Lo psicologo Matteo Lancini: «I Neet? Non sono giovani viziati, ma disillusi» – L’intervista
«Serve una nuova cultura che dica più “sì” ai giovani e più “no” agli adulti e alle loro abitudini. Le nuove generazioni sono disilluse perché sono cresciute in una società che prometteva loro di essere più ascoltate, ma che ha finito per tradire questa promessa». L’acronimo Neet è diventato il contenitore freddo in cui la società contemporanea rinchiude una generazione in stallo. Ragazze e ragazzi che non studiano, non lavorano e non si formano, spesso liquidati dall’opinione pubblica come fannulloni o figli di un’infanzia troppo viziata. Ma dietro c’è una frattura ben più profonda e una crescente sfiducia nel mondo adulto, che fatica a interrogarsi sulle proprie responsabilità e tende invece a scaricare la colpa su internet e videogiochi. A parlarne con Open è Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro. Docente alle università Bicocca e Cattolica di Milano, affronta il tema anche nel suo ultimo libro, A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni (Einaudi).
Quando parliamo di Neet, tendiamo a raggruppare sotto la stessa etichetta giovani con storie molto diverse. Dal punto di vista psicologico, che cosa accomuna chi interrompe gli studi, chi non riesce a entrare nel mondo del lavoro e chi sembra aver perso qualsiasi prospettiva per il futuro?
«Quando affrontiamo il fenomeno dei Neet dobbiamo procedere con grande cautela. Se c’è un elemento che accomuna queste generazioni, che si tratti di un adolescente che non vuole più andare a scuola o di un giovane adulto che non vuole lavorare, riguarda gli aspetti affettivi, relazionali e i vissuti personali. Naturalmente il fenomeno ha anche una dimensione sociale, legata alla mancanza di lavoro e al contesto in cui si è inseriti. Spesso si pensa che siamo di fronte a generazioni che non vogliono impegnarsi perché hanno avuto troppo o sono cresciute in un’infanzia dorata e fanno fatica ad abbandonarla, ma non è così. Le ultime generazioni stanno affrontando l’adolescenza e la giovane età adulta sempre più disilluse, perché sono cresciute in una società che aveva promesso loro che sarebbero state più ascoltate, dai genitori e dalla scuola, ma che in realtà ha tradito questa promessa».
Non è vero che i ragazzi sono molto più ascoltati rispetto al passato?
«Ci siamo raccontati che, siccome ascoltiamo i figli più di quanto siano stati ascoltati i nostri genitori, stiamo facendo tutto nel modo giusto. Certo, io ascolto i miei figli molto più di quanto sia stato ascoltato io e mio nonno probabilmente non sapeva nemmeno quanti figli avesse in casa. Li ascoltiamo, sì, ma spesso soltanto quando esprimono emozioni che non ci disturbano. La tristezza, la paura e la rabbia sembrano essere diventate emozioni da eliminare. Pensiamo a un bambino che incontra un cane e dice alla madre di averne paura. Invece di accogliere quella paura, l’adulto risponde che il cane è buono. Ma che fine fa l’emozione del bambino? Non possiamo limitarci a dire che, siccome noi non eravamo ascoltati, loro dovrebbero essere grati. Anche perché sono cresciuti in una società che ha devastato il pianeta, plastificato i mari e compromesso le prospettive future».
Questa compromissione delle prospettive future che effetto ha sul modo in cui i giovani guardano al futuro?
«Il disincanto, la disillusione. Lo vediamo anche nelle scelte di ragazzi che avrebbero la possibilità di lavorare, ma non vogliono farlo. In alcuni casi non considerano il lavoro soltanto qualcosa che sottrae tempo alla vita personale, ma una proposta degli adulti che richiede di rinunciare a se stessi, di falsificare la propria identità».
Che responsabilità hanno gli adulti?
«Viviamo in una società in cui gli adulti fanno quello che vogliono, consumano risorse, compromettono l’ambiente e lasciano ai giovani prospettive sempre più incerte. Poi, quando i ragazzi stanno male, attribuiamo la colpa alla musica trap o ai videogiochi. È un ragionamento che non regge. Aver giocato a guardie e ladri non significa diventare criminali… Di fronte alla complessità, una parte degli adulti ha finito per colpevolizzare le nuove generazioni, sostenendo di farlo per il loro bene. Si continua a ripetere che i ragazzi hanno ricevuto troppo amore e che hanno bisogno di limiti. Dovremmo piuttosto domandarci perché, invece di entrare in conflitto con gli adulti, tanti giovani finiscano per rivolgere la rabbia contro se stessi, attraverso comportamenti autolesivi o altre forme di disagio».
Il conflitto con gli adulti, quindi, tende a non tradursi in ribellione?
«Nonostante gli episodi di violenza che leggiamo nelle cronache, a me colpisce il basso livello di conflitto generazionale. I ragazzi cercano semmai la relazione, qualcuno disposto ad ascoltarli davvero. Basta guardare a quello che sta accadendo in Francia o ricordare il Sessantotto in Italia. Le generazioni precedenti sono scese in piazza per rivendicare la libertà sessuale e i diritti. Oggi mi sembra che le nuove generazioni abbiano un rapporto diverso con il conflitto. Noi stiamo costruendo politiche che sembrano non tenere conto delle loro esigenze. Togliamo loro internet, il cellulare e l’intelligenza artificiale che saranno gli unici lavori del futuro e mentre tutti fuori vivono costantemente connessi. Li accompagniamo a scuola, li monitoriamo attraverso il registro elettronico e li geolocalizziamo. Chiamiamo tutto questo “cura”, ma poi quando sono i ragazzi a geolocalizzarsi tra amici o all’interno di una coppia parliamo di controllo e possesso».
Quale cambiamento servirebbe?
«Una nuova cultura che dica più “sì” ai giovani e più “no” agli adulti, alle loro abitudini e ai loro privilegi. Continuiamo invece a sostenere che ai ragazzi siano stati concessi troppi sì, senza domandarci a che cosa hanno dovuto rinunciare e quali opportunità gli sono state sottratte. Non ci rendiamo conto di quanto queste generazioni si siano adattate alle esigenze degli adulti e, in alcuni casi, si siano sacrificate. E ciononostante, vanno dagli psicologi, cercano un insegnante disposto a chiedere loro chi siano davvero e, quando trovano qualcuno che li ascolta, raccontano molte cose».
C’è, invece, una tendenza del mondo adulto a scaricare gran parte della responsabilità su internet.
«C’è una contraddizione nel modo in cui interpretiamo il rapporto dei giovani con internet. La dipendenza dalla rete, intesa semplicemente come quantità di tempo trascorso online, non esiste e non è una categoria sufficiente a descrivere il disagio. Il tempo, da solo, non permette di stabilire se una persona abbia un problema. Viviamo in una società ormai connessa e dobbiamo capire che cosa accade nelle relazioni e nel funzionamento della persona».
Quali interventi allora si possono mettere in campo per intercettare e rispondere al disagio delle nuove generazioni?
«Un punto di partenza fondamentale deve essere la scuola. Dovremmo costruire una scuola pensata per i ragazzi e smettere di confondere la cultura con la misurazione delle competenze. Dovremmo ripensare poi il rapporto tra infanzia, privacy e controllo degli adulti. I bambini vengono ripresi continuamente, fin da piccolissimi, durante recite e attività scolastiche, per soddisfare esigenze degli adulti. Questa esposizione contribuisce a modificare il rapporto con le emozioni e con la propria immagine. Poi ci lamentiamo perché i ragazzi riprendono e condividono qualsiasi cosa. Dovremmo domandarci quale modello abbiamo offerto loro. Ma penso anche al registro elettronico, che andrebbe ripensato. I ragazzi dovrebbero avere il diritto di conoscere i propri voti prima dei genitori. Bisognerebbe inoltre riaprire cortili e giardini, restituire spazi di socialità ai bambini e riconoscere i loro bisogni emotivi».
Quali segnali possono indicare che un adolescente sta perdendo fiducia nella scuola e nelle proprie possibilità? E quanto intervenire in questa fase può aiutare a prevenire il fenomeno dei Neet?
«Il problema dei Neet non coincide con il ritiro scolastico. In alcune fasce d’età, come quella dei trentenni, entrano in gioco anche questioni economiche e occupazionali che non hanno necessariamente a che fare con la scuola. E non tutti i ragazzi che perdono interesse per lo studio diventeranno Neet. Devo, però, dare una notizia scomoda. Spesso la scuola non riesce a intercettare il disinvestimento perché è proprio la scuola il luogo in cui nasce il disagio. Dovremmo chiederci che cosa accade quando i ragazzi entrano in classe e vengono immediatamente valutati attraverso voti numerici. La scuola spesso produce un malessere significativo e i genitori, anziché fare una rivoluzione per i propri figli, desiderano che resti uguale a quella che hanno frequentato loro. Nel frattempo, però, la società è cambiata profondamente».
Questo articolo fa parte del progetto Diritti Negati realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo.

