30 anni di Subsonica: «Il microfono in mano è una responsabilità». L’intervista

30 anni e non sentirli. I Subsonica per questa importante data si sono regalati un nuovo disco, Terre rare, in cui si sono fatti influenzare dalla musica di un altro paese, il Marocco, dove hanno scelto di andare a lavorare questa loro ultima opera. Un modo come un altro per darsi il giusto spazio per la propria sperimentazione, ancora una volta avanti, indubbiamente ineguagliabile nella storia della musica italiana. Per l’occasione la band è stata anche omaggiata con mostre, spettacoli, dj set e percorsi sonori dalla loro Torino, una città cui vibes, cui anima indomabile, specie di un certo periodo della sua storia, sono riusciti ad ingabbiare nella loro musica. Dopo quattro elettrizzanti concerti/evento alle OGR Torino, i Subsonica porteranno il loro Terre Rare 96-26 nei più importanti festival estivi.
Terre rare è un album che ha diversi spunti politici…
Max: «Nella stessa percentuale degli album precedenti dei Subsonica, nella misura in cui cerchiamo di assorbire il presente nel momento in cui ci apriamo alla scrittura. In questo momento, per come si sta trasformando il mondo, certi argomenti e certi temi, che noi abbiamo vissuto come chiunque, non potevano rimanere fuori dalle nostre canzoni. Noi non sillabiamo le canzoni per slogan, non diamo una soluzione finale, non chiudiamo il cerchio, lasciamo sempre la possibilità alle canzoni di essere indossate da chi le ascolta. Però non ci nascondiamo dietro gli strumenti e completiamo il nostro pensiero con delle azioni, con delle prese di posizione».
Questo album in questo senso colma dei gap in termini di impegno politico nel panorama pop italiano?
Boosta: «C’è da dire che noi abbiamo sempre considerato il microfono una responsabilità, ma già tu, nel tuo quotidiano, dovresti cercare di vivere il più conforme al tuo codice, al tuo credo e al tuo pensiero. Avere un uditore, una platea, qualcuno che sceglie di usare le tue parole per vivere un pezzo della propria vita è molto importante. La musica è un tema amplissimo, nella musica c’è tutto, ci può stare di tutto ed è giusto che ci sia di tutto. È come quando ti alimenti: ci insegnano che dobbiamo mangiare tutto per avere un’alimentazione equilibrata, ecco la musica dovrebbe essere ascoltata in maniera equilibrata; e quindi serve anche una parte di junk food, serve tutto. Noi vorremmo semplicemente essere quello che siamo, forse perché l’abbiamo sempre fatto, ma a maggior ragione adesso, che facciamo 30 anni insieme, stiamo bene e non conosciamo altri modi di vivere. Poi ognuno utilizza lo strumento musica come meglio crede, per noi è fondamentale per vivere, per far star bene noi stessi e ci auguriamo le persone che ci scelgono per un piccolo tratto».
Samuel: «L’antidoto per certe paure è costruirsi uno spazio di libertà, soprattutto espressivo, e credo che sia la prima cosa che ci siamo detti quando ci siamo guardati negli occhi e abbiamo detto “Facciamo una band, facciamo la musica che ci piace e diciamo quello che vogliamo”. Questa cosa sicuramente è stata un freno per molte cose nella nostra vita, però è anche l’unico meccanismo che abbiamo per vivere e poi alla fine dopo 30 anni abbiamo visto che comunque è andata bene, quindi continuiamo a mantenere la nostra rotta in quella direzione».
Non è un disco in alcun modo furbo, le canzoni hanno una forte componente intellettuale, non ci sono hit…un gesto artistico eroico nella discografia di oggi.
Max: «Noi non abbiamo nulla contro le hit incisive, trascinanti, da cantare a squarciagola, quello che non sopportiamo è l’imposizione di un formato sempre più restrittivo nei confronti della musica, dal punto di vista temporale innanzitutto. Ci sarà qualche saggio sulla montagna con la clessidra in mano che, per esempio, deve aver deciso che le canzoni devono durare meno di 3 minuti. O un algoritmo che ha deciso che è molto più funzionale cercare, se hai delle hit o dei tentativi di hit, di mettere un po’ il position all’inizio della tracklist, in modo da poter streammare il più possibile. Sono cose che se noi applicassimo alla nostra musica finiremmo per ridurne le capacità, per amputarle per certi versi, questa è una cosa che noi non faremo mai. Detto questo, ci sono canzoni bellissime che non durano più di 3 minuti, ma non deve essere un’imposizione. Questo album lo abbiamo pensato in forma di long playing, forse anche un po’ per cercare di distinguere quelle che sono le nostre capacità rispetto a una sorta di uniformità imposta alla musica in questo momento. Per esempio: la prima traccia si chiama Il Confine e ti invita proprio a entrare in un’altra dimensione, tutto tranne che una hit, a 1 minuto e 40 non c’è ancora niente che possa assomigliare a un ritornello. Noi non ci aspettiamo che tutti facciano così, non sono questi i parametri con cui giudichiamo la musica degli altri, ma sono le nostre esigenze, sono le nostre necessità, perché sono le nostre caratteristiche e sono le modalità di connessione fra noi e le persone che si prendono la briga di seguirci e che per certi versi cerchiamo di far sentire speciali. E per poterle far sentire speciali cerchiamo anche un po’ di provare a spostarci insieme a loro da qualche parte, anche di smarrirci, e il senso un po’ di questo album, a partire dalla copertina, da quell’immagine un po’ enigmatica, è proprio quello di provare a smarrirsi in una dimensione di immaginazione ma che è profondamente ancorata anche al tempo presente».
Come mai il Marocco?
Boosta: «L’opportunità ci è stata fornita da questo carissimo amico che si chiama Teo, che fa questa birra meravigliosa, la Baladin. Un grande appassionato di musica che vive a Piozzo, una piccola cittadina del Cunese, in cui noi solitamente andiamo a lavorare per isolarci dalla città, perché ormai la quotidianità è sovrastante e quando scrivi hai bisogno di stare un pochino insieme. Teo ha anche un bellissimo spazio a Essaouira e ci ha chiesto “Perché non pensate di andare a fare un viaggio insieme?”, noi ci siamo guardati e abbiamo realizzato di non averne mai fatto uno insieme che non fosse per andare a suonare dopo aver fatto i dischi, quindi mai per andare prima a scriverli. Così abbiamo preso l’occasione, abbiamo fatto la prima gita di gruppo a 30 anni, siamo dei grandi ripetenti, ed è stato affascinante. Siamo finiti quindi in questa città che è una città speciale, era la città preferita di Jimi Hendrix, il suo posto del cuore, al confine del deserto con l’oceano davanti. Lì c’è la musica gnawa, è una cultura fatta di mescolanza e per certi versi in piccolo ha richiamato anche la Torino degli anni ‘90 e il nostro lungofiume, che era la stessa cosa, era una piazza aperta di sensibilità, di religioni, di culture, di nazionalità. Oggi infatti Essaouira sembra un portofranco, è il bar di Guerre Stellari, è bellissimo, si sta molto bene ed è molto affascinante».
Uno degli effetti dopo l’ascolto del disco è che dopo aver scoperto cosa ne viene fuori dal confronto della musica dei Subsonica con quella marocchina, uno si chiede cosa potrebbe venire fuori con altri abbinamenti, tipo, che so, i Subsonica in Brasile…
Samuel: «Io volevo proporre ai miei amici il prossimo anno di andare in Messico, secondo me in questo momento è molto bello. In Brasile però so che Boosta ha già sfilato ai Carri e aveva anche un paio di pantaloni con le chiappe di fuori…».
Boosta: «Sì, avevo anche il copricapo, quello grande, ma possiamo bissare. Ragazzi, è la cosa più difficile del mondo per un europeo sfilare al Carnevale di Rio. O hai quel tipo di sensibilità o è una fatica che non avete idea. Dovete ballare per cinque ore…».
Samuel: «A parte le chiappe di fuori io lo farei…».
Boosta: «No, socio, davvero: se sei un po’ stanco e ti fermi arriva il tipo e ti da una scoppolona, perché va a punti, devi vincerla ‘sta roba qua e ha una serie di regole da rispettare, è molto complicato».
Samuel: «Allora mi sa che proporremo il Messico per il prossimo giro».
All’inizio di questa avventura trentennale vi sareste mai aspettati una storia del genere?
Max: «La nostra storia è iniziata come tutte le storie di musicisti della nostra generazione: come una prospettiva di vita. Tutti i musicisti che ci hanno cresciuti in qualche modo erano artisti che avevano scelto la musica per la vita, la musica come questione di vita o di morte, quindi tutte le nostre scelte, dall’inizio, sono sempre state scelte di lungo corso. Il fatto stesso di puntare sui concerti disintermediando tutta quella che era la parte discografica e promozionale è stata una scelta di lungo corso. Poi, da lì a immaginare che dopo trent’anni saremmo stati ancora insieme sul palco, in effetti è un’altra cosa».
I Subsonica sono una realtà sempre in evoluzione, sempre avanti, come si mantiene vivo questo elemento?
Samuel: «Il periodo da cui veniamo in realtà ci ha forgiati, per noi è naturale, finito un progetto musicale, espresso quello che era quel momento storico della nostra vita, insieme prendere l’occhio e lanciarlo nel futuro, in quello che potrà succedere dopo. Gli elementi ci sono, ce ne sono tantissimi, basta semplicemente voler prendere questo materiale e, senza superficialità, tirare giù delle cose che possono raccontare che tu hai guardato e assistito a quelle cose, farle diventare veramente tue. Noi proveniamo da un periodo storico in cui se non facevi così sul palco proprio non ci salivi, ti tiravano giù dopo tre pezzi, non ti permettevano nemmeno di andare oltre, quindi per noi è rimasto tatuato dentro quel meccanismo per cui noi ogni volta dobbiamo distruggere completamente quello che abbiamo fatto, reinventare una cosa nuova, reinventare i Subsonica di nuovo. Questa cosa è molto pesante, molto complicata, mette anche un po’ l’umore della band a rischio, però ci siamo ormai costruiti e forgiati per questo ed è secondo me la cosa che ci permette ogni volta di essere, più che avanti agli altri, reali, veri in quello che facciamo, anche se magari cerchiamo di appropriarci di una musica che non è la nostra, tipo con questo disco che arriva dal Marocco».
30 anni sono tanti, l’impressione è che siate talmente avanti che non esistono ancora degli eredi dei Subsonica…
Max: «Diciamo che il pop è già un’elaborazione. Ora, andare a elaborare qualcosa di già elaborato per certi versi è un’operazione fallimentare in termini, quindi il fatto che non ci siano degli epigoni dei Subsonica che partono dalla nostra sintesi per fare un’altra sintesi è assolutamente naturale. Ci piace pensare di avere in qualche modo invece dimostrato che certe sintesi fra elementi che non sembravano coesistere in natura sono possibili. Quando ascoltiamo un artista, che è un nostro fratello del nostro territorio, come Cosmo, ascoltiamo qualcuno che ha preso quel principio e l’ha portato su un altro livello ancora, ma non perché abbia elaborato quello che noi avevamo elaborato, perché probabilmente ha avuto un riferimento relativo al fatto che certe cose potessero coesistere e assumere anche la forma di canzone».
Samuel: «…O anche Willie Peyote per esempio. Cosmo più dall’aspetto musicale, mentre Willie per quanto riguarda la scrittura dei testi. Lui secondo me ha fatto un viaggio che è passato un po’ attraverso la musica dei Subsonica e che poi ha evoluto poi nel suo percorso».
Voi, al netto dei Subsonica, con i vostri progetti solisti, avete dimostrato di essere tutti degli eccellenti musicisti…vi siete mai immaginati la vostra storia senza i Subsonica?
Boosta: «Io lo so, ho già una grandissima certezza: poco prima di finire il demo del primo disco, il demo su cassetta, mi era stato proposto di andare a suonare sulle navi da crociera, quindi di imbarcarmi come pianista sull’oceano, la nostra prima discussione è stata su quello. Quindi io sì, sarei diventato un eccezionale pianista sull’oceano, avrei avuto amori in tutti i porti, avventure in tutti i porti, quindi poi sarei diventato un grandissimo romanziere».
Magari anche Presidente del Consiglio?
Boosta: «Anche, esatto!».
Samuel: «Per quello c’è ancora tempo tra l’altro».
Boosta: «Si, lì ci posso arrivare, ci posso arrivare, non temete».
Qual è la canzone più sottovalutata dei Subsonica secondo voi?
Samuel: «Io più che una canzone ho un album: secondo me L’eclissi è tra i più sottovalutati dei Subsonica. Anzi, potrebbe essere un’idea secondo me remixarlo, rimasterizzarlo e farlo riuscire oggi, potrebbe essere veramente una botta quell’album. Ed è quello che in qualche modo ha un po’ deluso ovviamente nell’ambiente discografico, però se poi vieni ai nostri concerti i pezzi in cui si balla di più sono quelli de’ L’eclissi, quindi secondo me vale la pena pensarci».
Max: «C’è un pezzo nel primo album che si chiama Velociraptor che anticipa, ma non sapevamo neanche noi perché, di almeno dieci anni la nascita della dubstep. Cioè, si tratta di pura casualità e questa cosa ci ha fatto riflettere sul fatto che alla fine, se sei italiano e se non sei proprio un artista di genere, quando fai anche delle operazioni stilisticamente abbastanza controintuitive, alla fine non riesci a riscuotere un merito in quello che fai, vieni riconosciuto solo se per certi versi sei riconducibile a qualcosa di alto che viene dall’estero. Ci sono diversi episodi all’interno dei nostri album dove creiamo delle sintesi di arte combinatorie, fra cose veramente molto distanti tra di loro. Cose che se fossero state fatte a Londra o in altri posti con riflettori più puntati sarebbero diventati probabilmente dei precedenti. Nel nostro caso si sono trasformati magari in brani non troppo compresi».
Qual è il vostro brano preferito dei Subsonica?
Boosta: «Nell’arco degli anni abbiamo avuto tante preferenze, io per tanti anni ho detto, forse bizzaramente Nicotina Groove, che è il pezzo che chiude il primo disco nostro. È un pezzo che ho sempre molto amato e ancora adesso lo ascolto molto volentieri. Quindi, 30 anni dopo, “Back to the origins”, io dico: Nicotina Groove».
Samuel: «Tutti i dischi hanno un brano al quale sei più affezionato. Io parlerei dell’ultimo di Terre rare, a me piace molto Grida, però anche Ghibli mi dà molto da vibrare».
Max: «Io non so se sia esattamente il mio pezzo preferito Il Cielo su Torino, però il fatto che una canzone possa generare così tanto senso di appartenenza e, in qualche modo, fare un passo per trasformare un’audience, un pubblico, in una sorta di comunità che si riconosce in qualche cosa, che tende a trasformare proprio il rapporto che hai con il tuo luogo di appartenenza, penso che sia una cosa molto bella. Quando una canzone riesce a compiere un po’ questo piccolo miracolo, diventa anche qualcos’altro rispetto alla musica».
