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Matteo Alieno: «Fare musica di merda non serve proprio a niente. A X Factor ero fuori luogo». L’intervista

05 Aprile 2026 - 00:06 Gabriele Fazio
Molti se lo ricordano per aver partecipato al talent show, in realtà il polistrumentista romano classe 1998 era già un apprezzatissimo cantautore, che oggi torna con un disco generazionale

Molti lo hanno conosciuto come concorrente di X Factor ma, come tanti concorrenti, specie degli ultimi anni, nel circuito indipendente il suo nome girava parecchio, tutti sapevano delle straordinarie capacità cantautorali di Matteo Alieno, polistrumentista romano classe 1998. Dopo l’esperienza televisiva ha scelto di agire più dietro le quinte, soprattutto come autore, centellinando le uscite. Ma lo scorso weekend ha presentato Stare al mondo, un disco già molto amato dalla critica che ne celebra inequivocabilmente la visione, come uomo e come artista. Un album che possiamo definire generazionale, in riferimento a tutti coloro i quali stanno scomodi in questa nuovo modo di intendere la vita, sempre performanti, sempre in proscenio, sempre vincenti. Matteo Alieno offre una scelta alternativa e più romantica, grazie anche ad una sottile ed irresistibile ironia che pervade ogni singolo pezzo.

Complimenti per l’album…
«Grazie, fa veramente piacere, anche solo per quello che significa fare un disco. Quindi tanto tempo impiegato in studio, stare spesso a immaginare quello che poi potrebbe accadere una volta uscito, soprattutto in un momento in cui fare dischi è rischioso perché, senza mentirci, nessuno se li ascolta. Quindi essere ascoltato e avere un lavoro che viene apprezzato è una bella pacca sulla spalla per dire “Vabbè allora non ho perso tempo a fare il matto con uno strumento in uno studio”».

Tutto vero, infatti il vero successo, il passo in più, è che ho la percezione che il disco stia mettendo la testa fuori dall’acqua, che stia girando tanto, vedo i pezzi ricondivisi su Instagram…
«Per me veramente è un miracolo, non sto scherzando. Stamattina pensavo che se la mia vita dovesse diventare: fare un disco che ritengo molto bello, poi questo disco viene ascoltato e poi la gente viene ai concerti, questa equazione qua è il mio sogno. Non mi interessa essere famoso, far parlare di me in altri modi non mi interessa».

Anche il lavoro fatto in termini di produzione è molto interessante, siete riusciti a rendere queste canzoni perfettamente in linea con il mood concettuale del disco, sono canzoni molto umane, molto vive…
«Viviamo una società molto distante dall’istinto, perché è tutto programmato. Se fai musica al computer se vuoi aggiungere dei violini lo puoi fare in un attimo con la tastiera, se vuoi un basso lo puoi fare finto con la tastiera, letteralmente tutto può essere fatto al computer. Però se io impiego un giorno intero a fare la batteria di un pezzo e nel frattempo ci sono io che la suono e mi faccio male al polso, il sudore, il microfono che si sposta…alla fine il giorno dopo dici “Cazzo, mi ricordo che ho fatto”. Ci sono giorni che sto tutto il tempo al computer a lavorare e personalmente non mi ricordo che ho fatto, proprio zero, quindi secondo me per riempire la vita c’è bisogno di tornare molto alla realtà e credo che stia succedendo, non solo a me ma a tantissime persone, anche che non fanno questo lavoro».

Però se fai il musicista assume un valore del tutto particolare, no?
«Certo, nel mio lavoro secondo me è fondamentale, perché quando usi le mani, banalmente, è più divertente. Poi Luca Caruso, che ha prodotto il disco, mi ha veramente trasmesso una passione per l’uso delle macchine vere, in questo modo così creativo, così giocoso, che mi ha un po’ aperto la testa; ma non penso di essere così speciale, credo che ci sarà una nuova ondata di dischi fatti così. Almeno a Londra, dove ho fatto il disco, molti della mia età, anche più piccoli, gli album li fanno così».

Non è solo un vezzo da artista, è proprio che si sente che il risultato poi è diverso…
«Sì, perché il digitale non ha le sfumature, è quella la vera differenza. Se ci pensi, il digitale è una riproduzione di 0 e 1 fondamentalmente, come se tu prendessi il mondo e provassi a descriverlo tutto solo con 0 e 1, mancano le sfumature. Ma più che nel risultato secondo me è nell’esperienza la vera differenza, secondo me l’esperienza che tu hai quando suoni si sente poi nell’entusiasmo della voce quando registri e la fortuna che io ho di fare questo lavoro è che se sarò ancora vivo, spero tra 15-20 anni, mi riascolterò questo disco e vedrò precisamente cosa sentivo, questo è un lavoro che ti permette di fare questo».

A proposito di mondo, questo è un disco in cui dichiari questa incapacità di stare al mondo, una sensazione totalmente condivisibile. Ma la musica che ruolo ha in questa incapacità di stare al mondo?
«Secondo me di connettere le persone. Io, veramente, gran parte dei sentimenti che provo li riesco a descrivere grazie alla musica che ho ascoltato o i film che ho visto. Sappiamo tutti quanti che stare al mondo è difficile e quindi se ce lo diciamo con le canzoni è un pochino più semplice ecco».

È stata questa incapacità di stare al mondo che ha ritardato di tanti anni l’uscita di un disco dopo X Factor?
«Non lo so se è stato questo il motivo, in generale quell’esperienza lì è stata determinante perché mi sono trovato in un contesto che mi sono reso conto non era molto per me, cioè la gara non era una cosa che faceva per me, come l’attenzione di persone non interessate a quello che magari provi davvero. La competitività è una cosa che assolutamente non mi riguarda».

L’edizione fu bella, perché c’era un bel cast di ragazzi bravi e già conosciuti nel circuito indipendente, ma effettivamente da subito, specie chi ti conosceva da prima, si è chiesto cosa ci facessi lì…
«Io l’ho fatto veramente, come si suol dire: a cazzo di cane. Mi sono anche reso conto che l’essere fuori posto lì poi mi ha fatto anche interrogare sull’essere fuori posto nella vita. Perché in realtà, se lo analizzi proprio in modo semplicissimo, X Factor è un palco con delle riprese e tu vai a suonare, non è che poi c’è tanto altro dietro, perché non è un reality in fondo. Mi sentivo fuori posto perché dovevo gareggiare, poi figurati, mi hanno eliminato perché dicevano che ero stonato; che, voglio dire, lo so e non me la prendo, perché il mio lavoro è un altro, è quello di raccontare la mia visione della vita, quindi se sono stonato va benissimo, sono stonato nella vita non solo nella voce».

Una volta fuori?
«Uscendo mi sono reso conto che in realtà il mondo era anche un po’ più complicato di così, anche fare musica in questo momento è stare sui social fondamentalmente, provando a diventare virali, che è una cosa peggio di una gara, è una cosa atroce».

C’è anche un brano nel disco, Ansia, in cui si critica un po’ il sistema discografico attuale e io, unendo un po’ i puntini, pensavo che una volta chiuso X Factor fossi stato costretto ad imporre il tuo modo poco televisivo, poco commerciale, di intendere la musica…
«Devo dire che in realtà ho la fortuna di lavorare, non so neanche io perché, con persone che non gliene frega nulla di questo, e alla fine stiamo parlando di Island, che è una multinazionale, però devo dire che mi dà veramente una libertà incredibile, sono fortunatissimo. Però sicuramente il mercato discografico è un mercato che, visto da un certo punto di vista, non ha senso, a volte mi chiedo proprio “Ma perché??”».

Io me lo chiedo tutti i giorni.
«No perché penso: una forchetta ti serve per mangiare, la musica non serve a un cazzo, se non a migliorarti la vita, quindi perché fare musica di merda? Non ha senso. Poi uno può fare una forchetta di merda, perché comunque gli serviva, ed è uscita male, oppure fa una lampadina, perché gli serviva la luce, ed è uscita male. Ma la musica? Innanzitutto ne è uscita di splendida e se c’è una cosa che un digital stores tipo Spotify ha di buono è che ci dà accesso alla musica di tutte le epoche quando vuoi, quindi non c’è assolutamente bisogno di musica brutta contemporanea secondo me. Soprattutto in un momento del genere, in cui il mondo sta andando in una direzione brutta, o parli di questa direzione brutta e la critichi, o fai musica bella per contrastare la bruttezza del mondo, oppure tutte e due le cose insieme. Ma fare musica brutta per me non ha proprio senso, quindi a volte il mercato discografico per me non ha proprio senso».

Spesso mi trovo a pensare che la musica per alcuni è solo un mezzo per arrivare ad altri scopi che non hanno niente a che fare con la musica.
«È così. Per dire, c’è stato un periodo in cui, questa cosa veramente fa ridere, ero finito nel mondo della moda di Milano, e posso dirti che ci sono tantissimi cantanti che fanno musica solo per avere i follower necessari per poi fare brand e quindi sponsorizzazione, come tendenzialmente fanno gli influencer. E ci sta pure, però secondo me noi artisti, musicisti, anche voi giornalisti, chi si occupa di musica, dobbiamo impegnarci a fare cultura, e dobbiamo impegnarci tanto. Cioè, c’è chi lo fa con quell’intenzione, va bene, è lavoro, non è che sta rubando, però iniziamo a distinguere le cose. Poi non sto dicendo che io sono bravo e gli altri no, figurati, c’è gente che penso veramente che abbia altri scopi ed è magari molto più funzionale di me nella musica, però comunque l’intento è chiaramente diverso e poi il risultato magari è peggiore. Per questo dico che bisogna distinguere, non è che sono più bravo, però l’intento magari è diverso, quindi distinguere, perché poi magari per chi vuole suonare l’estate nei festival diventa tutto più difficile, perché si mischia tutto. Arriva l’assessore comunale del festival di turno e dice “Chiamo quello perché è famoso”, l’ha strapagato, però magari poi va sul palco e non c’è nessuno sotto, perché ormai sappiamo che i numeri sui social non corrispondono quasi mai a quelli dello sbigliettamento. E poi magari c’è uno che si è fatto un culo così e c’ha dei musicisti fortissimi e non può suonare. In Italia siamo proprio esperti di questo, ti assicuro che a Londra non è così, noi siamo proprio il paese dei VIP, io lo chiamo così, persone che sono famose ma non si sa perché sono famose».

Io credo che il concept del disco forse può essere riassunto tutto in un verso: «Nessuno sa stare al mondo tranne chi non capisce niente», che è una frase straordinariamente attuale, anche straordinariamente politica secondo me in questo momento, no?
«Be sì, è venuta fuori con Fulminacci durante un pranzo in cui parlavamo del fatto che non sappiamo stare al mondo, in modi anche comici. A un certo punto, parlando di persone delle quali non faremo i nomi, ci siamo detti: “Questo non capisce un cazzo eppure sembra stare benissimo, quindi forse il problema siamo noi”. C’è gente effettivamente che non si chiede mai il senso di quello che fa, il senso di quello che succede intorno a sé, quindi diventa sicuramente più semplice vivere per chi non capisce un cazzo».

Ti è mai capitato di chiederti se preferiresti essere in quel modo?
«Sinceramente no, ti rispondo in modo veramente un po’ paraculo, però a me la cosa che spaventa della morte, da sempre, da quando sono piccolo, è pensare che non posso più pensare. Nel momento in cui muoio la mia coscienza, i miei ricordi, i miei pensieri, svaniscono. Per me, rendermi conto della morte è così difficile solo per questo motivo. Il fatto di non pensare più è impensabile, diventare stupido e non pensante per me è come morire».

Un’altra domanda che ti fai nel disco è «Chi vince che vince?». E anche questa è una domanda valida, perché noi viviamo una discografia in cui in classifica ci vanno quelli che si dichiarano vincenti, che dicono di avere un sacco di soldi, che dicono di andare a letto con un sacco di donne, che dicono di avere le pistole con il calibro più grosso…
«Sai che quella canzone mi è venuta in mente dopo un momento di sconforto. Io voglio vedere un trapper con la pistola, ricco, che fa sesso con tutti, e dirgli: “Va bene dai, hai vinto, bravo. E adesso che fai?”. Secondo me è una domanda che un po’ lo potrebbe mettere in crisi. Oltretutto secondo me alcuni hanno una mentalità per cui il fine giustifica i mezzi, quindi magari per diventare famosi finiscono davvero in carcere per aver sparato a qualcuno. Magari hai usato la strategia giusta che ti ha portato a vincere, ma che cazzo di vita hai fatto? Chi vince veramente è chi si gode un po’ il paesaggio, al di là di dove arriva, perché la vita alla fine ha sempre lo stesso traguardo, la morte, quindi se durante la vita il tempo che occupi lo occupi pensando solo all’arrivo, poi finisce che non hai corso, non hai passeggiato, non hai camminato, hai solo provato a pensare al traguardo, e quindi è un po’ come se ti perdessi di vista un sacco di attrazioni che la vita ci regala. Un amico, il rapporto con i propri genitori finché ci sono, un amore, ma anche la noia è un grande passatempo, un sacco di cose che poi, se pensi sempre ad essere performante, inevitabilmente ti perdi. Quindi se scegli di fare la vita del vincente secondo me poi ad un certo punto ti impalli».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«Sicuramente vorrei ispirasse le persone, anche musicisti sperduti nella vita come lo sono stato, come lo sono, a dire: “Sai che c’è? Quello che faccio non è del tutto inutile”. La mia vittoria con questo disco è che c’è, che l’ho fatto. Ovviamente spero di suonarlo, perché mi piace suonarlo sul palco, però il fatto che esista, che alla fine, nonostante tutte le difficoltà, le paure e anche la fatica che ci ho messo, sta lì, già mi fa sentire un vincente. Spero che arrivi alle persone che mettere dell’impegno in qualcosa di proprio e dire “Sono riuscito a fare questa cosa”, che può essere anche scrivere un diario, occuparsi di una cosa per sé stesso, è una cosa soddisfacente. È un modo di essere gentili verso sé stessi».

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