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Malika Ayane: «La realtà non si misura solo in biglietti venduti» – L’intervista

06 Ottobre 2026 - 08:57 Gabriele Fazio
Malika Ayane: «La realtà non si misura solo in biglietti venduti» – L’intervista
Il nuovo disco è stato scritto con il supporto di Pacifico e verrà eseguito live in autunno nei più importanti teatri italiani
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Si intitola Cicale il nuovo disco di Malika Ayane, un nuovo disco che chiude in qualche modo un cerchio aperto con la partecipazione all’ultima edizione del Festival di Sanremo con Animali notturni. Nell’album, il settimo di una delle indiscusse signore della musica italiana, ritroviamo quel divertimento, portato avanti con la solita raffinatezza, quel tocco illuminante che trasforma anche il pop più accessibile in un colpo di tacco di rara fattezza, specie se, come in questo caso, il disco è composto anche con il supporto di Pacifico, uno dei più importanti autori italiani. Un disco che il pubblico potrà ascoltare live durante l’autunno nei principali teatri italiani per quello che si preannuncia come uno spettacolo musicale imperdibile.

In che momento della tua vita e della tua carriera arriva questo disco?

«Io ho passato gli ultimi quattro/cinque anni a vivere, secondo me è stato un processo iniziato dopo il Covid, da Manifesto, perché quell’album, che io amo tantissimo, ha un’intensità diversa, una modalità di scrittura diversa, a un certo punto sapevo che fare un disco era il modo per stare fuori casa, poter andare in studio era un modo per salvarsi anche dalla mia emotività così ingombrante. Quindi da quando ho pubblicato Manifesto, che ancora non si capiva che cosa ne sarebbe stato del mondo, è come se fosse scattato qualcosa dentro un bisogno di vivere diversamente, per fare quella che si autocita, e quindi semplicemente è stato il frutto di anni in cui ogni cosa, a partire da quello che si sente, quindi emozioni super positive ma anche super negative, doveva essere in pace».

Cinque anni di assenza sono tanti…

«Non c’è niente di intenzionale se non il fatto di voler scrivere delle canzoni e a un certo punto cantarle, tant’è che effettivamente mi sono persa un po’ di flussi di uscita per aspettare il momento giusto. Poi ad un certo punto ho capito che non sarebbe mai arrivato e mi sono data una mossa, decidendo di andare a Sanremo l’anno scorso, e poi mi sono data un semestre per chiudere tutto, altrimenti saremmo ancora ad ascoltare provini, credo».

Questo disco è il risultato di un incontro con Pacifico, no?

«Pacifico mi è stato presentato da Caterina Caselli, che aveva pubblicato il mio primo album. Un giorno eravamo insieme al parco di Palestro e ridevamo perché io ero arrivata con un Panama gigantesco, veramente vestita come ne’ La mia Africa, abbiamo mangiato un’insalata di cartone al bar di Palestro e lui mi dice: “L’anno prossimo potremmo non poterci sedere in questo posto, perché o succede qualcosa di grandioso su di te o potresti anche finire in galera, non mi sorprenderebbe”. Io ho avuto vicino Pacifico dal momento zero della mia carriera, è quello che mi ha insegnato a credere in quello che volevo dire, nel fatto che ero in grado di dirlo e che non avevo bisogno che l’autore X o Y si mettesse a parlare per me. La mia profondità umana, le mie contraddizioni, possono stare nella stanza serenamente proprio perché ho avuto qualcuno, lui in questo caso, che non mi ha mai giudicata, neanche quando volevo fare delle enormi cazzate. È stato al mio fianco tutte le volte che dovevo prendere una posizione, a volte anche semplicemente tenendomi seduta, perché altrimenti sarei finita chissà dove e non avrei combinato niente».

Questo disco arriva dopo cinque anni di silenzio, che è un lusso che ti sei presa, un lusso che ormai non si può più permettere nessuno. È una cosa che in qualche modo ti ha preoccupata?

«Allora, diciamo che, non so se è per viltà, però il fatto di considerarmi ininfluente alle sorti della discografia è una cosa che mi tutela molto. Io nel 2024 faccio una serie di teatri da 2mila posti, tutti pieni, solo dieci date, ininfluente, ma la gente è venuta. Allora questa cosa un po’ ti rasserena e non ti stressi eccessivamente. Contemporaneamente mi sono però detta che sono troppo giovane per poter vivere di repertorio, quindi ho avuto un pochino paura che l’ininfluenza si trasformasse in un anacronismo. È stupendo essere solidi a 40 anni, soprattutto se uno non ha aspettative mastodontiche, e quelle non le ho mai avute. Se ti consideri un ininfluente, una non necessaria, nel tempo puoi anche diversificare, ti rendi conto che tu esisti ancora, in un altro modo, qualcuno ti chiederà se non lavori più perché non ti vede in televisione, ma quello è un altro discorso, c’entra poco con quello che fai. Ma penso anche che io sono uscita nel 2008 con il mio primo album, che comunque ha avuto bisogno di essere poi lanciato a Sanremo nel 2009, oggi un emergente mette molti meno semi, chi fa una pausa adesso è molto più in pericolo di quanto lo possa essere io se faccio una pausa così lunga».

Nel weekend in cui è uscito il tuo disco contemporaneamente l’industria proponeva almeno venti nomi di big con nuove uscite tra singoli e album. Un’enormità di musica, come si fa a venire fuori da questa bulimia musicale?

«Secondo me bisogna non occuparsene, sai quella roba del colibrì non è progettato per volare ma lui non lo sa quindi vola lo stesso? Ecco, bisognerebbe non badarci e pensare alle proprie cose, esattamente come si vive la vita. Poi, chiaro, viviamo di numeri, se io faccio un disco bellissimo e me lo ascolto a casa da sola non serva a niente. Però secondo me serve un po’ di senso della realtà, perché poi, appunto, la realtà si misura in biglietti venduti, ma non solo, anche in quello che canti, quello che produci».

È difficile non cedere alla tentazione della hit? Un’artista con il tuo status avrebbe la fila di autori di hit fuori dalla porta…

«Devi saperlo fare, io non sarei credibile, poi a nessuno interesserebbe. È una cosa molto buffa, quando Clavdio anni fa mi chiese di cantare nel suo disco, stupendo, io gli ho detto “Guarda che in questo momento storico non ti porto né punti, né recensioni, né streaming, in questo momento non serve a un cazzo! Quindi se ti va di fare una roba insieme per una ragione artistica sono la tua persona, altrimenti niente!”. Oggi anche quando devi pensare a un featuring non vai a cercare la credibilità, vai per caselle, e a quelle caselle corrispondono a quanti ascoltatori fai, quanti follower su Instagram hai… io sto lì nella mia bollicina per cui non sarebbe minimamente credibile fare una canzone orrenda, se io la canto lo senti che mi fa schifo, non c’è niente da fare. Però devo dirti che con Gino siamo andati a lavorare con Paolo Antonacci e Davide Simonetta e ci siamo divertiti da morire, loro sono dei cervelloni incredibili. Ho scritto anche con Federica Abbate, poi ho scelto di mettere nell’album altre cose. Poi io ho visto tantissimi autori che per quella stagione era tutto loro e poi sono scomparsi, così, abbandonati peggio che con gli artisti. Gente che decide di fare un lavoro nella vita che viene incartata completamente in un meccanismo che è feroce e io odio, non lo tollero, quindi non mi avranno mai! Non che mi vogliano, ma non mi avranno mai dentro questa dinamica!».

Una cosa che nessuno può mai mancare di scrivere su di te riguarda la tua raffinatezza. E, aggiungo io, in un mondo, quello musicale (ma non solo), tutt’altro che raffinato, forse è addirittura un rischio…

«Devi essere quello che sei, se tu nasci broccoletto devi morire broccoletto, non puoi diventare una capasanta, non c’è niente da fare, è così. E funziona meglio quando ti riconosci, io mi sono accorta di quanto il peso del risultato alle volte mi abbia tolto. Invece è stupendo quando ti dici: “È così, a chi non piaccio non piacerò, ma va bene lo stesso”. Cioè, chiaro che mi dispiace a volte, figurati, persino il mio fidanzato non mi ascoltava, non gliene fregava niente, conosceva due cose e si limitava a quella roba lì, adesso mi fa molto ridere perché mi aiuta con la scaletta. Non è che fosse volontario, non c’era ostilità, no, semplicemente non ero nei radar banalmente. Quindi non esistono rischi discografici, il rischio discografico forse lo corre di più chi è abituato a parlare a tante persone, robe di stadi, di palazzetti, e poi se ne esce con una roba concettuale che matematicamente non può parlare allo stesso numero di persone, in quel caso se lo prendono loro il rischio. Io faccio le cose mie da tutta la vita, dobbiamo solo ringraziare il cielo che dopo 18 anni ancora ci cascano».

Curiosità: ma è più facile approcciarsi umanamente con una persona che non è tua fan?

«Penso che sono poche le persone in realtà che conoscono molto bene le cose che fai, io di questo ne sono convinta. Io non frequento la cosiddetta fandom, ho alcuni amici della lobby gay che sono fan per forza, proprio per professione, per caratteristica (e ride), però credo che siano veramente poche alla fine le persone che sono informate su tutto quello che fai. Iniziano tutte ad informarsi un po’ meglio quando hanno a che fare con te, sennò quello che arriva è che sei un’artista famosa, magari poi vengono a teatro e capiscono. Io poi cerco di frequentare il meno possibile persone che mi incensano o che hanno comunque pregiudizi nel bene o nel male, legati al fatto di essere Malika Ayane, per esempio odio quando faccio una battuta brutta e tutti ridono perché devono, mi manda fuori di testa, mi fa sentire cretina e non mi piace sentirmi cretina».

Tu hai partecipato all’ultima edizione del Festival di Sanremo, l’ultima prima della rivoluzione di Stefano Demartino. Secondo te in cosa dovrebbe cambiare il Festival?

«Io ho fatto sei Sanremo, anzi cinque e mezzo, come dico sempre, con cinque direttori artistici e cinque conduzioni diverse, quindi ti posso dire che nella mia esperienza Sanremo è sempre identico a se stesso e io l’ho sempre vissuto nello stesso modo, ovvero come un festival di cinema in cui tu presenti la tua proposta, e poi chi se ne frega di come va in classifica. Io non so quanto cambierà nella sostanza, pare saranno 24 canzoni, scelte chiaramente secondo il suo gusto di direttore artistico, che verranno presentate agli italiani. Questa poi è la sostanza di Sanremo, tutto quello che succede intorno spero che sia un bello spettacolo televisivo. Quindi, ti dirò, forse in questo anno di sperimentazione è molto meglio starsene in montagna sul divano con un bel vin brulé a guardare il Festival. Meno stressante sicuramente».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?

«Il fatto che è un album e che quindi magari presuppone un ascolto diverso, una cosa che a me piace tantissimo: pensare che qualcuno dica “Dentro quel disco c’è quella determinata canzone”. Mi piacerebbe che fosse un raccordo tra tutto quello che è stato e quello che non so che cosa sarà».

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