Da Gaza all’Italia: in mille tra bambini e famiglie nel nostro paese. Ma dopo l’accoglienza arrivano le difficoltà. Le associazioni: «Non c’è un protocollo chiaro»

L’Italia ha accolto finora più di 940 profughi gazawi, tra cui 259 pazienti pediatrici bisognosi di cure urgenti, configurandosi come il Paese europeo con il maggior numero di ospitalità dalla Striscia di Gaza. «Più di tutti gli altri stati europei messi insieme» (senza contare i 227 studenti e ricercatori universitari), sottolinea spesso sorridendo il ministro degli Esteri Antonio Tajani, evidenziando un dato indubitabile. Tuttavia, emergono profonde criticità strutturali nella gestione quotidiana e nell’integrazione delle famiglie.
Se dell’arrivo di gruppi di bambini accompagnati dai familiari (così come degli studenti) la Farnesina dà costantemente comunicazione e non mancano video e foto dell’atterraggio in Italia, poco viene comunicato ufficialmente di come questi nuclei familiari vivano la loro quotidianità e con quali prospettive.
La testimonianza: «Condizioni intollerabili e senso di abbandono»
Tasaheel A., mamma di due bambini, al telefono con Open appare disperata. Racconta di vivere in un centro in Toscana, insieme alla famiglia, due bambini (di cui uno rimasto gravemente ferito a Gaza) e il marito, tra mura sporche, insetti e soprattutto con quasi nessuna possibilità di rintracciare altri familiari o altre persone provenienti dalla Striscia, dove il senso di comunità e di rete relazionale è sempre stato molto forte. «Avrei preferito morire a Gaza, tra le persone che conosco che essere qui abbandonata, senza nessuno che si occupi di noi e senza la possibilità di costruire una vita», ci dice.

Alcune associazioni di solidarietà che sono nate dopo l’invasione israeliana di Gaza, in seguito all’attentato terroristico del 7 ottobre, ci raccontano che il suo non è un caso isolato e che, anche al di là delle effettive condizioni materiali del totale degli accolti, il problema nasce col tipo di accoglienza che l’Italia ha pensato per i palestinesi in arrivo. «A differenza di quanto accaduto per altre emergenze, ultima l’Ucraina, per i palestinesi non è stato fissato un protocollo specifico che preveda cosa fare una volta finito il primissimo momento di emergenza ed accoglienza, una strada che porti al pieno inserimento nel tessuto sociale e lavorativo», ci spiega Greta dell’associazione Sanitari per Gaza, che ha sede a Bologna.
Il nodo normativo: il confronto con la gestione per l’Ucraina
L’unico documento ufficiale che regola l’accoglienza dei gazawi in Italia è l’ordinanza 1085 della Protezione civile, emanata nel maggio 2024, due anni fa. Un’ordinanza che fin dal titolo parla di “prime disposizioni urgenti” e, a detta di più di una associazione, si rivela carente nel rispondere alle necessità che si affacciano nel corso del tempo.
Nel costruire il dispositivo di espatrio, tema su cui è fondamentale l’accordo con Israele e l’esistenza di intese già attive, la Farnesina ha dato priorità alla tutela dei bambini feriti nel conflitto. È attorno a loro che partono le prima domande per lasciare Gaza, presentate al Consolato italiano, con madri e fratelli piccoli. Più difficilmente – perché Israele molto spesso nega l’espatrio – le partenze avvengono con uomini maggiorenni, che in qualche caso riescono ad ottenere il ricongiungimento familiare solo in un secondo momento. Grazie all’esistenza di buoni rapporti e di pratiche consolidate, l’Italia è riuscita a portare fuori dalla Striscia 940 persone alle quali vanno sommati studenti, ricercatori e ricongiungimenti familiari altri, per un totale che supera le 1000 persone.
All’arrivo in Italia, il percorso di queste famiglie è in un primo momento gestito dalle prefetture, attraverso i Cas, centri di accoglienza straordinaria. Quindi la maggior parte si sposta in strutture Sai, il Sistema di assistenza e integrazione, promosso dall’Anci in collaborazione col ministero dell’Interno. Una rete grande, che conta in Italia 41.627 posti attivi al 30 aprile 2026 (di cui però 6740 sono destinati ai minori non accompagnati).

Le reti di solidarietà informale per trovare case
«Con il mio studio di pediatria – racconta a Open Andrea Satta, voce dei Tete de Bois ma anche pediatra della Asl di Valmontone – e attraverso una rete di madri già attiva stiamo dando supporto ad alcune famiglie accolte nei Cas. Una in particolare è rimasta in una stanza di un Cas da gennaio all’estate, una madre con tre figli di cui uno con un quadro sanitario grave. È vero che l’Italia li ha portati via da un territorio di guerra, ma in alcuni casi le condizioni sono intollerabili».
«Per questa famiglia – aggiunge Satta – siamo riusciti a trovare una casa messa a disposizione da una famiglia mentre altre stanno lavorando, volontariamente, a mettere a disposizione ciò che manca, chi fa un impianto elettrico, chi dipinge le pareti. Sono piccoli gesti che si appoggiano su una grande rete di solidarietà, lavoriamo anche con i municipi limitrofi per aiutare altre famiglie, stando però attenti a non creare competizione con chi aspetta alloggio in una casa popolare».
Cittalia e l’accoglienza: «Capienza massima, ma in arrivo una revisione»
Sui grandi numeri, dopo la prima emergenza la gestione cambia e buona parte delle famiglie finisce in una struttura Sai, la cui supervisione spetta a Cittalia, la fondazione dell’Anci per le politiche di accoglienza. Anche Tasaheel, la mamma che ha raccontato ad Open di sentirsi così disperata da voler tornare a Gaza, è in uno di questi centri. La direttrice di Cittalia, Federica Raschellà spiega a Open: «Al momento, in seguito alla Ordinanza 1085 della protezione civile abbiamo accolto finora 749 persone, 562 sono ancora nelle strutture Sai, gli altri hanno trovato altre soluzioni o magari un’abitazione autonoma. Di quelli che accogliamo attualmente 267 sono minori».
Nonostante i nuovi arrivi, il numero dei posti Sai oggi è quasi al tutto esaurito. «Non ci sono stati adeguamenti, è vero, come invece era avvenuto per l’Ucraina. Ma è in corso una proposta di revisione dei posti Sai che dovrebbe incrementare l’offerta di 500 posti complessivi, non solo legati alle famiglie palestinesi», aggiunge Raschella. In teoria il Sai è previsto per sei mesi più sei, tempo finito il quale il richiedente asilo dovrebbe essere integrato ed autonomo, anche se rinnovare la convenzione è sempre possibile. «Nessuno ha intenzione di mettere alla porta queste famiglie, il nostro compito è integrare non creare nuova emarginazione», conclude.

Il peso sui volontari
I volontari sono molto meno ottimisti. «Le famiglie gazawi, magari con piccoli gravemente malati da accudire, si trovano sparse sul territorio nazionale, lontane tra loro, senza parlare la lingua, senza essere incluse in percorsi di inserimento sociale, senza veder riconosciuti i loro titoli e persino la patente di guida», dice ancora Greta, infermiera e volontaria dei Sanitari per Gaza. «È per questo che spesso assistiamo a questo senso di disperazione in cui alcuni dicono di rimpiangere Gaza dove avevano almeno una rete sociale attorno a sé. Non è mancanza di riconoscenza, è senso di abbandono». Nel caso dell’associazione a cui aderisce questa infermiera, a Bologna, i volontari provano a rimediare organizzando attività come un «sabato di comunità», per fare in modo che le famiglie palestinesi possano incontrarsi.
«Ma il peso sui volontari è troppo pesante», ci dice ancora: «È paradossale che a organizzare qualcosa siano reti informali come la nostra, anche perché a fronte del carico che prendiamo su di noi abbiamo ben poco potere decisionale».

