Levante torna con un disco sull’amore: «Compromessi con l’industria? Nessuno. Chi c’ha provato, poverino, se n’è pentito» – L’intervista
Si intitola Dell’amore il fallimento e altri passi di danza il sesto album in studio di Levante, in uscita questo weekend. Un disco, lungo, ben 16 brani, che esplora in maniera armoniosa ma dinamica, poetica, puramente cantautorale, il tema dell’amore, da quello istintivo a quello più superficiale, quello più intenso, illuminante, destabilizzante a quello che vibra ancora nei nostri ricordi, in quelle storie che poi alla fine ci formano come persone e come amanti. Un disco dunque che funge anche da ricerca, che indaga il motivo per cui spesso, anche in amore, soprattutto in amore, finiamo per sabotarci. Claudia Lagona parte dal porsi delle domande e nell’album arriva anche a qualche risposta o perlomeno avere e fornire una visione più nitida del nostro sentimentalismo e della nostra umanità.
Partiamo dal titolo: Dell’amore il fallimento e altri passi di danza…
«Io sono partita da questo titolo tre anni fa, nel 2023, perché è stata un’epifania, è come se mi avesse colta: Dell’amore il fallimento e altri passi di danza. Io volevo scrivere un disco che parlasse solo d’amore. Sono solita farlo, però di solito mischio fuori e dentro, invece volevo analizzare questa tensione che ho sempre avuto nel distruggere tutte le cose belle della mia vita, tutte le cose che mi facessero stare bene e poi a un certo punto mi facessero anche paura. Ascoltando il disco dall’inizio alla fine poi si capisce che parto da una domanda, tipo “In quanti pezzi siamo rotti” o “Quanti di noi si sono sciolti”, per poi arrivare a una risposta, che io non ho cercato in realtà, ma all’interno di questo inverno solitario in cui ho deciso ogni giorno di andare in studio da sola e scrivere, mi sono ritrovata a vivere un episodio che mi ha portata poi a scrivere quella che era la canzone finale del disco che è Abissale. Quindi mi sono data una risposta. Ho capito il perché di quei sabotaggi e sono arrivata in quel luogo in cui l’amore ti viene insegnato, quel luogo in cui tu ricevi l’amore e lo vedi e impari a capire se lo meriti o se lo puoi accettare semplicemente. Insomma, è il luogo in cui da bambina ho ricevuto e cercato di capire l’amore. Io, purtroppo, ho avuto questa interruzione con il rapporto paterno molto veloce, per cui se l’uomo della tua vita se ne va, tutti gli altri chi sono? Nessuno. Li fai morire, li uccidi, uccidi l’amore».
È un disco in cui l’amore viene affrontato in maniera totale…
«È stato un percorso molto lungo in cui, prima di arrivare ad Abissale, mi sono divertita a raccontare storie mie e di altri, anche insieme ad altri, perché per esempio Arcani, che è un brano che io amo tantissimo, l’ho scritto con Antonio Di Martino, che è mio fratello, ci divertiamo tanto, siamo molto simili nelle sensibilità. Lui ha questa visione maschile molto sensibile, bella, ci siamo ritrovati a schitarrare su un brano che racconta una storia che inizia in una maniera che non appartiene né a me né a lui, cioè quella di due che si danno appuntamento con un’app di incontri. C’è tanto di me e di tutti, perché poi l’amore ci riguarda tutti, è un tema centrale delle nostre vite, è stato indagato da filosofi e intellettuali molto prima di me, è il sentimento che in assoluto ricerchiamo di più e probabilmente è l’unica cosa che conta nelle nostre vite».
Non hai avuto paura a concentrarti su un tema così sviscerato nella storia?
«No, perché tutte le volte che ho pensato di scrivere dischi molto meno amorosi mi è stato detto “Ma perché parli sempre d’amore?”. Mi ricordo che me l’hanno chiesto per Manuale distruzione, in cui d’amore ce n’è poco in realtà, c’è grande frustrazione, quindi io non ho mai capito che cosa si leggesse di me. Poi se penso a tutti i miei singoli, da Alfonso, Non me ne frega niente, Andrà tutto bene, Bravi tutti, a quelli di Sanremo, che erano Tiki Bom Bom e Vivo, che parla di depressione, quindi io non penso di essermi canalizzata sull’amore, anzi io ne ho parlato sempre in maniera molto di nicchia rispetto ai brani che invece ho spinto tanto per le radio. Invece in questo disco qui ho detto “Lo metto nel titolo: Dell’amore il fallimento e altri passi di danza, lo voglio dichiarare”, qui non troverete niente che non sia il fallimento amoroso, e questo è stato, volevo proprio concentrarmi, volevo mettere a zero subito il dubbio che si potesse parlare d’altro. No no, si parla solo di questo».
Hai citato Alfonso, che in effetti rientra nella lista di quelle canzoni che diventano molto famose ma che nessuno poi ne capisce davvero il significato.
«Esatto. Io avevo scritto Alfonso perché una sera uscii e andai in questo posto frequentato da hipster, posers, tutti così, e io ero bella frustrata, perché lavoravo in un bar ma volevo fare musica. Ad un certo punto incontro ‘sto ragazzo che inizia a dirmi “faccio questo”, “faccio quest’altro” e io ho rosicato, ho proprio rosicato, mi sono chiesta “Ma questa convinzione di sentirsi realizzati, di sapere il proprio posto nel mondo, di avere un ruolo ben preciso, da dove viene?”, io invece sentivo di rincorrere il niente, di essere fumosa, perché comunque, nonostante tutti gli anni a fare musica, me la cantavo e me la suonavo da sola, non stava succedendo niente, quindi mi sono descritta a una festa in cui tutti sono brillanti e io no. L’amore non c’entra nulla».
Questo nuovo disco è molto lungo, 16 tracce, una scelta coraggiosa…
«Volevo che fossero 17 tracce, non me l’hanno permesso. Scrivetelo! Ditelo!»
L’industria discografica vuole i dischi brevi. Ma una volta arrivati a 16 in effetti…
«Mancava il budget per il diciassettesimo brano (e ride)».
Ma non hai pensato al fatto che è diventato difficile che il pubblico oggi come oggi arrivi anche alla fine di una canzone?
«Gabriele, è un momento di gigantesca crisi in cui da anni non si vendono i dischi, non si vende la musica, non si vende il cinema, non si vende il tè, non si vende l’arte, perché abbiamo deciso che, politicamente, non valiamo niente, per cui la gente perché dovrebbe spendere soldi per ascoltarci? Voglio dire, non valiamo niente, siamo dei saltimbanchi, come hanno spiegato durante il Covid. Quindi, in un momento in cui tutto è veloce e già masticato, dovrei farti mangiare una cosa che ho già masticato io, e dirti che sono frullati che tu devi solo bere, tranquillo, andrà liscio, lo digerirei facilmente, non devi impegnarti né a pensare né a capire, vai, te lo do io, sono la tua AI, vai tranquillo. Io invece ho deciso di fare un disco in cui devi riascoltarti il brano per capirlo e, soprattutto, è un disco lungo, è vero, tra l’altro proposto con doppia cattiveria, perché ho deciso di centellinare singolo dopo singolo, sono usciti sette brani di questo disco prima del disco stesso. Perché volevo dire: “Mi devi ascoltare, tu mi devi ascoltare, perché io non sarò mai né quella che vince Sanremo né quella prima in classifica”. Anzi, volevo ringraziare Serena Brancale che mi ha portato in giro per l’estate con questo pezzo che ha fatto il platino, credo».
Sembra una lezione imparata molto bene quella sui meccanismi dell’industria…?
«Ho capito che mi metterebbe in imbarazzo dover scendere a compromessi con delle cose che non mi rispecchiano, facciamo le cose per come le sappiamo fare, andiamo a dire alle persone “Io questa sono”. Il grande dramma della mia vita è il non essere etichettabile, “Levante è pop, però non è indie, però è indie, però è alternativa, però è strana, è divertente, è triste, ma che cosa fa? Scrive le canzoni e fa le foto. Quante persone sei, Claudia?”, non importa, io le faccio vedere tutte. C’è una cosa che però io non posso accettare: le regole dell’industria musicale».
Quelle che spingono sempre più verso le hit?
«A me piace il pop, io continuo sempre a fare i ritornelli, perché io amo i ritornelli, io li cerco nelle canzoni i ritornelli. Quando le mie colleghe ogni tanto mi fanno sentire qualcosa di nuovo in anteprima per avere un parere, io poi dico “Manca il ritornello, mi dà fastidio che non c’è ritornello”. Deve sempre esserci un ritornello, io devo cantare il ritornello. Quindi, sono innamorata della musica pop, fatta in un certo modo, ti becco che se mi vuoi prendere per il culo. Però non posso scendere al compromesso dell’industria, ognuno fa il suo lavoro. Io faccio il mio».
Immagino anche quante proposte di potenziali hit ti sono arrivate…
«Ti devo dire che c’è una cosa bella nel rapporto tra me e la discografia italiana: io da subito, dal 2013, quando sono esplosa, quando si è puntato questo faro, da Alfonso in poi, sono stata molto chiara, per cui nessuno viene a chiedermi cose. C’ha provato qualcuno, poverino, ma poi si è pentito. Io sono sempre gentilissima, io apprezzo il lavoro di tutti, sono l’ultima ruota del carro e ho rispetto di tutti i lavori, assolutamente, però io non ci sto. Hanno provato a dirmi “In questa canzone c’è questo che vorrebbe…”, ma ho sempre detto no».
Eppure, di fatto, sei una delle regine dell’estate con Al mio paese, insieme a Serena Brancale e Delia…
«L’ho accettato perché io ho un rapporto con Serena. Ho detto: “Faccio il viaggio con te. Mi stai invitando alla tua festa? Va bene, io porto la mia strofa, suona così”. Io questo lo faccio, ma la cosa combinata non ci sarà mai, l’industria discografica italiana mi conosce, sanno che non è una cosa appropriata per me. Una volta sono andata al decimo piano per incontrare Pico Cibelli, presidente della Warner, e gli dico: “Pico, ho deciso di fare un album di sole hit”, e lui mi ha guardato felicissimo, poi però si è fermato e mi ha detto “Le tue hit, vero? Non quelle che mi immagino io”. Quindi lo sanno, Quando io esco col brano estivo, comunque il mio brano estivo si chiama Malìa, o si chiama Maimai e parla di vendetta, o si chiama Lo stretto necessario».
Ma tu stai diventato l’artista che volevi diventare quando hai iniziato seriamente a fare questo mestiere, quando ti sei accorta che avevi la seria possibilità di costruirti una carriera?
«Dal punto di vista musicale io non so quale sia il mio percepito, mi sono resa conto che io non ho idea di come mi percepiscono gli altri, te lo assicuro, non l’ho capito. E per molto tempo mi sono preoccupata di come mi percepissero gli altri e mi sono giudicata immaginando lo sguardo degli altri. Quindi c’è da fare un distinguo tra chi pensavo di voler essere, di voler diventare, in base allo sguardo degli altri, e chi invece io speravo di diventare in base a me. Oggi sento che sono sulla strada giusta, però non sento di essere diventata qualcosa, sono in trasformazione. In fondo, siccome io non sono, come direbbero a casa mia, una “studiata”, tutto quello che mi riguarda della musica è istintivo. Così come nella scrittura, nella pittura, nell’immaginario, tutto è sempre istintivo. E finché arriva dall’emotività, per me funziona, merita di essere mostrata. Se non arriva, se diventa professione, va bene, allora scrivo per gli altri, faccio il compito. Ma siccome la mia musica è aderente alla mia vita, cambia in base a come cambia la mia vita, io oggi quarantenne parlo in un modo diverso dalla Claudia di Alfonso di ventisei anni, sono passati quattordici anni, e cambierà anche il mio modo di fare musica. Quello che sogno in assoluto è che tutto quello che faccio sia sempre aderente a quello che vivo. Io ho sempre detto: “Finché faccio una cosa che posso difendere, andrà bene”, io posso fare una cagata enorme e pensare: “A voi non piace, ma a me fa sognare”. Mi è successo di fare una cosa di cui non ero convinta, infatti non è andata bene, quindi so distinguere».
Nella percezione del pubblico?
«Non lo so più. All’inizio sapevo che stavo accontentando una fetta di pubblico, ma non sapevo niente di industria musicale, non sapevo la differenza tra discografico e manager, non sapevo niente. Io avevo la chitarra e il quaderno delle canzoni, giuro. Però ad un certo punto mi sono resa conto che quello che mi stava succedendo succedeva in un momento, nel 2013, in cui non c’era niente che mi somigliasse, perché Carmen (Consoli) era sempre Carmen, ma è di un’altra generazione lei. Nella musica italiana tutto quello che usciva era televisivo, quindi io stavo occupando un posto che era rimasto un po’ vuoto e me lo sono andata a prendere. Il caso ha voluto che i tempi coincidessero, che io riuscissi a capire la mia posizione in un mondo pop alternativo che aveva bisogno di una voce così, perché il pop mainstream ce l’aveva già le sue voci, i suoi interpreti, ma c’era un pubblico un po’ orfano di quel tipo di voci, di quel tipo di racconti e ho avuto paura di deluderlo».
Che problemi ti ponevi?
«Ad un certo punto mi sono detta: “Io però sono anche tante altre cose”. Voglio dire, ci sono delle persone che mi hanno amata fino ad Abbi cura di te, fino a Caos e poi sono andate via, ci sono le persone che sono riuscita a conquistare da Caos in poi. Quindi la mia evoluzione, ti ripeto, è aderente alla mia persona e ad oggi ti posso dire che sono esattamente di pari passo, cioè Claudia e Levante sono nello stesso punto e si somigliano perfettamente».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«Mi piacerebbe che rimanesse la riflessione sul perché tentiamo di autosabotarci, mi piacerebbe che il mio ascoltatore facesse lo sforzo su se stesso di capire perché non sta accettando l’amore o perché lo sta accettando. Perché poi alla fine sono storie, storie che mi riguardano più o meno da vicino e che fanno cantare, alcune anche pensare».

