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Che noia il disco di Ultimo, orrendo il duetto Morandi/Amoroso, bene Fabri Fibra e Paradiso. Momento nostalgia: tornano le Lollipop. Le recensioni

21 Giugno 2026 - 09:50 Gabriele Fazio

Ultimo – Il giorno che aspettavo

La scrittura elementare, l’incapacità di sviare da certe tematiche, comunque affrontate con la solita retorica insopportabile. Ascoltare Il giorno che aspettavo è un viaggio dentro un punto interrogativo: non si capisce davvero come questo ragazzo dalle indubbie doti compositive sia capace di smuovere una tale quantità di pubblico con un repertorio di canzoni così deboli. Ok, sì, è un pop sempliciotto, non destinato a palati raffinatissimi, che si fa forza di una oggettiva solidità e un romanticismo spicciolo e diretto, cosa che naturalmente rende facile l’approccio con un pubblico vasto. Certo, lui per portarsi più gente possibile dalla sua, forza la mano con questa narrativa degli ultimi, piuttosto buffa dato che parliamo di un ragazzo che è tutto meno che ultimo e ha avuto una carriera talmente fulminea (16 mesi e 25 giorni tra la vittoria a Sanremo tra le Nuove Proposte e il debutto allo stadio Olimpico a soli 23 anni) che non avrebbe avuto nemmeno il tempo di prendere quelle porte in faccia che giornalmente feriscono il grugno di cantautori estremamente più preparati, complessi e significativi; loro sì, davvero ultimi, lasciati indietro da questa discografia avida, cafona, arraffona e pornografica. Una narrativa in cui rientra anche il rapporto con i giornalisti, sempre raccontati come brutti e cattivi, che odiano Ultimo, solo perché nel 2019 era convinto di stravincere al Festivàl e invece la sala stampa preferì premiare Soldi, una canzone da 270 milioni di stream che tra l’altro lanciò uno dei nostri migliori artisti in attività, Mahmood. Comunicazione di servizio: se, come noi, rimanete imbambolati dinanzi a certi fenomeni, consigliamo un libro di recentissima uscita, Il popolo di Ultimo, firmato da Mattia Marzi, uno dei migliori giornalisti musicali italiani, che approfondisce la questione e risponde a molti di questi dubbi. Detto ciò, passiamo all’ascolto del disco, davvero molto faticoso, a tratti quasi insopportabile, con queste tonalità piatte e del tutto anonime, con questa poetica da supermercato, una linea dritta che suona con la stessa verve di un encefalogramma piatto, tanto che poi bastano intuizioni discretamente dozzinali per far emergere brani come Cuore di plastica e Avevamo cent’anni, che se facciamo fatica a definire canzoni “preferite” del disco, perlomeno offrono un gusto diverso in questo pastone scialbo e fiacco. Per il resto in linea di massima si passano, abbiamo calcolato, circa 22 minuti e spicci a implorare che il ragazzo la smetta di urlarti nelle orecchie, riconoscendo esclusivamente la capacità di sviluppare la composizione in vista del supermega live di Tor Vergata. Ma alla fine il disco resta comunque un’opera con forti ed evidenti limiti, che lascia, se non indignati, perlomeno perplessi. Certamente, ancora una volta, stupiti.