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Boosta e l’arte di restare inquieti: «La curiosità ti mantiene vivo, l’urgenza ti dice perché creare» – L’intervista

02 Giugno 2026 - 14:57 Alessandra Mancini
boosta verona
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Davide Dileo si racconta tra il percorso con i Subsonica, il ruolo sociale della musica e la scelta di rimettersi in gioco come studente al Conservatorio di Torino
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A trent’anni di carriera, divisa tra l’esperienza con i Subsonica e i progetti solisti, c’è una domanda che continua ad accompagnare Davide Dileo, conosciuto da tutti come Boosta: come si fa a rimanere fedeli a ciò che si è, o si crede, continuando però a evolversi? La risposta non passa, o almeno non passa soltanto, dal successo, dalla tecnica o dall’esperienza accumulata. Passa invece da due parole semplici e potentissime, curiosità e urgenza. «Sono gli elementi che esistono sempre all’inizio», racconta il musicista torinese. «Quando si è giovani l’urgenza è naturale: si ha bisogno di esprimersi, di affermarsi, di raccontare il proprio mondo». 

La curiosità, invece, spesso è meno sviluppata. «Quando hai vent’anni sei anche un po’ più arrogante e pensi di sapere più cose di quelle che sai davvero», dice. Con il tempo i ruoli si ribaltano. L’urgenza rischia di affievolirsi, mentre la curiosità diventa indispensabile. È la curiosità che genera domande, che spinge verso territori inesplorati e che permette di continuare a sorprendersi. E proprio nella sorpresa, secondo Boosta, si nasconde la possibilità di mantenere vivo quell’entusiasmo che normalmente associamo agli inizi.

La responsabilità sociale dell’artista

Per il tastierista dei Subsonica, ogni forma artistica nasce dall’osservazione del mondo prima ancora che dal racconto. Prima di dire qualcosa, bisogna avere qualcosa da dire. «L’arte ha un dovere fondamentale – prosegue -: non dare risposte e non dare consolazione, ma suscitare più domande possibile». L’opera diventa allora uno spazio aperto, un luogo in cui ogni persona può trovare significati diversi, spesso lontanissimi dalle intenzioni originali di chi l’ha creata. Anche perché quando si sale su un palco, qualcosa cambia.

Per Boosta, ogni gesto artistico ha infatti inevitabilmente una dimensione sociale. «Se hai un microfono, hai davanti un pubblico che condivide uno spazio con te. Il microfono amplifica la tua voce e, con essa, ciò che hai da dire: è questa la responsabilità sociale dell’artista. E vale anche quando si fa musica strumentale», osserva. Una responsabilità che, però, non nasce dall’essere artisti, bensì dall’essere persone. L’identità creativa è infatti un’estensione di quella umana, non qualcosa che la sostituisce. Strumenti come palco, visibilità o microfono amplificano idee, sensibilità e visioni del mondo. Per questo l’arte, in qualunque forma si manifesti, entra sempre in relazione con la realtà che la circonda.

La scelta di tornare a studiare

In un momento della sua vita professionale, Boosta ha sentito il bisogno di rimettersi in discussione in modo radicale. Per questo ha scelto di tornare a studiare, iscrivendosi al corso di musica elettronica del Conservatorio di Torino. «Ho ricominciato a studiare al conservatorio perché sentivo di essermi adagiato troppo su quello che già conoscevo – spiega -. Avevo bisogno di mettermi in discussione, di imparare cose nuove e di tornare a provare quella curiosità che ti spinge a esplorare. In fondo è anche una risposta alla domanda di prima: cercavo qualcosa che mi restituisse il piacere della scoperta e della sorpresa». Un luogo affascinante che, però, ha avuto anche un effetto collaterale significativo: «Mi sono sentito molto ignorante», ammette.

Un sentimento che considera positivo, almeno fino a un certo punto. Perché esiste una fase delicata dell’apprendimento in cui «le vecchie certezze crollano, ma le nuove conoscenze non sono ancora diventate parte di te». È una sorta di terra di mezzo: non sei più quello che eri, ma non sai ancora chi diventerai. Boosta la descrive come una «muta», un cambiamento di pelle ancora incompleto. Una condizione scomoda ma necessaria per ogni autentica trasformazione.

Il fil rouge della carriera di Boosta

Se c’è un filo rosso che attraversa la riflessione di Boosta è l’idea del movimento. La curiosità come motore della conoscenza. L’urgenza come necessità espressiva. Lo studio come strumento di trasformazione. L’arte come generatrice di domande. Dopo trent’anni di carriera, la sfida non sembra essere quella di confermare ciò che si sa già fare, ma continuare a mettersi in discussione. Perché, come suggerisce il musicista torinese, forse il segreto per rimanere vivi artisticamente non è accumulare certezze, ma conservare la capacità di sorprendersi.

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