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Boosta fuori con il suo nuovo disco: «Avevo l’esigenza di continuare il mio viaggio in solitaria» – L’intervista

09 Ottobre 2026 - 09:53 Gabriele Fazio
Boosta fuori con il suo nuovo disco: «Avevo l’esigenza di continuare il mio viaggio in solitaria» – L’intervista
L'album si intitola "Pianorama" ed è la quinta escursione da solista del tastierista dei Subsonica
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Davide Boosta Dileo è certamente tra i musicisti più illuminati della scena italiana, non solo per il magnifico lavoro svolto con i suoi Subsonica ma anche per le escursioni soliste che si è concesso con grande piacere di pubblico e critica. Esce oggi Pianorama, un nuovo disco che si mette sulla scia dei già riuscitissimi La Stanza Intelligente (2016), Facile (2020), Post Piano Session (2022) e Soloist (2025). L’album si propone (riuscendoci) un’osservazione del mondo utilizzando il pianoforte come un caleidoscopio, quindi un pianoforte che restituisce sensazioni tangibili, un sentimentalismo nitido ed etereo allo stesso tempo.

Ma non solo, Boosta decide di fare un lavoro quasi metamusicale, per cui l’approccio non poteva non comprendere anche lo studio di un suono più tech, che occupa tutta la seconda parte dell’opera. Boosta in pratica guarda alla realtà attraverso due visioni quasi opposte, un mix che rende l’ascolto piacevolissimo. Il tastierista dei Subsonica sarà protagonista in autunno di un live tour che partirà il 1° novembre 2026 da Roma all’Auditorium Parco della Musica; le prime date annunciate comprendono anche il 28 novembre a Torino, Concerti di Santa Pelagia;  il 3 dicembre a Forlì, Auditorium Conad-Città di Forlì; e il 4 dicembre a Milano durante il festival La Musica dei Cieli nella Basilica di San Vincenzo in Prato.

Non so se parlare di ispirazione o di esigenza riguardo questo disco. Secondo te qual è la parola più adatta?

«Credo che l’ispirazione sia una conseguenza dell’esigenza. Se hai l’esigenza di un racconto vai a cercare l’ispirazione che ti serve per poterlo mettere in pratica. E così è andata. Io avevo l’esigenza sicuramente di continuare il mio viaggio in solitaria, perché mi serve, perché mi fa bene, perché è la mia passione, la musica e qualunque cosa mi possa portare lontano anche da quello che so fare, o meglio quello in cui ho più consuetudine. E a quel punto vai a cercarti l’ispirazione dove serve, che possono essere dischi, libri, strumenti, diverso utilizzo dello stesso strumento, che è anche un’altra cosa molto utile e che mi è servita tanto in questi tempi. Quindi credo che valgano tutte e due».

Il disco l’hai impostato in maniera molto interessante, bilanciando una prima parte condizionata dall’istinto dell’incisione in presa diretta e una seconda invece molto più programmata. Come mai?

«Forse perché crescendo tu hai più capacità di mettere a fuoco le cose e più necessità di averle in ordine. In genere funziona così con la storia degli artisti, specie se sono un gruppo, è successo anche a noi quando abbiamo lavorato al primo disco: c’erano tante cose, perché era la prima volta che lavoravamo insieme, ognuno con la propria identità, non c’era ancora una capacità di sintesi, il che era meraviglioso da una parte, perché crea naturalmente delle cose, e poi man mano che vai avanti fai sintesi di quello che hai. Adesso quando scrivo per me, nel momento in cui ho un’idea, cerco anche di darle una forma che sia sensata. Adesso ho bisogno di un disco che inizi e finisca, all’interno del quale l’ascoltatore volendo possa ascoltarlo tutto e seguirlo. Quindi mi piaceva molto l’idea di dividere le due parti, quella dell’improvvisazione, dell’esplorazione, quindi il concerto suonato per me nel mio studio, e la seconda parte in cui invece elementi di quel concetto lì vengono disgregati e si trasformano in tutt’altro, dando così la possibilità di leggere una sorta di libro di suoni».

Tu sei ormai un musicista riconosciuto come solista, come membro di Subsonica, anche come DJ, quindi hai una consapevolezza abbastanza forte di quello che succede nel mercato.

«Io continuo a fare quello che mi piace, quello di cui ho bisogno. Adesso, da solo, io non ho bisogno di scrivere canzoni, quelle le scrivo già con i Subsonica, quindi mi sembrerebbe un tempo doppio inutile da spendere. Ho scavallato la collina, avendo 52 anni, quindi vorrei godermela il più possibile, quindi lo faccio per me, lo faccio nel modo in cui so farlo e in cui ho bisogno di farlo. Certo, mi piacerebbe che lo ascoltassero milioni di persone, che più persone possibili potessero ascoltarlo, so che probabilmente non sarà così, però ho avuto la fortuna di vivere delle esperienze bellissime, concerti molto piccoli, 30-40 persone, in posti anche remoti, penso al tour che ho fatto in Inghilterra, in piccoli jazz club, o come il tour dell’anno scorso iniziato al Teatro Olimpico di Vicenza, sorprendentemente tutto pieno. È un viaggio pieno di sorprese, è un viaggio più leggero, è un viaggio in cui parti con lo zaino e non con la valigia, e vedi dove ti fermi e dove vai, ma ho riscoperto e mi sono tenuto stretto una relazione intima che questo tipo di lavoro ti permette. Umanamente è anche molto gratificante, perché nel rispetto e nel grandissimo complimento del silenzio di chi ti ascolta, c’è veramente tanto di quello che cerco, di cui ho bisogno».

Tu torni in un territorio, quello della musica “computerizzata”, che è diventato un po’ il tranello della musica moderna, spesso proposta da artisti che non hanno questo approccio intellettuale, anzi, spesso se ne approfittano per un’urgenza esclusivamente commerciale…

«Se tu hai l’urgenza di dire qualcosa e lo vuoi dire con una canzone, senti di poterlo fare con una canzone, ma non ne sei capace e ti fai aiutare dagli strumenti tecnologici, non vedo quale sia il problema, onestamente. Poi magari non piacerà a me, perché non mi interessa quello che stai dicendo, ma questa è la relazione semplice che intercorre tra la musica e l’ascoltatore. O mi piace o non mi piace, o mi tocca o non mi tocca, indipendentemente da come tu l’abbia fatta. Io posso averci ragionato su una composizione ore e ore e ore, mesi e mesi e mesi, posso avere lavorato ogni dettaglio di quella composizione e la faccio sentire a una persona e a quella persona non dirà niente. Magari invece qualcosa di completamente buttato lì ti entra nel cuore, non lo sappiamo, è uno strumento veramente imponderabile, quello della musica. A me piace l’idea dietro l’elettronica, che significa stare con un file audio davanti al computer, manipolarlo, che non vuol dire semplicemente mettergli dei plug-in, vuol dire cercare qualcosa che ti risuoni dentro. Magari non lo farai toccando il pianoforte, ma lo farai muovendo il punto di una curva sinusoidale o altro che sposta quella che è la tua percezione intima; ma molto affascinante quel lavoro lì, che è un lavoro di composizione diverso, ma nel mio caso, come nel caso di tantissimi altri, è comunque un lavoro di composizione».

Quindi non ti preoccupa che alle volte, e capita ormai di regola, possa rappresentare una scorciatoia, un modo per sopperire alla mancanza di talento…?

«È sempre uno strumento, dipende dal singolo come utilizzarlo. Certo, hai ragione, non tutti la pensano così, però è anche vero che diventa una questione che riguarda come sei fatto tu, la tecnologia è neutra per definizione».

Come mai hai scelto il titolo Pianorama?

«Perché mi divertiva molto giocare con questa sorta di neologismo. Il concetto di Pianorama mi sembrava molto sensato, un’illuminazione felice, perché comunque racconta il caleidoscopio di quello che avevo voglia di fare in quel momento lì. Quindi l’espressione di un pianoforte, che non è solamente pianoforte suonato in relazione tra armonia e melodia, ma diventa anche altro. Quindi ci sono anche i rumori del pianoforte, che sono comunque rumori che entrano all’interno della registrazione, che accetti nella prima parte, che è la parte più umana, e trasformi nella seconda. Penso agli scricchiolii, al legno, al rumore del metallo, dei pedali, a tutto quello che succede, anche la semplice interferenza delle corde che si sente in tre pezzi, che è stata ricreata semplicemente mettendo del nastro adesivo sulle corde. Quindi interferisci su una corda che dovrebbe viaggiare e fare la sua vibrazione e questa interferenza la trasforma in tutt’altro strumento. Questa è una cosa che a me affascina. Tutto sommato è stato un viaggio all’interno di un contesto delimitato, perché volevo fare un disco strumentale che partisse dal pianoforte».

Attraverso questo caleidoscopio, come vedi la musica italiana e in che modo un disco del genere si inserisce nel meccanismo industriale musicale?

«Sinceramente non lo so, credo che farà la sua strada. A me piacerebbe che il panorama fosse naturalmente in generale quello della musica, non quello della musica italiana. Poi, certo, io vivo in Italia, sono cittadino italiano e inevitabilmente il mio bacino d’elezione è quello italiano. La musica, al netto della gigantesca patina commerciale, è uno strumento fondamentale che rimane importante nella vita di tutti e c’è spazio veramente per qualunque tipo di composizione che serve alle persone che la ascoltano, che la vivono, che la vedono. Possiamo parlare dei concerti, possiamo parlare anche degli eventi, anche dei piccoli eventi dove venti/trenta persone si ritrovano in un negozio di strumenti ad Amsterdam la domenica mattina a fare un bagno di synth sdraiandosi su una terrazza ascoltando droni. Io lo trovo affascinante, quindi non lo limito all’idea di vendere il prodotto. Poi, certo, ho la fortuna di mantenere abbastanza chiara l’idea finché avrò la possibilità di provarci il più possibile a fare le cose più belle, spero di rimanere ancora abbastanza onesto come mi sembra di essere in questo momento. Poi non lo sono mai perfettamente, ma come nessuno di noi lo è, spero di non peggiorare, spero nel momento in cui peggiorerò drammaticamente di levarmi dai coglioni».

Ultimamente si è sviluppata una grande connessione tra musica elettronica e luoghi, tu, per esempio, l’hai portata un po’ ovunque, c’è un posto in particolare che ti è rimasto impresso?

«Be, luoghi assurdi, sì, effettivamente ne abbiamo vissuti veramente tantissimi, in più di 30 anni ne ho viste veramente di bizzarre. Per esempio, col pianoforte, l’ultima volta a Edimburgo, ho suonato in un club punk. E faceva molto ridere, il posto era piccolissimo, una stanza di mattoni sotto una ferrovia, e io non c’entravo talmente un cazzo che quando arrivo, guardo il palco e non c’era il pianoforte. Allora mi giro verso la ragazza che stava aprendo e le faccio “Scusami, ma è arrivato il pianoforte?” e lei “Sì, sì, è lì”, l’avevano lasciato all’ingresso, perché proprio non avevano idea di che cazzo farci con quella roba lì. Quindi in due o tre ci siamo messi, l’abbiamo dovuto spostare noi, mettere sul palco a mano, perché non avevano mai messo un pianoforte dentro quel club. Quello mi fece molto ridere, però è stata una serata fantastica, in cui ho fatto ben 30 paganti, ma ero molto orgoglioso dei miei 30 paganti di Edimburgo nel club punk. Poi ho avuto la fortuna di suonare in posti bellissimi, abbiamo citato il Teatro Olimpico di Vicenza, che è il teatro coperto più antico del mondo, con questa scenografia del 1500 e questa prospettiva palladiana incredibile. Ho suonato davanti ad albe meravigliose, dal Salento alle Alpi ed è stato veramente splendido. È una grande fortuna, la musica stessa e la possibilità di farla ti dà una serie di biglietti gratis infiniti per visitare posti che non visiteresti mai. E questo è favoloso. Favoloso».

All’estero noti una curiosità maggiore per (banalmente) le cose che non si conoscono?

«Forse curiosità non è il termine esatto, è più abitudine. Perché, per esempio, in quel paio di tour che ho fatto fuori, molto piccoli, magari la venue più grossa è Londra, dove fai magari 150 paganti, ma poi finisci a Nottingham in un jazz club dove ne fai 15, senza nessun italiano, che è una cosa molto bella, perché erano 15 persone che sanno che in quel club si suona e loro avevano l’abitudine di andare a sentire quello che propone il club. Che è un pochino come succedeva anche negli anni ’90, tu non andavi in un posto perché sapevi che arrivava quella band, ma molto spesso succedeva, a noi è successo tante volte, di andare in un posto perché ti fidavi della direzione artistica. All’estero, penso all’Olanda, penso alla Germania, penso all’Inghilterra, c’è ancora questa cultura di arrivare in maniera molto tranquilla e laica a vedere che cosa succede, sapendo che comunque sarà una cosa che può piacerti o non piacerti, ma è una cosa comunque di valore».

In Italia l’ultima volta in cui si è sviluppato un meccanismo simile è stato circa dieci anni fa con il circuito che convenzionalmente chiamiamo “indie”….tu credi possa ripetersi un simile approccio?

«Sì, perché io credo davvero, e lo ripeterò per sempre, che qualunque cosa succeda, qualunque fatto, sia legato alla forma d’onda più semplice che esiste in natura, che è la sinusoide, quindi il movimento sinusoidale. Quindi nelle città, nelle relazioni, in qualunque cosa, ci sono momenti di alto e momenti di bassa. Quando finisce il momento di bassa è verosimile che si rialzi tutto, anche perché, come dire, la sorgente, che è la musica dal vivo e il bisogno delle persone di andarla a sentire, non finisce mai, è inesauribile. Questo è il motivo per cui sì, immagino che ritornerà, perché è sempre stato così, perché negli anni ‘80 c’erano molti meno locali, poi negli anni ‘90 sono esplosi, poi negli anni 2000 sono rispariti, poi è arrivato l’indie e sono ritornati, poi magari adesso sono di nuovo un po’ di meno, poi ritorneranno. Credo che sia così».

In che modo tradurrai sul palco quello che vuoi dire con questo disco?

«Allora, quello di cui sono certo è che sarà comunque un flusso, perché io ci credo e mi piace presentare il concerto come la colonna sonora del silenzio di chi lo viene a sentire. Perché all’interno di questo silenzio ognuno fa il proprio viaggio, intanto tu stai suonando e quindi anche tu fai il tuo. Quindi solitamente inizio e finisco. Visto che ho diviso questo disco in due anime, mi piacerebbe mantenere questa separazione anche all’interno del concerto. Un’idea che mi sta un pochino affascinando è quella di suonare il pezzo e trasformarlo subito in una coda elettronica, e poi continuare il viaggio. Vedremo, ci sto pensando in questi giorni».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?

«La sensazione che gli sia servito, anche per un attimo, anche per qualcosa, anche per riportare alla mente un pensiero, per cancellarne un altro, per accompagnarti un pelino. Credo che questo sia quello che cerchiamo tutti noi che abbiamo la fortuna di fare i dischi. Cioè sarebbe bello che i nostri dischi servissero a chi li ascolta».

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