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L’asteroide che sterminò i dinosauri era rarissimo e i campioni che lo provano vengono anche dall’Italia

23 Luglio 2026 - 17:34 Puente David
Nell'impatto l'asteroide di Chicxulub si è vaporizzato ma la sua impronta chimica è ancora presente in alcuni campioni prevelati in Danimarca, Spagna, in Umbria e nelle Marche
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L’asteroide che 66 milioni di anni fa avrebbe sterminato i dinosauri non aviani era uno dei tipi di asteroide più rari del sistema solare. A rivelarlo è una ricerca pubblicata il 17 luglio 2026 sulla rivista Science Advances da un team internazionale di università di Vancouver, Parigi, Bruxelles e Vienna, idenfiticando per la prima volta la classe precisa dell’impattore di Chicxulub. Secondo quanto riscontrato dai ricercatori, si tratta di una rara condrite carboniosa di tipo CO, appartenente alla sottoclasse Ornans, mentre lo studio ridisegna anche il meccanismo dell’estinzione, spostando la colpa dallo zolfo alla polvere.

La “carta d’identità” dell’asteroide ricostruita dagli isotopi del nichel

Il corpo principale dell’asteroide di Chicxulub non esiste più. L’energia sprigionata dall’impatto lo ha praticamente “vaporizzato”, disperdendone gli atomi in tutto il pianeta sotto forma di polvere e gas. Quello che i ricercatori hanno analizzato non è l’asteroide o un suo frammento, ma la sua impronta chimica in un sottile strato di argilla depositato ovunque sulla Terra al momento dell’impatto, 66 milioni di anni fa, che marca il confine geologico tra il Cretaceo e il Paleogene, detto limite K-Pg.

Il team ha misurato con precisione elevatissima gli isotopi del nichel conservati in quel strato di argilla, prelevando campioni da cinque sezioni situate in Europa: Stevns Klint in Danimarca, Caravaca in Spagna, e tre siti italiani, Furlo, Frontale e Fornaci, in Umbria e Marche. Confrontando la firma isotopica del nichel con quella di centinaia di meteoriti catalogati, i ricercatori hanno trovato una corrispondenza del profilo chimico dell’impattore, la quale coincide con quello delle condriti CO, o condriti carboniose di tipo Ornans.

Tra i campioni analizzati, un piccolo frammento fossile recuperato nell’Oceano Pacifico Settentrionale, all’interno dello stesso strato, è stato identificato come una condrite coerente con la natura dell’impatto. I ricercatori ipotizzano possa essere un residuo dell’impattore di Chicxulub sopravvissuto alla catastrofe, anche se non ne costituisce una prova diretta.

Non era lo zolfo il killer dei dinosauri

La scoperta della classe dell’impattore non è solo una questione tassonomica, ma potrebbe cambiare la nostra comprensione di come sia avvenuta l’estinzione dei dinosauri. Per decenni, la teoria dominante ha attribuito il ruolo principale allo zolfo contenuto nella roccia, dove all’impatto, secondo questo modello, enormi quantità di gas solforosi sarebbero state iniettate nell’atmosfera, causando piogge acide e un brusco calo delle temperature globali.

Le condriti CO, però, contengono una quantità di zolfo sensibilmente inferiore rispetto alla media delle condriti carboniose. Questo significa che la quantità di zolfo rilasciata dall’asteroide stesso era probabilmente molto minore di quanto stimato. Il professore Philippe Claeys della Vrije Universiteit Brussel, co-autore dello studio, ha spiegato che a fare il vero danno sarebbe stata un’altra causa, ovvero l’immensa quantità di polveri fini e detriti scaraventati nell’atmosfera al momento dell’impatto, in gran parte sollevati dalle rocce terrestri colpite, non dall’asteroide stesso.

Un “proiettile” che arrivava dai confini del sistema solare

Le condriti CO sono tra i materiali più primitivi e inalterati del sistema solare e la loro composizione suggerisce che l’impattore di Chicxulub provenisse da regioni remote, probabilmente il bordo esterno della fascia principale degli asteroidi, in prossimità di Giove, o zone di detriti ancora più lontane. Non un visitatore comune del vicinato della Terra, ma un ospite eccezionale venuto da lontano. «Essere colpiti da un proiettile così raro e così distante fa capire davvero quanta sfortuna abbiano avuto i dinosauri», ha commentato il professor Claeys.

Un risultato costruito su decenni di ricerche precedenti

Lo studio non nasce dal nulla. È il punto di arrivo di una progressione scientifica avviata negli anni Ottanta, quando Luis Álvarez e suo figlio Walter, analizzando lo stesso strato di argilla K-Pg, identificarono per la prima volta concentrazioni anomale di iridio, un elemento raro sulla Terra ma comune nelle rocce extraterrestri, come prova dell’impatto. Da lì, decennio dopo decennio, tecniche sempre più raffinate hanno permesso di analizzare altri elementi quali cromo, rutenio, e ora nichel, con una precisione isotopica che era impensabile anche solo vent’anni fa.

Il team che firma il nuovo studio è guidato da Georgy V. Makhatadze e include Steven Goderis e Philippe Claeys della VUB, Frédéric Moynier dell’Institut de Physique du Globe de Paris e Christian Koeberl dell’Università di Vienna.