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Madre e figlia avvelenate, i sospetti del primario e il trasferimento del padre: «Mi chiedevo: “perché il cuore non riparte?». Cosa è successo in ospedale

04 Aprile 2026 - 10:11 Giovanni Ruggiero
Madre e figli avvelentate, parla il medico di Rianimazione
Madre e figli avvelentate, parla il medico di Rianimazione
«Abbiamo fatto tutto il possibile, ma non ha mai ripreso a battere» racconta il direttore della Rianimazione del Cardarelli di Campobasso a proposito del cuore della 15enne. Il suo racconto sul ricovero dell

Che i casi dei malori e poi i decessi di madre e figlia fossero anomali era apparso chiaro quasi subito a Vincenzo Cuzzone, 43 anni, direttore della Rianimazione dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, tra i primi a tentare di salvare Sara Di Vita, la 15enne di Pietracatella morta il 27 dicembre. Il giorno successivo, nello stesso reparto, è deceduta anche la madre Antonella Di Ielsi, 50 anni. Inizialmente si era parlato di intossicazione, ma ora che l’ipotesi dell’avvelenamento da ricina si è fatta strada, Cuzzone ripercorre quei momenti in un’intervista al Corriere del Mezzogiorno. «Sin dall’inizio ho avuto la sensazione che qualcosa non tornasse», racconta il medico. La procura di Larino indaga per duplice omicidio premeditato, al momento contro ignoti. Ma c’è ancora l’indagine aperta a Campobasso sulle eventuali responsabilità di cinque tra medici e infermieri.

Il peggioramento rapido della ragazza e il cuore che non riparte

«L’evoluzione del quadro clinico era troppo rapida, anomala. Madre e figlia presentavano una storia clinica praticamente sovrapponibile, sviluppatasi nello stesso identico modo e negli stessi tempi. È un elemento che, da medico, non può non far riflettere». In sala rianimazione, il dettaglio che lo ha colpito di più è stato il cuore della ragazza: «Continuavo a chiedermi perché non ripartisse. Non c’era una spiegazione evidente. Abbiamo fatto tutto il possibile, ma non ha mai ripreso a battere».

I sintomi della madre e il trasferimento d’urgenza in ospedale

La notizia delle condizioni della madre è arrivata nel momento peggiore. «Quando ho comunicato il decesso ai familiari», ricorda Cuzzone, «mi dissero che la madre si trovava a casa con gli stessi sintomi. A quel punto ho chiesto immediatamente di trasferirla in ospedale». Anche il decorso di Antonella Di Ielsi ha seguito lo stesso schema: insufficienza multiorgano improvvisa, fuori dagli schemi abituali. «Sembrava esserci un agente che colpiva simultaneamente più organi», spiega il medico. «Questo è ciò che rendeva il quadro così insolito».

I dubbi nei mesi successivi: «Oggi so che non c’era nulla da fare»

Da allora Cuzzone ammette di portarsi dietro diversi dubbi sul suo operato, chiedendosi se avesse potuto comportarsi diversamente: «Mi sono chiesto a lungo se avessi potuto fare qualcosa in più. È una ferita che resta», ammette. La scoperta della ricina come causa probabile ha però offerto almeno una risposta parziale: non esiste un antidoto per questa sostanza, non è riconoscibile in tempo utile e non è trattabile in modo specifico. «Anche se avessimo capito subito la natura del problema, non avremmo potuto fare nulla di diverso», dice Cuzzone, che paragona la situazione a quella di un aneurisma addominale rotto, dove però esistono almeno strumenti per stabilizzare il paziente. In questo caso non c’è stata alcuna risposta dell’organismo alle manovre terapeutiche. La dose letale della ricina, aggiunge il medico, è estremamente bassa, circa un milligrammo ogni dieci chili di peso corporeo: «Non esiste una vera zona intermedia. O si sopravvive o si muore rapidamente».

Perché il padre è stato trasferito allo Spallanzani

La decisione di trasferire il padre della ragazza all’Istituto Spallanzani di Roma è stata presa per precauzione. «L’ho fatto inizialmente per sicurezza e poi, direi, anche per eccesso di zelo», spiega Cuzzone. «Ho pensato che, se anche lui avesse ingerito qualcosa, fosse meglio affidarlo a un centro altamente specializzato». Una decisione presa anche alla luce dei due casi insoliti e senza spiegazione, che hanno spinto il medico a evitare eventuali sottovalutazioni.