Ariete: «Perché il nuovo disco esce dopo 3 anni? Perché rallentare non è una vergogna» – L’intervista
Ariete è tornata. A distanza di tre anni dall’ultimo album, la cantautrice romana classe 2002 propone Tutti tornano a casa, un disco che certamente la certificherà ben oltre la musica generazionale finora messa sul mercato. Non che i brani di questo disco siano meno generazionali, è solo cambiata la generazione, è solo che abbiamo a che fare con un’artista vera che, per esempio, pur conoscendo benissimo le dinamiche dell’industria, decide di optare per un po’ di silenzio, di studio, di ricerca, di ispirazione. Quello che ne viene fuori è un bellissimo disco in cui Ariete si dimostra più adulta e musicalmente consapevole, quel parlato così ipnotico fa spazio a una voce più sicura, anche dei disagi che comunque infestano il mondo dei giovani. Nell’album anche diverse interessantissime collaborazioni, da Angelina Mango a Fulminacci, da Tredici Pietro a Prima stanza a destra, altri giovani artisti che, ognuno a proprio modo, aggiungono una fondamentale coralità di impressioni rispetto il mondo di oggi, le sue insidie e le sue speranze. Ariete porterà il nuovo album sul palco dei principali club italiani con il Club Tour 2026, 7 appuntamenti autunnali, nella dimensione più intima e viscerale del live, che partiranno da Roma il 7 novembre all’Atlantico, per proseguire a Milano il 19 novembre all’Alcatraz, a Torino il 21 novembre al Teatro Concordia, a Padova il 25 novembre all’Hall, a Firenze l’1 dicembre al Viper Theatre, a Napoli il 10 dicembre alla Casa della Musica, per concludersi a Bitritto (BA) l’11 dicembre al Palatour. «Le mie rivoluzioni? Parità di genere, educazione affettiva e più cantautorato»
Come mai ci tenevi così tanto a celebrare il concetto di casa?
«Perché la casa è un luogo sicuramente di fiducia, di rispetto, di pazienza, di protezione. Negli ultimi due anni e mezzo devo dire che l’ho sentito molto a cuore come concetto, in primis perché ho avuto molto più tempo per stare a casa mia, che è a Roma, nella casa che mi sono comprata e che, da appassionata di architettura e design, mi sono anche fatta come piaceva a me, quindi è un luogo in cui ritrovo la pace più totale. E dall’altro perché nella mia casa, per la prima volta, a differenza delle case passate che ho avuto, sia concettualmente che praticamente, ero sempre io più qualcun altro. Tipo: io più venti amici per fare festa, io e il partner, io e l’amico perché non riuscivo a dormire da sola, io e amici di amici di amici pur di non guardarmi un film da sola, pur di non cenare da sola, perché ho sempre sofferto molto l’idea della solitudine. Mi sono resa conto invece che, parlando di protezione, di rispetto, di pazienza, sono stata molto paziente con me stessa, mi sono rispettata molto e mi sono presa cura di me e l’ho fatto automaticamente nella mia casa, che è appunto il luogo fisico, ma che sono anche e soprattutto io. È bella, è molto bella casa mia».
Il concetto di casa oggi in Italia è stato anche in qualche modo deturpato da una certa dialettica politica. Durante la composizione del disco ti è venuto in mente che queste canzoni possano anche restituire un’idea di casa più umana?
«Assolutamente sì. Io devo dire la verità, partendo dal presupposto che collaboro molto con associazioni come Una Nessuna Centomila, per dirne una, che supporta i centri antiviolenza, supporta la protezione e la sensibilizzazione della figura della donna dai maltrattamenti che purtroppo le donne molto spesso arrivano a subire. Io ci ho tenuto immediatamente a distaccarmi dal fatto che la casa sia solo ed esclusivamente un concetto didascalico e fisico, perché sai quante persone invece a casa propria non si sentono per niente bene e vorrebbero scappare? Io sono anche andata a cantare due pezzi chitarra e voce allo Spintime a Roma, dove una quantità indecente di famiglie e persone sole sono state sfrattate e anche loro sono alla ricerca di case nuove o, meglio sarebbe, cercano di tornare lì dove hanno costruito la loro vita. Per me, che sono sempre stata una persona prima che un’artista, molto schierata e molto decisa sui miei ideali, perché mio padre mi ha cresciuta così, mi auguro che sia molto più politico e sociale il concetto di casa, non un semplice rientro dopo una lunga giornata. Io ho la fortuna di non vivere una situazione come quella, però il mio pensiero va sempre alle persone che invece purtroppo la vivono tutti i giorni».
Sono passati tre anni dall’ultimo del tuo disco di inediti, discograficamente un’eternità, ti ha preoccupata questo periodo di silenzio?
«Sicuramente è molto più una messa in gioco oggi rispetto a quanto lo potesse essere due anni fa. Se avessi pubblicato il mio terzo album in studio a un anno di distanza anziché tre dal mio ultimo, indubbiamente avrei avuto modo di rimanere un po’ più su quella cresta dell’onda, solo che le onde non decidiamo noi quando passano e quando finiscono. Stare lì a forzare, a dire che l’onda deve rimanere viva, non farà sì che l’onda rimanga viva. Tante volte è meglio fare un passo indietro e dire che voglio prendermi del tempo, che siano due, tre o cinque anni, per scrivere una cosa che, non ti dico mi riporterà sulla cresta dell’onda, ma mi farà rimanere soddisfatta. Molto meglio rispetto forzare un progetto dopo l’altro sperando che quello nuovo vada meglio del precedente o di quello dopo ancora. Per me l’approccio alla musica non è questo. Sono tanto fortunata ad essere riuscita a fare di questa passione, di questo sogno, il mio lavoro e quando dico lavoro dico proprio lavoro. Per l’età che ho sono riuscita a togliermi tutti gli sfizi del mondo partendo, appunto, dal comprare una casa (che, cazzo, oggi in Italia nemmeno se fai i salti mortali ci riesci) al viaggiare dove voglio, quanto voglio. Sicuramente, se non fossi stata in silenzio tre anni, mi sarei potuta comprare un’altra casa, avrei potuto fare un po’ più “quella del momento” e stare lì a spingere, avrei potuto avere più opportunità per rimanere un nome sulla bocca delle persone per massimizzare con tour o attività promozionali. Ho deciso che quello che mi dovevo togliere dalla scarpa, economicamente e a livello di carriera, grazie a tutti, grazie a me anche, sono riuscita a farlo nel giro di quattro anni e quindi il sovraccarico di lavoro, di promozione, di contenuti pubblicitari, tour etc etc, poteva pure aspettare un anno e mezzo o due anni in più. Sono giovanissima comunque».
Si vede una grande maturazione in questo disco rispetto al passato. Esattamente in cosa ti senti maturata come artista?
«Mi sento maturata più come persona che come artista, perché poi ho sempre cercato di togliere un po’ i layer tra la persona e la cantante. Lo dico sempre: Ariete è Arianna che canta e se Arianna cresce, cresce anche il suo progetto. Sicuramente mi sono approcciata alla musica in modo diverso, sono diventata molto pignola, ho imparato a non accontentarmi. Ho vissuto quattro anni di corsa abbastanza sostenuta, non hai tempo per metterti lì e dire “In questa canzone potrebbe cambiare questo” o “Questa canzone non mi soddisfa al 110%, allora la metto da parte”. A questo giro ho avuto la fortuna e l’opportunità di farlo, quindi in realtà questo disco è figlio di altri tre dischi scartati precedenti. Sono diventata tanto pignola anche sui testi, penso che i testi siano la cosa che ho sicuramente migliorato di più. E poi sulle emozioni, come viverle e come metterle in musica, in questo senso ho fatto tanto lavoro su me stessa».
E adesso hai un’idea un po’ più chiara dell’artista che vorresti diventare?
«Come artista non so dove e come voglio e posso diventare, lo deciderà il pubblico. Io posso dire che ho la certezza che questo è veramente un sogno dal quale non mi voglio svegliare e quindi la cosa importante per me, anche se ci dovessi mettere cinque anni per il prossimo disco e dieci anni per quello successivo, è che voglio veramente fare questo per tutta la vita. Mi sembra importante da dire, perché può sembrare scontato, ma ho preferito comunque la pazienza alla massimizzazione, perché poi è un attimo che ti va fuori controllo una cosa, poi due, poi tre e devi andare a raccogliere le macerie da qualche parte. Invece io ho fatto un passo indietro ora, per farne, mi auguro, cento avanti domani. E spero che quando avrò una famiglia e dei figli, che è una cosa che voglio molto, possano dire ai compagni di scuola che la mamma fa ancora la cantante».
L’ultimo brano che hai scritto per questo disco si intitola Rivoluzione, parla d’amore ma, come hai spiegato, di qualsiasi genere di rivoluzione…oggi qual è la rivoluzione che senti più urgente, come ragazza, come cittadina e come musicista?
«Sicuramente come donna la rivoluzione più grande che porto avanti riguarda il far capire agli uomini, da quelli al governo a quelli che passano per strada tutti i giorni, che sono privilegiati, e lo sono veramente tanto. Che non c’è una gara tra uomini e donne, ma semplicemente si desidera un po’ più di parità, sono stati fatti sicuramente dei passi avanti, perché quello che mi insegna l’associazione è che non ci sono solo le cose negative, ma vorrei tanto che ci venissimo più incontro anziché farci la guerra, come uomini e come donne. Come donna mi auguro questo e mi auguro che tutte le donne possano provare un amore vero; in un momento in cui è difficile amare se stessi, amare l’altro in maniera pura, di un amore vero, senza distinzioni, senza piedi in testa, senza violenza, forse è la cosa più difficile da trovare oggi. Come cittadina io vorrei una rivoluzione che partisse dalle scuole, dai bambini piccoli: un’istruzione all’affettività, all’amore, a ciò che è da maschio e ciò che è da femmina, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Sono certa che l’Italia può diventare un Paese forte ed è il Paese dove io vorrei far crescere i miei figli, la mia famiglia, è un Paese che amo, però andrebbe migliorato e bisognerebbe partire dai bambini piccoli, perché loro non le fanno le distinzioni che gli mettono in bocca magari invece le persone di 50 anni più grandi. Come musicista vorrei molto più cantautorato, è una cosa che mi piacerebbe tanto, non che gli interpreti facciano qualcosa di sbagliato, ma secondo me tutti abbiamo qualcosa da dire e quindi sarebbe bello sentire molte più cose che siano farina del sacco di qualcuno veramente».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco?
«Mi piacerebbe che rimanesse il pensiero che ci si può fermare, volendo, perché poi si parla tanto dei burnout degli artisti, si parla tanto delle difficoltà di fare questo lavoro, il pubblico ect ect, ma chi è che si ferma veramente? Io ho avuto la fortuna di fermarmi due anni, ma c’è una mole di lavoro, rispetto a quella di prendersi cura di se stessi, veramente spropositata. Le persone ormai vivono per lavorare, per arrivare a fine mese, vivono una vita che non le soddisfa, e invece nel mio piccolissimo, soprattutto ai miei coetanei, vorrei dire che non fa niente se vai fuori corso di un anno, non fa niente se per una settimana non vuoi uscire, non fa niente se questa giornata non è andata bene, se non sei uscito di casa, se non hai parlato con nessuno. C’è tempo per respirare, sempre, almeno fino a che purtroppo non respiri più. Però fino a che respiri, respira, capito? Perché è comunque una fortuna».

