Madre e figlia avvelenate, i «non ricordo» del padre e i dubbi sul malore. La cugina sentita alla fine: cosa non torna dopo gli interrogatori

Sono durati oltre dieci ore gli interrogatori sostenuti ieri l’8 aprile nella Questura di Campobasso da Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre della quindicenne Sara, entrambe morte avvelenate con la ricina tra il 27 e il 28 dicembre scorsi. La procura di Larino, che indaga per duplice omicidio premeditato per ora contro ignoti, ha ascoltato anche la figlia maggiore Alice, 19 anni. Secondo quanto emerge, le versioni dei due coinciderebbero, ma alcuni passaggi non avrebbero convinto del tutto gli investigatori. «La mia famiglia è distrutta, io sono a vostra disposizione, voglio solo la verità sulla morte di Antonella e Sara», avrebbe detto Di Vita alla procuratrice di Larino Elvira Antonelli e al capo della squadra mobile Marco Graziano al termine del colloquio, secondo Repubblica.
L’interrogatorio fiume e la cugina sentita di notte
L’audizione di Di Vita è iniziata alle 10 di mattina e si è conclusa intorno alle 20, seguita da quella di Alice, durata oltre tre ore e mezza. Dalle 20 alle 23 è stata poi sentita una cugina di Gianni, che da oltre tre mesi ospita in casa sua padre e figlia. La scelta di interrogare la cugina a quell’orario apparentemente insolito è legata alle esigenze degli inquirenti, che avevano evidentemente bisogno di confrontare la sua versione con quelle di Gianni e Alice prima che i tre potessero incontrarsi e, inevitabilmente, parlare di quanto era stato chiesto loro. Tutti e tre potrebbero essere riconvocati nelle prossime ore.
I dubbi sulle giornate del 23 e 24 dicembre
Il nodo cruciale dell’inchiesta riguarda i giorni immediatamente precedenti ai sintomi di madre e figlia. Il 23 dicembre, quando a cena erano presenti solo Antonella, Sara e Gianni, con Alice fuori a mangiare una pizza con gli amici, e il 24, con la famiglia al completo tra pranzo dai nonni materni e cena da quelli paterni. Dal mattino di Natale sono state solo Antonella e Sara ad accusare disturbi gastrointestinali, che in meno di 48 ore le hanno portate alla morte. Alice, che il 23 non era a tavola con loro, non ha mai manifestato alcun sintomo.
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I «non ricordo» di Gianni Di Vita nei primi interrogatori
Come riporta Repubblica, già dal primo interrogatorio di gennaio Di Vita ha mostrato difficoltà a ricordare cosa fosse stato servito in tavola in quei giorni, chi fosse presente, se le due donne avessero consumato qualcosa fuori casa. Ieri gli inquirenti hanno dato tutto il tempo possibile all’ex sindaco di ricordare per filo e per segno quei giorni cruciali per le indagini. Lo sforzo che gli è stato chiesto è di ricordare quali siano stati i regali di Natale arrivati in casa, quali bottiglie di vino siano state aperte, oltre ai barattoli e conserve consumati dalla famiglia. Già nelle prime battute dell’inchiesta in cui erano indagati cinque medici di Campobasso, Di Vita non era stato in grado di ricordare tutto. E questo aveva alimentato le perplessità degli investigatori, ormai convinti che la morte di Antonella e Sara non sia stata accidentale ma il risultato di un avvelenamento premeditato.
Il malore di Di Vita e i dubbi del primario
Uno degli elementi meno limpidi dell’inchiesta riguarda il ricovero di Gianni Di Vita all’ospedale Spallanzani di Roma nella prima settimana di gennaio. L’uomo si era presentato al pronto soccorso del Cardarelli di Campobasso subito dopo la morte della moglie, riferendo di aver avuto il giorno prima sette episodi di vomito e diarrea. «Ma quando era da noi non presentava più sintomi», ha raccontato il primario Vincenzo Cuzzone, che ha aggiunto: «Visto quello che era successo, per noi inspiegabile, a moglie e figlia abbiamo deciso di mandarlo per precauzione allo Spallanzani. I colleghi di Roma ci hanno riferito che le sue condizioni sono state sempre stabili e gli esami hanno dato tutti esito negativo». Cuzzone si è detto scettico sull’ipotesi che anche Di Vita possa aver ingerito ricina: «È un veleno che non perdona anche se ingerito in quantità minime».
L’attesa per gli esami del sangue: la svolta potrebbe arrivare entro aprile
La vera svolta investigativa potrebbe arrivare dagli esami del sangue di Gianni Di Vita, richiesti dagli inquirenti al Centro nazionale antiveleni di Pavia diretto da Carlo Locatelli. Stabilire se l’uomo abbia o meno assunto ricina, anche in dosi minime, sarà un elemento decisivo. Durante il ricovero allo Spallanzani, quando si credeva ancora a una tossinfezione, non erano state eseguite analisi specifiche per la ricerca di veleni. Entro dieci giorni è attesa la relazione finale del centro pavese, mentre l’esito ufficiale dell’autopsia e degli esami tossicologici dovrebbe essere depositato entro fine aprile. Nel frattempo, la casa di famiglia a Pietracatella, già posta sotto sequestro, sarà oggetto di un nuovo sopralluogo della polizia scientifica alla ricerca di tracce che aiutino a capire come sia finita la ricina nei piatti delle due vittime.
