«Giulio Regeni era lucido durante le torture». La procura chiede un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo contro gli agenti egiziani

Un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione. È quanto chiede la Procura di Roma nei confronti degli 007 egiziani imputati nel processo per la morte di Giulio Regeni. Le richieste di pena sono state formulate dal procuratore capo, Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Sergio Colaiocco. A più di dieci anni dalla morte del ricercatore italiano, torturato e ucciso da un gruppo di agenti egiziani mentre si trovata al Cairo nell’ambito di un dottorato, arriva, finalmente, il momento della requisitoria contro i suoi aguzzini e della richiesta di pene. Pur sapendo che senza la collaborazione dell’Egitto i responsabili non pagheranno mai. Nel corso della lunga disamina conclusiva del processo, durata tutta la giornata, il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco e il procuratore capo Francesco Lo Voi pronunciano entrambi parole durissime non solo su come sia stato arrestato e ucciso il ricercatore ma anche sull’atteggiamento delle istituzioni egiziane che solo inizialmente hanno collaborato all’inchiesta italiana finendo poi per collocarsi «dalla parte degli aguzzini».
Il ruolo delle autorità egiziane
Il procuratore Colaiocco parte spiegando che nel processo Regeni «non si giudica la semplice soppressione di una vita umana» ma «l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme, sottratto ad ogni garanzia». Nel caso Regeni, la tortura, dice Colaiocco, è stata «protratta come strumento di dominio».
Sequestrato il 25 gennaio del 2016, perché sospettato (senza alcuna prova) di essere un agente dei servizi inglesi ed aver sobillato i sindacati dei lavoratori di strada del Cairo, «diventa un corpo sequestrato, un soggetto da piegare, diventa un destinatario di violenza»: «A compiere tutto questo — alla luce delle prove che il dibattimento ha progressivamente fatto emergere — non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita. Furono uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza. Furono, cioè, proprio coloro ai quali uno Stato affida l’uso legittimo della forza».
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La mancata cooperazione dell’Egitto
Un passaggio particolarmente sentito riguarda l’atteggiamento delle autorità egiziane. «E’ stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare. Contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi». «Sarebbe stato compito dell’Egitto ricercare i responsabili, assicurare le prove, offrire alla vittima e alla comunità internazionale una risposta di giustizia», prosegue Colaiocco.
Davanti al silenzio dell’Egitto, la procura di Roma si è assunta una responsabilità non scontata passando anche per il vaglio della Corte costituzionale che per un certo periodo ha bloccato il dibattimento. «La giurisdizione italiana si è assunta appieno le proprie responsabilità. Ha affermato che neppure la ragion di Stato può diventare ragione di impunità. Lo ha fatto con gli strumenti della legge, lo ha fatto nel rispetto delle garanzie, lo ha fatto entro il perimetro rigoroso del processo penale. Ma lo ha fatto con una determinazione che costituisce essa stessa una risposta istituzionale al tentativo di sottrarre questi fatti alla giustizia».
Sullo stesso punto si è espresso il procuratore, Francesco Lo Voi: «Non c’è stata alcuna collaborazione da parte dell’Egitto, non sono state rispettate una serie di convezioni internazionali. Questo processo grazie alla Consulta e alle nostre norme si è svolto nel pieno rispetto delle garanzie. Siamo di fronte a un muro che è stato abbattuto. E’ anche grazie all’intervento della Corte Costituzionale che si è superata la fase di stallo».
La lunga tortura di Regeni
L’aggiunto Colaiocco si è anche soffermato sui giorni di tortura subiti dal giovane. L’autopsia svolta in Italia dopo quella fatta in Egitto ha trovato «un corpo devastato dalla tortura, un’agonia senza fine. Giulio ha sopportato tutto lucidamente. Senza sedazione. Senza narcotici. Senza alcun sollievo. Ogni segmento anatomico racconta una diversa modalità di sevizia, ogni distretto corporeo testimonia una fase diversa dell’accanimento. Non si tratta di percosse. Si tratta di una metodica di annientamento». Torture avvenute in una settimana, dal 25 gennaio al 1 febbraio 2016, data della presunta morte.
Anche su questo le discrepanze con le indagini svolte in Egitto sono state significative: i medici legali egiziani avevano individuato una sola frattura, la Tac eseguita in Italia ne rivelò venti «cinque ai denti, quindici alle strutture ossee». Eppure Giulio Regeni non è morto per le torture ma per la decisione finale di ucciderlo: «Lo abbiamo schiantato», riferiranno in una conversazione gli agenti oggi a processo in contumacia.

