiamata “Puzzona”, tutti si aspettano tu faccia una serie di battute. Tu invece dedichi alla questione qualche minuto all’inizio specificando che non farai battute su quella vicenda. Però quella vicenda è ancora in corso, a che punto siamo?
«Siamo purtroppo ancora agli inizi, perché il processo è cominciato l’anno scorso ma c’è stata solo un’udienza praticamente. Lo diciamo sempre che i tempi della giustizia in Italia sono apocalittici, lo confermo. È vero che all’inizio dello spettacolo dico che non parlerò della Meloni ma non è per autocensura, è perché io considero questo spettacolo una serata di sesso orale e non c’è cosa che faccia meno sesso del parlare delle ingiustizie della politica. Questa storia sarebbe uno scandalo in un Paese normale, ma questo non è un Paese normale, questo è un Paese in cui la libertà di espressione è un valore astratto a cui non crede più nessuno praticamente, se non un pugno di comici e qualche giornalista, ma proprio sparuto. La querela ai miei danni per delle battute in questo Paese purtroppo sta più nella sfera del gossip che non nella sfera della politica e la conferma di questa cosa ce l’ho avuta dal fatto che, a parte l’intervista che mi hai fatto tu all’epoca, praticamente nessuna delle grandi testate o magari dei vari programmi di sinistra (con molte virgolette in aria) ha voluto farmi delle domande, chiamarmi per parlarne più approfonditamente. Non dico neanche farmi fare delle battute, anche parlarne seriamente, perché appunto quella è una di quelle cose che ha a che fare col gossip, per essere interessante dal punto di vista del gossip devi essere un personaggio nazionalpopolare e se non sei un personaggio nazionalpopolare io credo che alla fine nessuno si spende rischiando. Perché poi è ovvio che se tu inviti al tuo programma il comico querelato dalla Meloni tutta una parte politica poi ti può fare le telefonatine di protesta e lì si capisce quanto tu tieni ai principi e quanto tu tieni a pararti le chiappe. Quindi questa è una faccenda che andrà avanti ancora molto a lungo, mi costerà soldi di avvocato, ma io ho deciso di non voler fare la vittima perché non mi piace fare la vittima, so che sicuramente il processo finirà bene, perché poi un conto è la propaganda politica, un conto sono le azioni intimidatorie, ma un conto poi è la legge e la legge mi darà ragione. E quando la legge mi darà ragione festeggerò raccontando tutto quello che ho passato in questo periodo, facendoci delle belle e simpatiche battutine, che magari mi varranno un’altra querela e a quel punto ricominciamo il ciclo. Avrò uno spettacolo già pronto alla fine, tutto a spese sue, lo chiamerò Spese legali tour».
Tra l’altro l’avvocato che ha firmato la querela è Delmastro…
«Si, è quello che ha fatto partire la querela, ma non era più il suo avvocato già da quando è cominciato il processo. Il processo è cominciato con un altro avvocato, perché nel frattempo lui era molto impegnato ad aprire ristoranti, quindi probabilmente non aveva tempo di stare appresso anche alle cause».
Uno degli elementi che fanno più riflettere di questa storia però risale a qualche settimana fa, quando Giorgia Meloni si è dimostrata particolarmente sensibile alla causa della libertà dei comici di esprimersi, quando si è esposta con tale velocità sul caso Pucci/Sanremo. Tu cosa hai pensato in quel momento?
«Quello che ho pensato veramente non te lo posso dire perché di querele ne posso affrontare una alla volta. Come hai detto tu, sembra molto sensibile, ma evidentemente fa parte del gioco politico. Lo sappiamo, no? Dire le cose quando ti conviene dirle. Tant’è che tantissima gente le ha fatto notare il paradosso della mia querela contro la sua difesa di Pucci, anche in quei programmi e in quelle testate mainstream di cui sopra, che non mi chiamano, però usano il mio caso quando gli serve. Ma lei, chiaramente, su questa contraddizione non ha risposto, perché ovviamente non fa parte del suo stile rispondere alle domande, specie quando sono domande che non le piacciono. Io sono molto persuaso dall’idea che per quanto una persona possa fare carriera in politica, il vittimismo dei camerati è sempre una di quelle caratteristiche che ti rimangono radicate. In più il caso Pucci faceva molto comodo a chi, come Meloni, ma come anche molti altri politici, stanno mettendo un piede da tanto tempo nel mondo degli influencer, quindi bisognava cavalcare l’onda di un caso che stava suscitando polemica per approfittare e portare un po’ di attenzione e un po’ di consenso al proprio mulino».
Tu in generale che hai pensato del caso Pucci?
«Mi sarebbe piaciuto molto che Pucci avesse deciso di andare a Sanremo e avesse fatto delle battute sulla Meloni; lì ci saremmo molto divertiti, ma dubito che sarebbe successo. Anche perché, se c’è una cosa che la mia querela ha avuto come effetto immediato, mentre la sentenza arriverà a lungo termine, è che il messaggio che si è capito è: meglio non fare battute sulla Meloni, meglio non esagerare. Infatti, a parte qualcuno dei comici un po’ più grandi, più famosi, che hanno le spalle più coperte e che se lo possono permettere, vedi Crozza che fa l’imitazione o anche qualcun altro, che proprio perché hanno quello status sono anche più inattaccabili, nel mio ambiente e nel nostro mondo, quello della stand-up, io ricevo continuamente i messaggi di miei colleghi che sono preoccupati perché nel loro spettacolo hanno delle battute e non sanno se possono essere querelati e quindi forse le levano, forse non le dicono più. Quindi comunque il clima di intimidazione, che è il vero scopo della mia querela, l’abbiamo raggiunto lo stesso».
Il tema dell’autocensura è centrale, la scorsa settimana la Federation of Screenwriters in Europe ha pubblicato un report che parla proprio di questo argomento e di come dall’Europa agli Stati Uniti di Trump gli sceneggiatori evitano già di default argomenti antipatici a certi governi…
«L’autocensura in Italia è il normale modus operandi, il motivo per cui nella televisione italiana la satira praticamente non esiste e quella che c’è è poca e ha scarso mordente è perché noi viviamo di autocensura. La satira italiana non osa, è una satira morbida, è una satira prudente e per me dire satira prudente è come dire Formula 1 con i limiti di velocità, non ha senso. Ma nel nostro Paese ha senso, noi abbiamo creato la satira moderata. Io ho subito un sacco di episodi del genere, anche in situazioni piccole, ho iniziato a fare televisione con Comedy Central, che comunque è una rete tutto sommato di nicchia e già lì è successo che mi venissero tagliate delle battute all’interno dei monologhi senza dirmelo. Non dire certe cose perché è meglio non stuzzicare il can che dorme è proprio il nostro modo di lavorare in questo Paese, quindi è uno dei motivi per cui credo io non lavoro in ambienti più mainstream, proprio perché io mi sono sempre fatto conoscere per essere uno estremamente esplicito, estremamente libero e che rivendico il mio essere esplicito e il mio essere libero e quindi le persone non si fidano di me. In realtà in quelle poche occasioni che ho avuto per lavorare in contesti più nazionalpopolari, anche come autore, ho dimostrato che effettivamente io rispetto i contesti. È che in Italia non esistono contesti un po’ più liberi, non esistono programmi che ti permettono di esagerare, non esistono redazioni che hanno come scopo quello di andare sul provocatorio e quindi fondamentalmente chiunque decida di voler lavorare in maniera libera lavora da indipendente, oppure l’autocensura è una delle poche cose sicure che hai nel tuo lavoro, che è precario da tutti i punti di vista, ma censura e autocensura sono proprio certezze».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo spettacolo in chi viene a vederlo?
«In realtà mi piacerebbe che rimanesse tutto, però mi piacerebbe che rimanessero in particolare due cose. La prima è la convinzione che scherzare con le cose sessuali sia un modo per combattere il sessismo e non per alimentarlo, che è l’errore che si fa molto spesso oggi. Perché il messaggio che passa oggi è che se vuoi combattere il patriarcato devi prendere le cose molto seriamente, invece io penso che se tu vuoi combattere il patriarcato devi essere più divertente del patriarcato».
La seconda?
«La seconda cosa, e non so che tipo di critiche potrei attirarmi con una frase del genere, è che gli uomini (in particolare) capissero quanto sia importante il piacere femminile. Io non ne voglio fare una questione di altruismo, di rispetto, è che noi maschi ci lamentiamo tanto che le donne non ce la danno, ma il motivo per cui non ce la danno è perché noi non la sappiamo usare».
