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Abderrahim Fakir morto a Bologna, la cardiopatia e l’asma: l’indagine sulle cause del decesso

20 Luglio 2026 - 06:55 Alba Romano
abderrahim fakir morto bologna asma cardiopatia indagine autopsia
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I parenti dicono che era «un bonaccione». Aveva un piccolo precedente che risaliva a vent'anni prima
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I due poliziotti del caso di Abderrahim Fakir per ora restano in servizio. La procura ha ordinato l’autopsia sul corpo del 42enne marocchino morto a Bologna. Anche l’Ausl ha avviato un’indagine sul personale del 118 presente al Pilastro. Il sindaco Matteo Lepore ha invitato i cittadini a ritrovarsi oggi in piazza Nettuno alle 19, «per stare uniti e ritrovarci, per essere vicini alla comunità in un momento così doloroso». Intanto i suoi fratelli Katia e Mohamed ieri hanno urlato contro la polizia: «Ce lo avete ammazzato». Secondo loro il fratello era «un bonaccione. Non avrebbe fatto mai del male a nessuno».

Abderrahim Fakir morto al Pilastro

Abderrahim Fakir era in Italia da quando aveva 7 anni, arrivato con la famiglia. Non era riuscito a ottenere la cittadinanza italiana. Per questo aveva presentato domanda di asilo. Era in attesa dell’esito. È stato sposato con una ragazza italiana prima e ora con una cittadina marocchina. Viveva a Borgonuovo, nel comune di Sasso Marconi. Lavorava in una ditta di facchinaggio, dove si occupava di organizzare logistica e traslochi con altri collaboratori. Qualche mese fa è morta sua madre. Ieri pomeriggio era andato in via Svevo per incontrare amici. Con il cognato, la sera prima, aveva preso una birra in un chiosco non troppo distante.

La causa della morte

«È possibile che abbia avuto una crisi respiratoria, che gridasse aiuto e fosse agitato solo perché non stava bene. Era già stato in ospedale», dicono gli amici. Era cardiopatico e soffriva di asma. I fratelli hanno raccolto video e fotografie. «Questa storia non finisce qui. La prenderanno in mano gli avvocati e il consolato del Marocco, a cui mi rivolgerò al più presto per chiedere aiuto e perché sia difesa la sua memoria. Ilaria Cucchi mi ha scritto per solidarietà», dice l’altro fratello Mohamed. Gli striscioni campeggiano sui cancelli: «Verità e giustizia per Fakir, lo Stato uccide».

Il precedente

C’è anche il cognato, Zorgan Hamid, 56 anni, in lacrime: «L’ho cresciuto io dopo che mi sono sposato. Un ragazzo perbene. Un piccolissimo precedente risalente a una ventina di anni fa, ma poi si era messo in riga, lavorando sodo». «Aveva alcuni dipendenti — dice la sorella Khadija — e a chiamarlo erano soprattutto i piccoli negozi e chi doveva fare traslochi». La moglie vive in Marocco. Alcuni raccontano che «lo vedevamo spesso». Un uomo sulla quarantina, commosso, dice che «eravamo amici da bambini, giocavamo al pallone assieme». Spingendo una sedia a rotelle, s’avvicina Rasheed, che di Abderrhaim era il cugino: «Scrivetelo che era una brava persona. Quando poteva, veniva ad aiutarmi a fare la doccia».

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