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“Bidonville”, il nuovo disco politico dei 24 Grana: «Siamo cinquantenni ma con tanto da dire» – L’intervista

16 Ottobre 2026 - 10:55 Gabriele Fazio
“Bidonville”, il nuovo disco politico dei 24 Grana: «Siamo cinquantenni ma con tanto da dire» – L’intervista
Uno dei ritorni più attesi, uno dei migliori dischi dell'anno
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Il seme di moltissima musica italiana che ascoltiamo oggi proviene da pionieri del suono che sono arrivati prima su una determinata idea. Non artisti mainstream, è chiaro, perché chi è mainstream, spesso, troppo spesso, quasi sempre, si tiene stretto stretto il suo posto nello skyline del panorama. Quasi sempre sono artisti che provengono dall’underground e alcuni di questi in quell’underground, che deresponsabilizza dai gusti ipercommerciali e sempliciotti del largo pubblico, che permette al proprio talento di stiracchiarsi senza scomodi recinti, decidono di restarci. Ecco, se oggi la musica in lingua napoletana si è scrollata via di dosso quella patina di provincialismo kitsch, se oggi artisti di gran valore come La Niña, i Nu Genea, Liberato, Geolier, che nominiamo in rappresentanza di un’intera esaltante generazione di rapper partenopei, naviga sulla superficie dell’industria, è certamente grazie al lavoro dei 24 Grana.

La band napoletana ha gettato il suddetto seme che attecchirà e fiorirà sul mercato solo molti anni dopo, quando Francesco Di Bella, Giuseppe Fontanella, Armando Cotugno e Renato Minale avranno già preso strade diverse, dopo anni di avanguardia pura, con sonorità eteree ma intense, a sorreggere la meravigliosa penna di Di Bella (che infatti da solista ci regalerà album di altrettanto stratosferico valore). Oggi però è il giorno del ritorno ufficiale, negli ultimi anni, lontani dal clamore del trafficato andirivieni del mercato, i componenti si sono messi al lavoro su Bidonville, il loro nuovo attesissimo album. Undici nuovi brani, anticipati dalla stupenda Stadera, nei quali si respira nuovamente quella determinata atmosfera musicale, la politica, inteso come valore civile, sentimentale, messa al centro grazie ad una poetica sempre così centrata e destabilizzante, per quello che è di sicuro uno dei ritorni più importanti e uno dei migliori album dell’anno.

È stata solo una mia percezione o effettivamente, dopo tutto questo tempo, avevate un sacco di cose da dire?

Giuseppe Fontanella: «Abbiamo tante cose da dire perché come 24 Grana siamo stati fermi tanti anni e i 24 Grana avevano bisogno da 12 anni di parlare delle loro piccole esperienze, di dare la loro visione del mondo, per prenderci anche noi la responsabilità di quello che succede. L’esigenza penso sia stata naturale e anche abbastanza ponderata, perché in realtà noi ci siamo rivisti e riabbracciati un po’ di anni fa, quindi dopo due/tre anni per rodare nuovamente la memoria muscolare, è arrivata anche la memoria affettiva tra di noi per trovare nuovamente un’unica voce, abbiamo pensato che era il momento di scrivere testi e musica».

E l’esigenza dunque era quella di pubblicare un disco politico come questo?

Francesco Di Bella: «Sì è un disco politico, probabilmente perché nei concerti che abbiamo fatto dopo la reunion ci siamo resi conto che c’era un pubblico molto giovane, questo ci ha fatto pensare che forse c’era una sorta di vuoto comunicativo da colmare: se i ragazzi vengono ai concerti dei 24 Grana, dei 99 Posse, è perché magari ci sono poche realtà che si esprimono in questi termini e che raccontano questo tipo di situazioni. L’idea alla base del concept di Bidonville è fondamentalmente l’uso che facciamo del nostro territorio, delle nostre città e del nostro pianeta, che usiamo effettivamente come una scarica. A Napoli, come in tutte le bidonville del mondo, e oggi in particolare a Gaza, volevamo tenere insieme tutti questi discorsi ed è venuto fuori probabilmente un disco politico, semplicemente perché racconta qualcosa di collettivo che riguarda un periodo storico molto difficile che stiamo vivendo in termini di umanità, con troppe guerre, troppe bombe che riscaldano il suolo, una crisi climatica che ci sta portando ad un riscaldamento globale, quindi una serie di urgenze da voler denunciare. La musica è un veicolo importante per arrivare alle persone, perché la musica la si ascolta sempre volentieri, più dei dibattiti, più delle parole, più dei libri di testo. Per quello che è stato il nostro background abbiamo avuto la fortuna, in qualche modo, di essere considerati un gruppo che racconta un certo tipo di cose e quindi negli anni abbiamo ricevuto credibilità in questo senso».

Secondo voi la musica italiana si occupa troppo poco di questi argomenti?

GF: «In realtà il nostro percorso musicale, sociale, politico, compreso questo disco, risponde a questa domanda. Noi pensiamo che quella diatriba per cui “Tu, musicista, pensa solo a cantare, a suonare sul palco e basta, cerca di essere quasi asettico” ci farebbe tornare alle corti del Cinquecento, coi menestrelli che dovevano sempre e solo rallegrare la vita del Signore. Noi abbiamo una voce come persone, come individui, abbiamo il diritto e il dovere di parlare tramite i nostri canali preferenziali. Poi non siamo mai stati realmente una combat band come, per esempio, i 99 Posse, e il merito di questo va alla grande capacità poetica di Francesco nel riuscire ad astrarre delle piccole esperienze quotidiane che in qualche modo potevano essere archetipo di tutto quello che succede nel mondo. Noi abbiamo diritti e doveri, sia come individui specifici che come musicisti che hanno una certa visibilità. Poi, chi lo fa di più e chi lo fa di meno, si confronterà con la propria coscienza in seguito».

Ancora ci credete nell’effetto della musica, che una canzone possa davvero far aprire gli occhi a chi la ascolta?

FDB: «Io credo che possa succedere, altrimenti non lo farebbero in tanti. Forse in Italia siamo un po’ più pigri rispetto a questa idea, però pensa un po’ che cosa succede un po’ nel worldwide, immagina i Kneecap, esperienze del genere che comunque vanno sempre giù duro rispetto anche alle istanze più urgenti dal punto di vista politico e sociale in questo momento. Io penso che forse oggi ci sia la necessità, da parte di chi la sente, di poterlo fare e la possibilità di chi ascolta di recepirlo effettivamente in maniera corretta».

Pensando a questi 30 anni di vita del progetto, mi dite qual è la prima immagine che vi viene in mente, quella più significativa?

GF: «Wow, domanda a un milione di dollari, maledetto Gabriele. Io poi sono famoso per avere una memoria non proprio labile ma a macchie di leopardo, unita a 30 anni di carriera….più che un’immagine ho una sensazione. La sensazione è quella di salire sul palco e avere tanto timore ed emozione. Pensare “Ora per due ore come riuscirò a resistere? Due ore sono tantissime” e poi durante il bis pensare che è già finita e vorresti che continuasse ancora. So che può sembrare una cosa da Baci Perugina, però in realtà la sensazione è ormai molto forte e radicata: sali e sai che per due ore avrai la tensione muscolare a mille, un’emozione che veramente ti fa scoppiare il cuore. Non sai se resisterai e poi ti accorgi all’improvviso che è finito il concerto, stai facendo il bis e vorresti continuare ancora. Questa cosa succede e spero che succeda sempre».

FDB: «Pensando a quello che sono stati i 24 Grana dal punto di vista anche sociale, mi ricordo un Capodanno a Termini Imerese durante l’occupazione di una fabbrica. Fummo chiamati a fare compagnia, a partecipare a questo evento molto importante e fu bello riscontrare il fatto che avessimo seminato tanto, proprio in termini di umanità».

Avete mai riflettuto su come e quanto i 24 Grana abbiano anticipato un utilizzo della lingua napoletana che oggi non solo è prassi ma va proprio in classifica…?

FDB: «Noi dal punto di vista della musica abbiamo sempre racchiuso varie anime, quindi abbiamo buttato dentro tutto quello che eravamo, una sintesi che poi ha creato la specificità dei 24 Grana. Noi in principio pensa che includevamo nel nostro repertorio anche brani di Rosa Balistreri, siamo stati i primi a riproporre Vesuvio dei Zezi, oppure Il canto dello scugnizzo dei Musica Nova, un linguaggio contadino, perché noi volevamo raccontare il lavoro, le fabbriche, il dialetto, non la canzone classica napoletana, una roba sicuramente più vicina alla lingua parlata».

A proposito di lingua napoletana, voi all’inizio vi aspettavate che potesse diventare un elemento così tanto pop?

GF: «Noi sicuramente nell’incoscienza della gioventù non ci siamo posti tanto queste domande, siamo rimasti piacevolmente sorpresi, questo sì, di questo grande riscontro. Io ricordo mail di nostri fans del nord, che ci chiedevano cosa volesse dire una determinata canzone, loro ascoltavano noi quasi come se ascoltassero una canzone in inglese, lasciandosi trasportare dalle note, e poi ci scrivevano. E noi spiegavamo il termine utilizzato e cosa volesse dire, quindi sicuramente utilizzare il dialetto napoletano, spesso anche in forma abbastanza arcaica, e avere questo ritorno di affetto di pubblico e di attenzione, anche nei confronti di un testo che era in alcune parti veramente poco comprensibile, ci ha fatto capire che si era costruito un legame importante. Poi da qua a diventare pop non possiamo che essere contenti».

C’è qualche progetto tra questi che stanno portando il napoletano ben fuori i confini di Napoli, che vi convince particolarmente, che vi intriga particolarmente?

FDB: «Diciamo che sicuramente è bello menzionare La Niña, anche perché Alfredo Maddaluno ha militato per un piccolo periodo nei 24 Grana, quindi siamo particolarmente orgogliosi che Alfredo e Carola stiano avendo tutto questo successo, anche oltre i confini nazionali; sicuramente è un discorso che sentiamo molto anche emotivamente. In generale credo che il napoletano sia diventato un passe-partout. Mi piace molto Geolier, perché piace a mio figlio. Ormai mi sono abituato ai Nu Genea, che chiaramente riprendono cose che hanno interessato anche noi, mi fa piacere sentirmi comunque in qualche modo nel DNA di tutti questi progetti, in quanto comunque nei primi anni ’90 abbiamo mischiato urban, tradizione, funk, elementi che puoi riscontrare un po’ in tutti questi nuovi progetti».

Cosa vi piacerebbe che rimanesse di questo disco, in chi lo ascolta?

FDB: «La sensazione che nonostante siano passati tanti anni, una band di cinquantenni abbia ancora tanto da dire».

GF: «Reinterpretando in un certo senso la tua domanda, direi quasi che fosse spolpato totalmente, mangiato da tutti quanti. Questa sarebbe una bella soddisfazione, perché quando togli dal cassetto la canzone, lo sappiamo, non è più tua, è degli altri. Quando gli altri attaccano quella colonna sonora a un momento importante della loro vita e poi la reinterpretano come vogliono loro, questo è un segnale importante che avrà vita lunga, quindi che lasciassero solo le ossa di questo disco e se lo mangiassero tutto».

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