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Ilaria Salis condannata a Milano: «Licenziò due suoi collaboratori senza giusta causa». Lei: «Vicenda surreale, non ho potuto difendermi»

22 Luglio 2026 - 21:43 Alba Romano
ilaria salis
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Disposto dal Tribunale di Milano un risarcimento complessivo di 300.900 euro. Tutta la vicenda: dall'aiuto in campagna elettorale fino alla cacciata dei neoassunti. L'eurodeputata confida nell'appello.
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Il Tribunale di Milano ha condannato l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, Ilaria Salis, perché avrebbe licenziato due suoi collaboratori senza giusta causa. A riferirlo è Adnkronos. A pesare sull’esito del procedimento è stata anche la sua contumacia: i due ex dipendenti, infatti, non sono riusciti a notificare il ricorso all’indirizzo di residenza ufficiale dell’europarlamentare.

La sentenza, emessa dal giudice Franco Caroleo della sezione Lavoro del Tribunale di Milano e visionata dall’agenzia, accoglie integralmente le richieste dei due ex collaboratori, assistiti dagli avvocati Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto. Il giudice ha disposto un risarcimento complessivo di 300.900 euro, corrispondente ai mancati compensi che i due avrebbero percepito fino alla scadenza naturale dei contratti, oltre a 10mila euro per le spese legali.

I due ex collaboratori che la aiutarono in campagna elettorale

Salis, arrestata in Ungheria con l’accusa di aver aggredito alcuni militanti di estrema destra durante le manifestazioni del cosiddetto “Giorno dell’Onore”, è stata eletta al Parlamento europeo con Alleanza Verdi e Sinistra nel giugno 2024. Alla sua campagna elettorale avevano contribuito anche i due collaboratori poi licenziati nel febbraio 2025. I due furono assunti con contratti in scadenza al termine del mandato parlamentare, il 16 luglio 2029, con retribuzioni mensili rispettivamente di 2.900 e 3.000 euro. Le loro mansioni comprendevano lo sviluppo di progetti per valorizzare l’attività dell’eurodeputata, la progettazione e gestione di campagne ed eventi in Italia e all’estero, il supporto nei rapporti con le istituzioni e la consulenza politico-strategica. Un incarico che però si è interrotto pochi mesi dopo. A una collaboratrice, riferisce Adnkronos, è stato comunicato il recesso anticipato per il venir meno del rapporto fiduciario, ritenuto causa di una situazione di «incompatibilità ambientale e personale». A un secondo collaboratore, invece, l’incarico è stato revocato con effetto immediato per la «manifesta insoddisfazione» riguardo alla qualità della collaborazione.

Perché il tribunale di Milano ha deciso così: a pesare il fatto che Salis non abbia fornito controprove

Nelle motivazioni della sentenza, pronunciata lo scorso marzo, il giudice ricorda che spetta al datore di lavoro dimostrare l’esistenza della giusta causa di licenziamento. Poiché Salis è rimasta contumace per l’intero procedimento e non ha fornito elementi a sostegno delle proprie decisioni, il tribunale ha ritenuto non provata la legittimità dei recessi, dichiarandoli privi di giusta causa e riconoscendo ai due ex collaboratori il diritto al risarcimento.

La replica di Salis: «Vicenda surreale»

Salis ha poi replicato alla notizia, sentendosi fiduciosa nell’eventuale appello. Per lei quella decisione sui suoi collaboratori «non è stata arbitraria né priva di motivazioni». In un lungo post sui social, l’europarlamentare spiega che «nel marzo 2026 il Tribunale di Milano ha emesso una sentenza di primo grado relativa al recesso dal rapporto di collaborazione con due assistenti (un co co pro e una partita IVA), ritenendo insussistente la giusta causa. Si tratta di una decisione che contesto integralmente e che ho già impugnato. Il procedimento è attualmente pendente in appello e sono pertanto fiduciosa che il successivo grado di giudizio consentirà di accertare correttamente i fatti. La decisione di interrompere la collaborazione con i due assistenti non è stata arbitraria, improvvisa né priva di motivazioni. Era diventata», prosegue, «al contrario, necessaria per tutelare il corretto esercizio del mio mandato parlamentare, le risorse pubbliche affidate alla mia responsabilità e, in ultima analisi, le persone che rappresento. Vi è, inoltre, un profilo particolarmente grave, ai limiti del surreale. Non ho infatti avuto la possibilità di difendermi nel giudizio di primo grado (svoltosi in mia assenza e a mia insaputa) perché, pur essendo perfettamente note le modalità con cui notificarmi gli atti – sarebbe stato sufficiente inviare una comunicazione alla mia casella di posta elettronica o alla mia PEC -, la notifica non mi é mai pervenuta. Data la mia incolpevole assenza, il Tribunale ha pronunciato la propria decisione esclusivamente sulla base degli elementi acquisiti dai ricorrenti. Confido che il giudizio di appello possa fare piena chiarezza sulla vicenda».